L’esplosione della bolla

Questo racconto è stato originariamente pubblicato sulla rivista Il Reportage (n. 42 aprile/giugno 2020)

Caro Nicola,

premetto che in queste righe potrò sembrarti duro, persino spietato, ma non hai idea dello sforzo che ho dovuto fare per contenermi. Eppure non siamo nemmeno amici, e non è che io ti debba qualcosa.

Il fatto è che certe cose mi danno proprio ai nervi, a cominciare da questo bisogno di darti un tono. Passi per Nick – sono d’accordo con te che Nick Bencini suoni un po’ come John Fante, che ti piaccia insomma il fatto che il lettore possa pensare a un italoamericano figlio di povera gente, uno che a scrivere ci è arrivato dopo tanta gavetta – ma la storia su Nick Piedediporco io davvero non riesco a digerirla.

Ho preso una storia vera, mi scrivi, una storia di qualche anno fa, quando eri da solo, in una città sconosciuta, dove per risparmiare ti eri adattato a dormire in un soppalco che a malapena ospitava un materasso singolo e un comodino fatto con una cassetta della frutta riverniciata. Il fatto che tu lo considerassi addirittura un loculo, dove – parole tue – quando ci dormivi supino, con le braccia incrociate sul petto, t’immaginavi d’esser morto, non fa altro che confermare l’idea che mi sono fatto su chi ha avuto il coraggio di subaffittarti un posto del genere. I vestiti eri costretto a tenerli addirittura in corridoio, dentro a un baule che ad aprirlo facevi ogni volta una fatica del diavolo. Davvero una storia strappalacrime, dico che avrebbe funzionato. Anche il nome che avevi scelto all’inizio mi suonava meglio: Nick Gallina, perché nel soppalco dovevi entrarci carponi per non battere la testa e al tuo coinquilino davi l’impressione di razzolare in un pollaio.

Ma davvero – te lo chiedo senza ironia – questo dilemma del nome ti ha poi tenuto impegnato tanto a lungo come sostieni? La scelta di Piedediporco, concordo con te, va più in una direzione bukowskiana – a me fa pensare anche a un personaggio degno di Dashiell Hammett, per non parlare di certe assonanze col verghiano Agostino Piedipapera – ma che senso ha se poi il tono del tuo racconto va in tutt’altra direzione? Perché andare a ripescare questa storia della mostra della porta tutta piegata e del tuo coinquilino che non voleva ripararla, di modo che i ladri avrebbero forse pensato che qualche loro collega ci era appena passato e così non ci avrebbero nemmeno provato? Hai sentito persino il bisogno di specificarmi che un pezzo della mostra era stato quasi smurato, per giustificare appunto il riferimento al piede di porco – anche se poi nel racconto sei tu stesso a dire che non era il vero nome del protagonista, ma uno pseudonimo che lui si era trovato, pensando di ottenere in questo modo un po’ di visibilità in più.

Capisco che questa sul nome del protagonista possa rischiare di sembrarti una questione di lana caprina, ma considerata la definizione che tu stesso dai del tuo lavoro – davvero, Nicola, siamo rimasti ancora al postmoderno? – e tutte le parole che hai impiegato per spiegare la questione, mi sembra ovvio che si possa invece considerarla di fondamentale importanza.

D’altronde voglio ricordarti – ma sono sicuro che non serva – che sei stato tu stesso a chiedermi di essere critico, anzi, spietato. Mi hai pregato di giudicarti come avrei fatto con qualsiasi altro scribacchino – sono sempre parole tue, anche se poi so che ti consideri un vero scrittore; ma qui entra in gioco quella tua umiltà un po’ pruriginosa, azzarderei addirittura artefatta, perché ti piace l’idea di sminuirti, come se fosse il segno di una superiorità dimostrata dal fatto che resti, nonostante i tuoi libri pubblicati da piccoli editori, un incompreso. Hai avuto la fortuna di conoscermi a una cena da amici – organizzata apposta, ne sono sicuro – e hai avuto la prontezza di approfittarne, anche se dubito che tu ti sia accorto di come ti ho osservato bene, al punto che ricordo perfettamente quella tua postura da perseguitato – le spalle un po’ curve, gli occhi sfuggenti e poi il tono della voce, quella tua necessità di schiarirtela continuamente con dei colpetti di tosse che somigliavano tanto a delle risatine affogate. Questa tua postura, naturalmente, hai visto bene di trasferirla sul tuo protagonista, che è una tua proiezione – deformata, ça va sans dire – che, appunto in chiave postmoderna – a meno che l’ironia non sia qui del tutto involontaria – fai apparire in una libreria di periferia specializzata in saggistica filomarxista, che, cito letteralmente «trasudava ancora dell’aura lasciata, insieme a una parte della scenografia, dai precedenti proprietari, che in quello stesso luogo avevano cotto per anni ravioli al vapore e alla piastra, laccato anatre e servito nuvole di drago». Devo ammettere che c’è della poesia in tutto questo, ma si tratta, ahimè, dell’unica trovata geniale di tutto il racconto, che scivola subito nel pietismo più trito, in un vittimismo che infastidirebbe già in un esordiente, figuriamoci nella tua penna.

