Le citazioni pericolose: Albert Camus

albert-camus_0da La caduta  (Bompiani, 1999) di Albert Camus

Lo so che non si può fare a meno di dominare o di essere serviti. Ognuno ha bisogno di schiavi come di aria pura. Comandare è respirare, anche lei la pensa così? Persino i più diseredati riescono a respirare. L’ultimo nella scala sociale ha ancora il coniuge o il figlio. E se è celibe, un cane. Continua a leggere

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Le citazioni pericolose: Luciano Bianciardi

Luciano-Bianciardida Il lavoro culturale (Feltrinelli, 1997) di Luciano Bianciardi

Era ogni anno la stessa storia. Uomini di quarant’anni, con moglie e figli grandi, non erano ancora entrati in ruolo, anche perché il ministero  bandiva concorsi a ogni morte di papa, ed offriva settecento posti a ventimila candidati. Gli altri diciannovemila e passa dovevano continuare a cercarsi il lavoro stagione per stagione. Continua a leggere

Bohumil continua a parlare

come-far-felice-un-gatto-in-5-mosse_73521d657d8c43611a2d4561ea67b347Il precedente sta qui

«Certo che ti vedo, ma questa non è una cosa normale».
«Lo fso, me lo dicono tutti che fson poco normale. Fson nato con qualche problemino».
Si mise sulle zampe e cominciò a girarmi attorno.
«Vedi? Ad efsempio fazzo fatica ad andare dritto, e a volte fsbaglio anche a prender le mifsure nel fsaltare. Guarda,» mi disse mentre spiccò un balzo per saltare su un tronco, sul quale in effetti atterrò un po’ malamente. Continua a leggere

La chitarra scordata

4399022_1447018913Sei mesi che gliel’avevano comprata per via di tutte quelle bizze e mai una volta che l’avesse ripresa in mano dopo quei primi giorni d’infantile entusiasmo. Neanche per una strimpellata, per sentire la vibrazione di una corda. Niente di niente.
Era passata dagli onori della vetrina, dove si ergeva sulla propria cassa armonica circondata da trombe e tamburelli, alla triste solitudine di un armadio tenuto chiuso. Continua a leggere

Che cosa ho fatto negli ultimi tre anni

Carlo Carrà, Solitudine 1917)

Carlo Carrà, Solitudine (1917)

Ho scritto molti racconti (diverse decine, la maggior parte incompleti, di cui sono riuscito a pubblicarne appena una manciata) e ho iniziato non so più quanti romanzi, di cui ne ho finito (per modo di dire, perché non mi convince) soltanto uno, che era un esperimento di scrittura surrealista – chiamiamola così per comodità, visto che c’è dentro la confusione tra sogno e realtà, l’accostamento di immagini tra loro lontane, l’amour fou etc etc. Soprattutto ho scritto tanto e mi sono tenuto piuttosto alla larga dall’ambiente editoriale, dai social network (nell’ordine ho chiuso sia Facebook che Twitter), dalle presentazioni di libri e dalle polemiche letterarie. Continua a leggere

Vi ricordate di Bohumil?

ligabue-gattoL’incipit di questo racconto sul gatto parlante lo trovate qui

Mi guardò con quel suo musetto simpatico e il nasino rosa all’insù, con cui sniffava chissà quale odore nell’aria. A vederlo in quel modo mi sembrò più un coniglio che un gatto.
Al posto mio qualcun altro avrebbe gridato o sarebbe scappato a gambe levate, io mi limitai invece a sbattere le palpebre. Non dubitai di aver sentito bene, forse però non avevo visto tutto. Mi venne il bizzarro pensiero che qualcuno lì intorno mi stesse giocando un brutto scherzo e allora girai la testa di qua e di là, ma non vidi che piccoli cespugli e alberi piantati da poco, dietro ai quali non si sarebbe potuto nascondere nessuno.
«Che per cafso fsei fsordo?»
A quel punto voi che avreste fatto? Quel gatto stava lì e parlava, accidenti! Era un fatto che non potevo negare.
«Fsì, vabbè! Io mi fsa che mi rimetto a dormire… »
Allora io mi stupii di me stesso, perché mi avvicinai di nuovo e gli accarezzai il pelo morbido e quello riprese a fare rumorosamente le fusa. E invero mi spinsi oltre e vi avvicinai il naso perché sapeva di buono, di qualcosa che mi ricordava dei biscotti appena sfornati.
«Fsembri un bambino».
«In che senso?»
In quel preciso istante realizzai che io stavo dialogando con un gatto, che addirittura gli chiedevo delle spiegazioni. Ogni altra cosa attorno a me aveva perso d’importanza, non mi preoccupavo nemmeno più del tempo che passava.
«I bambini fanno cofsì. Mi annufsano e poi mi dicono ma quanto fsei bello e che carino e cofse cofsì».
Anche se non li conoscevo pensai a tutti quei bambini, al fatto che dovevano senz’altro aver provato a raccontare quell’avventura ai loro genitori. Pensai alle facce incredule e divertite di tutti quei padri e quelle madri.
«Li avranno liquidati come sogni o fantasticherie,» ragionai a voce alta.
«Come, fscufsa? Io efsisto! Mi vedi, no?!»
Scossi la testa, fu come una sorta di riflesso incondizionato.
Lo so che al posto mio voi ve ne sareste andati via e avreste dato una spiegazione a tutto, che avreste messo in scena una risposta plausibile a quell’assurda domanda. Ma io amo troppo gli animali e mi piaceva in particolare la compagnia di quel gatto. Continua a leggere

