Il rumore dei libri

Questo pezzo è apparso originariamente sul sito di Satisfiction

Nella mia biblioteca c’è un libro che è una vera e propria bussola, un libro sui libri, sull’amore per tutta questa carta che ingiallisce e prende polvere sui ripiani e richiede un po’ di attenzione.
È una storia d’amore, un inno doloroso alla grande passione che anima ogni lettore ingordo, che senza libri non sa come camminare per il mondo. Non credo di aver mai letto niente che si avvicini di più alla condizione di chi si prende cura di un oggetto tanto indifeso, di un oggetto che corre ogni giorno, ogni ora, il pericolo di cadere nelle mani sbagliate.
In Una solitudine troppo rumorosa (Einaudi, 1991) di Bohumil Hrabal i libri sorreggono letteralmente la struttura del mondo in cui vive il protagonista, che da trentacinque anni, come ripete all’inizio di ogni capitolo, pressa la carta vecchia stando tutto il giorno rinchiuso nel buio del magazzino, tra cumuli di libri e topi, dove trangugia boccali di birra «per arrivare meglio al centro stesso dei testi» e salva titoli dal macero, libri che poi si riporta a casa nello zaino, nella casa dove lo attende un cielo di quintali di libri sopra il letto.
In questo romanzo breve e densissimo – dove non ci sono quasi a capo, come se Hrabal lottasse contro il tempo e cercasse di arrivare in qualche modo al fondo prima della pressa, prima anche dei giovani socialisti che imperversano a Praga e che non guardano neanche i libri da cui strappano la copertina prima di gettarli in pasto ai nuovi spaventosi macchinari – in questo romanzo dicevo che i libri sono qualcosa in più e in meno di se stessi. Essi ricreano il mondo e lo rilanciano, «perché un libro come si deve rimanda sempre altrove e fuori».
Ecco allora che il cielo del protagonista è un cielo di carta ma anche qualcosa in più: è il suo Paradiso, il sogno che tiene insieme le sue ore mentre pensa che si comprerà quella stessa pressa su cui lavora ogni giorno, che se la porterà in giardino quando andrà in pensione, nel suo giardino dove creerà pacchi personalizzati, opere d’arte con le stampe appiccicate sui lati, sculture di carta che esporrà allo sguardo dei passanti.
Hrabal non accetta di rinunciare all’idea di un mondo dove si vive «fra uomini che per un pacco di pensieri pressati sono capaci di dare anche la vita». Il suo protagonista inorridisce davanti alla nuova gigantesca pressa idraulica di Bubny, davanti al mondo prefigurato dalla scolaresca portata lì in gita, davanti ai bambini che strappano i libri seguendo l’esempio della maestra, che coi loro ditini piegano la resistenza dei libri, le cui pagine gettano nel nastro trasportatore senza neanche degnare di uno sguardo.
I libri sono qualcosa in più e in meno di se stessi, perché senza i lettori hanno ben poco di che difendersi, il loro cielo cade su di noi e ci precipita giù, ci sprofonda nelle cloache dove impazza la guerra tra i clan di surmolotti, nei tempi bui dei regimi che bruciano i libri e anche l’unico amore del protagonista, «la zingara che non voleva niente più che accendere la stufa con la legna che portava sulle spalle, quei pali e tavole pesanti dei cantieri di demolizione, legni
grandi come una croce, davvero non voleva più che cucinare gulasch di patate con salame di cavallo, aggiungere carbone nella stufa e in autunno lanciare l’aquilone ai cieli.»
I libri sono apertura e chiusura al tempo stesso, sono la volta che opprime i sogni del protagonista e il suo pubblico, la sua solitudine popolata di pensieri e pensatori con cui non fa che dialogare, dai filosofi dell’antica Grecia agli esistenzialisti francesi. I libri sono qualcosa di più e di meno dei libri stessi, e a volte sono l’unica cosa che rimane, l’unica difesa che ci possa salvare dalla gigantesca pressa che schiaccia anche gli uomini e toglie loro ogni goccia di
sangue e di sentimento, ogni emozione.

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