Dicevamo di Nick Piedediporco, dunque. Voglio darti un quadro preciso, come se tu fossi un potenziale lettore che non ne sa ancora nulla. Anche a rischio di sembrarti eccessivamente pedante.

Questo Nick ha pubblicato la sua ennesima raccolta di racconti – il riferimento al vero autore è qui fin troppo palese – ormai è conosciuto da quella che potremmo definire una ristretta bolla social, ma non riesce a sfondare veramente, ad andare oltre il piccolo editore che gli stampa duecento barra trecento copie – anche perché più di quelle non riuscirebbe mai a venderne. La trama – molto scarna al netto di tutte le divagazioni, spesso ridondanti – sulla vita del protagonista, coincide con la cronaca, amara e ironica, di una presentazione finita deserta, che Nick immortala fotografando con il cellulare «il plotone di sedie vuote, dalle gambe cromate» e postando l’immagine sul proprio profilo, corredandola con la seguente didascalia (cito ancora letteralmente): «Questo è il mio pubblico. I motivi possono essere tanti, in ogni caso occorre prenderne atto. A volte bisogna avere anche il coraggio di congedarsi».

La cosa interessante di tutta questa storia sarebbe, a tuo dire, l’effetto scatenato da questo gesto, che regala al protagonista una notorietà inaspettata per quanto breve, anzi brevissima. Fioccano i like, si moltiplicano i commenti: la maggior parte positivi, esaltanti la sincerità di uno scrittore che ha il coraggio di mostrare finalmente le cose per come sono, senza omettere il contorno con primi piani scattati ad hoc; alcuni altri, invece, più critici – sarei anch’io tra quelli – indispettiti da questa patina di vittimismo che puzza tanto di trovata pubblicitaria.

E qui arriviamo al nodo centrale, quello che secondo me mina tutto l’impianto della tua storia ed ha a che fare con l’uso che tu, Nick Bencini, fai della narrativa. La tua idea di letteratura è tutt’altro che moderna o postmoderna, non è neanche classica: non è nient’altro che bieca letteratura, perciò non letteratura.

D’altronde ci vuole davvero poco a smascherarti: il piede di porco, al netto dei riferimenti biografici, lo definirei un vero e proprio lapsus freudiano. Il protagonista, cioè tu, vorrebbe forzare la porta del mondo dell’editoria che conta, un mondo al quale non riesce ad avere accesso. Senza tutta la tua retorica sulle storture del mercato dei libri, sulle conventicole e quant’altro, quest’idea sarebbe stata vincente, degna appunto di un Bukowsky che si sarebbe ubriacato davanti alle sedie vuote per poi farneticare da solo e provarci con qualche cliente di passaggio. E invece tu chi mi ci vai a mettere? La vecchietta che Nick incontra davanti alla vetrina, con tutta quella storia che non ha fatto in tempo perché doveva guardare la nipotina, aggiungendo poi che il figlio, un bravo padre di famiglia e gran lavoratore, purtroppo non ama leggere – qui sento di nuovo puzza di morale, come se i libri ci rendessero davvero migliori – ma lei, la cara vecchietta, un libro vuole comprarlo lo stesso, per dimostrare che la serata non è andata proprio buttata e che alla fine bisogna pur sempre provarci. Mi viene il vomito a ripensarci, guarda. Tutto quell’astio e poi te ne esci con questa roba che neanche De Amicis? Io mi aspettavo che Nick Piedediporco glielo tirasse in fronte il libro, e invece quello si sente addirittura in colpa per il proprio gesto e medita di cancellare il post che ha scritto; il che, lo sappiamo bene, dà il via a una lunga digressione sull’uso dei social da parte degli scrittori – ma davvero, Nicola, questo ti sembra un argomento interessante? – e sulle logiche in base alle quali al giorno d’oggi noi costruiremmo la nostra credibilità.

In definitiva l’unica cosa vera, genuina, in questo racconto è la rivelazione – si fa per dire – che la percezione del nostro posto nel mondo – in questo caso in un mondo ristretto come quello dell’editoria – viene distorta da quello che definirei effetto bolla, la quale è sempre sul punto di esplodere e di mostrarsi per quello che veramente è: qualcosa di irrilevante.