Siamo stati tutti dei principianti

downloadRecentemente ho ritrovato il file di un vecchio romanzo (scritto intorno al 2004/2005 e che avevo intitolato L’anima del mondo è povera), da cui ho poi estratto una parte che ho rielaborato e che è stata pubblicata come racconto (intitolato Passaggi dagli sconosciuti) nella raccolta L’ora migliore (Il Foglio edizioni, 2011). Rileggendolo me ne sono vergognato un po’ (soprattutto per averlo mandato in lettura ad alcuni editori, tra cui sicuramente Minimum Fax), perché è pieno di luoghi comuni e di tanti errori tipici di un principiante. Se ho deciso però di renderne pubblica una piccola parte è proprio perché penso possa essere utile come esempio per chi si voglia approcciare alla scrittura.
Come potrete notare leggendolo, si capisce subito che la mia ambizione fosse quella di scrivere un romanzo cinematografico (all’epoca ero un dottorando in storia e critica del cinema): l’ambientazione del romanzo voleva un po’ ricreare le atmosfere alla David Lynch, mentre lo stile faceva un po’ il verso (un verso assolutamente sguaiato e ridicolo) a certi scrittori “maudit” che avevo da poco letto (Céline e Kerouac su tutti).
Quello che segue è l’incipit del capitolo 3, ovvero un campionario di tutte le scempiaggini da evitare quando si scrive una storia.
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Le citazioni pericolose: Joyce Carol Oates

joyce-carol-oates-picda Un’educazione sentimentale (e/o, 2000)

Nella stagione autunnale ricordava con più vividezza le emozioni che non le appartenevano più, i piaceri aspri, intensi e spietati del corpo. Forse aveva qualcosa a che fare con la luce obliqua, con l’odore acre delle foglie che bruciavano, con i bambini che la mattina si affrettavano a scuola. Quei giorni avevano come un’urgenza, un significato più vivo da cui lei era esclusa. Continua a leggere

Le citazione pericolose: Ian McEwan

epoque-carbone-ambientazioneda Cani neri (Einaudi, 1995)

I colpi di scena, le svolte sono invenzioni di narratori e drammaturghi, espedienti necessari quando si vuole ridurre, tradurre una vita in un intreccio, quando si vuole distillare un significato morale da una sequenza di atti, quando si intende congedare il pubblico con qualche cosa di indimenticabile che segni la crescita di un personaggio. Intravvedere la luce, il momento di verità, il nodo cruciale, è di sicuro una pratica che prendiamo a prestito da Hollywood o dalla Bibbia, per attribuire un senso retrospettivo a una memoria sovraffollata.

Le citazioni pericolose: Don DeLillo

DeLilloDon6042-tt-width-604-height-467-bgcolor-000000Da Rumore bianco (Einaudi, 1999) di Don DeLillo

Stava aiutando Babette a spingere il suo carrello stracarico. Lo sentii dire: – I tibetani credono che vi sia uno stato di transizione tra la morte e la rinascita. La morte sarebbe fondamentalmente un periodo di attesa. Dopo poco tempo l’anima sarà accolta da un nuovo grembo. Nel frattempo essa restituisce a se stessa una parte della divinità che ha perduto al momento della nascita -. Continua a leggere