Capisci che per rendere interessante questa cosa, tu, Nick Bencini detto Piedediporco, avresti dovuto far esplodere davvero la situazione? Io al posto tuo – perché a questo punto posso dirlo fuori dai denti: penso proprio che tu in una situazione del genere ti ci sia trovato davvero – quelle sedie le avrei prese a calci, avrei fatto un casino da scriverci un romanzo, altroché!

E ti dico pure, per finire, che con questa storia di difendere il genere racconto non andrai mai da nessuna parte. Gli editori non vogliono le raccolte, le librerie non le vogliono, neanche i lettori – stando al tuo stesso racconto – le vogliono. Quella fotografia che descrivi – chissà se davvero si trova sul tuo cellulare, come sospetto – ha senz’altro a che vedere con il postmoderno, molto più della narrazione che le fa da corollario: è la dimostrazione che ormai viviamo tutti quanti in ostaggio di una grande rappresentazione. Ecco perché mi aspettavo che Nick Piedediporco sfondasse la quarta parete per venire a dirci veramente come stanno le cose! Ti rendi conto, Nicola, ti quale grande opportunità hai sprecato piangendoti addosso?

Non giriamoci troppo intorno, dirò dunque io le cose come stanno, io che sono figlio di quel sistema in cui non riesci a entrare. Altrimenti perché mi avresti dato in pasto il tuo racconto?

Volevi dirmi che non ti piace, che vivere fuori della bolla significa rimanere invisibili? Sai che grande novità! Ma è sempre stato così, soltanto che al giorno d’oggi ci sono tanti di quegli editori – la maggior parte così piccoli che il libro faresti prima a stampartelo da solo – che alla fine una pubblicazione non la si nega a nessuno. Ma per cosa, poi? Le recensioni devi andartele a cercare, devi conoscere questo e quell’altro, farti vedere. O davvero pensi di poter stare confinato in una casetta da cui inviare comodamente il tuo manoscritto? Hai idea di quanta robaccia arrivi ogni giorno in redazione? Io leggo soltanto le cose di chi conosco, per il resto ci sono gli stagisti. Tu stesso, accettando di partecipare a una cena organizzata ad hoc, hai accettato questa logica.

Quindi, per favore, smettiamola con la morale e guardiamo le cose per come sono. Il racconto ha un paio di spunti interessanti, potenzialmente poteva essere davvero buono, ma scritto così è di una noia mortale – perdonami la brutalità. Credo – posso soltanto supporlo, Nicola, perché non ho, io, tempo da perdere nello stalkerare gli altri sui social – io credo che tu abbia scattato quella foto perché eri arrabbiato, ed è giusto che sia così. Noi scrittori – non gli scribacchini – c’inventiamo un sacco d’intelligenti sciocchezze per mascherare il nostro unico vero obbiettivo, che è piacere alle persone. Oggi, con questo sistema infernale con cui condividiamo di tutto, siamo ancora più schiavi di questo bisogno che passa per la nostra capacità di mettere in fila una serie più o meno lunga di parole.

E qui torniamo alla questione del nome, caro Nicola, che messa così non ti suonerà più come una nota di folklore. Ti sembra davvero che uno che si chiama Nick Piedediporco possa avere, per così dire, il phisique du rôle dello scrittore? Tu ci tieni a descriverlo come un outsider, una specie di autodidatta fuori da ogni giro – non aderisce a conventicole, non si sporca le mani a fare recensioni per ottenerne indietro favori – come se conoscere dei colleghi debba per forza essere di per sé un disvalore. Gli hai dato questo nome perché ci appaia più come un mezzo delinquente – o, nella migliore delle ipotesi, un manovale – che come un intellettuale.

Diciamocelo senza troppi giri di parole, caro Nicola: il problema di fondo, qui, è il rancore che tu covi contro il mondo editoriale, che incolpi del tuo insuccesso. Nick Piedediporco sei proprio tu, altro che postmoderno! E allora togli almeno la vecchietta, quel buonismo nel finale che è veramente un inno all’ipocrisia, e spingi fino in fondo il tuo protagonista.

Ti do una dritta, voglio essere un poco gentile con te: fallo schiantare contro un guardrail mentre torna a casa e pensa a quel post scellerato, povero Nick, e si vergogna di aver mostrato a tutti la sua delusione, che è la stessa di altri centinaia di aspiranti scrittori come te.

Fai la cosa giusta, Nicola. Per una volta bendati gli occhi e spingi sull’acceleratore. Vedrai che arriverai dritto al cuore delle persone.

Con stima,

S.G.

1 commento su “L’esplosione della bolla”

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