Archivi categoria: recensioni

Non si dimentica una voce

Questo articolo è apparso originariamente su Satisfiction

In una biblioteca che si rispetti dovrebbe esserci sempre un libro terribile e meraviglioso; un libro che ne stravolga l’ordine e trami nell’oscurità per una rovinosa caduta di tutto il sistema del proprio sapere compilato negli anni con dovizia. Si tratta di un libro scomodo, che ci ricorda qualcosa che abbiamo messo a tacere; relegato in un angolo o custodito in bella vista non fa alcuna
differenza, perché nell’uno o nell’altro caso abbandonato, esiliato dal mondo delle belle parole da ripetere e dei concetti da usare. In realtà è passato così tanto tempo dall’ultima volta che lo abbiamo sfogliato che ce ne siamo dimenticati la voce.
Un libro così io lo porto con me da circa vent’anni. È Aden Arabia (tornato recentemente disponibile grazie alle Edizioni dell’Asino) di Paul Nizan, il cui incipit fece subito leva sulle mie attitudini anarcoidi di ragazzo di provincia poco incline al gusto degli altri: «Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita.» Continua a leggere Non si dimentica una voce

L’arte della disciplina

Questo pezzo è uscito originariamente su Satisfiction

Se penso a Mishima, al modo con cui mi divorai in poco tempo quasi tutta la sua bibliografia, devo ritornare con la memoria ai primi anni dell’università, alla metà degli anni Novanta e alle musicassette registrate dei CCCP, grazie ai quali scoprii l’esistenza dello scrittore giapponese.
Nel rileggere Il Padiglione d’oro (Feltrinelli, 1996) non fatico a ritrovare quegli elementi che mi colpirono già allora, primi tra tutti la scrittura così controllata dell’autore e la capacità di condensare il mondo in un quadretto. Ecco ad esempio come Mizoguchi, il giovane protagonista del romanzo, descrive il tempio per come se lo immagina dopo averne letto la storia in un libro d’arte: «Simile ad una luna sospesa in un cielo notturno, il Padiglione d’oro era stato costruito quasi a simbolo d’un’epoca fosca e tetra: era dunque inevitabile che il Padiglione dei miei sogni fosse circondato da ogni parte d’oscurità. In quella oscurità la costruzione dai bei pilastri snelli stava silenziosa e salda, sprigionando una vaga luce dall’interno.» La descrizione continua con la fenice d’oro che corona il tetto del tempio, poche righe più avanti paragonato a «un elegante vascello sul mare del tempo.» Continua a leggere L’arte della disciplina

Il rumore dei libri

Questo pezzo è apparso originariamente sul sito di Satisfiction

Nella mia biblioteca c’è un libro che è una vera e propria bussola, un libro sui libri, sull’amore per tutta questa carta che ingiallisce e prende polvere sui ripiani e richiede un po’ di attenzione.
È una storia d’amore, un inno doloroso alla grande passione che anima ogni lettore ingordo, che senza libri non sa come camminare per il mondo. Non credo di aver mai letto niente che si avvicini di più alla condizione di chi si prende cura di un oggetto tanto indifeso, di un oggetto che corre ogni giorno, ogni ora, il pericolo di cadere nelle mani sbagliate.
In Una solitudine troppo rumorosa (Einaudi, 1991) di Bohumil Hrabal i libri sorreggono letteralmente la struttura del mondo in cui vive il protagonista, che da trentacinque anni, come ripete all’inizio di ogni capitolo, pressa la carta vecchia stando tutto il giorno rinchiuso nel buio del magazzino, tra cumuli di libri e topi, dove trangugia boccali di birra «per arrivare meglio al centro stesso dei testi» e salva titoli dal macero, libri che poi si riporta a casa nello zaino, nella casa dove lo attende un cielo di quintali di libri sopra il letto. Continua a leggere Il rumore dei libri

A volte surreale a volte visionario

Quella che segue è una breve recensione scritta da Barbara Antonelli.

La vita si moltiplica nelle incursioni tra l’inconscio e la realtà, tra quello che desideriamo e sogniamo per noi stessi e la misura dello scostamento dalla realtà. Siamo esseri umani non macchine, ma come liberarsi dai ruoli che ci privano dell’identità? Solo affidandosi a vite possibili, immaginate? I ruoli ricoperti nella società conducono al limite della vulnerabilità mentale, dove la voce dello psicologo diventa un campanello d’allarme che obbliga a negare ogni alternativa possibile. Come in “Vera”, un percorso a ritroso fino all’infanzia rivissuto come in un cinematografo, a recuperare i ricordi fino a prendere per mano il nostro io bambino.
Anche quando la realtà si fa Vera, non è poi così semplice accettare la verità.
Le città sono apparati digerenti che fagocitano le nostre vite, mentre nelle scuole viene assegnato agli alunni lo svolgimento di un compito di realtà, che include già nella sua formulazione le sembianze della contraffazione.
L’uomo è colpevole di aver disimparato a vedere e ad ascoltare e di essersi abituato ad assorbire, senza registrare.
L’incapacità di sentimento fa in modo che la natura si riprenda i propri spazi e diventi responsabile dell’estinzione della civiltà umana. Allora che senso ha per il protagonista de “La scatola nera” conservare i rumori per quando scompariranno le città, se nessuno potrà ascoltarli?
All’interno dei palazzi di cemento si svolgono vite separate, dove il lavoro del tempo è un rumore di fondo, che logora e contrasta con il fracasso dei pensieri.
Ghelli disegna città e società divoratrici di vite, che allevano animali da batteria pronti ad essere sacrificati alla volontà del sistema.
A volte surreale a volte visionario, il mondo evocato da Ghelli ha sempre i contorni sfumati della possibilità, come se le vite dei protagonisti dei racconti fossero ben lontane dall’essere definite, compiute. La fuga dai vincoli imposti apre la strada alla vita moltiplicata, al rifugio in mondi alternativi, ma si tratta sempre di una fuga che comporta un ritorno, ovvero la presa di coscienza che, a tenerci lontani da quello che avremmo voluto fare, è la paura di vivere.
Come in “Oboe d’amore”, dove il limite è imposto dalla severa educazione di una madre e dove l’invito è quello di imparare ad ascoltare se stessi e ad aprirsi.
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Una recensione sommersa

Alessandro Boni ha fatto parte, col sottoscritto e tanti altri, del progetto Scrittori Sommersi. Questa è la recensione che ha scritto dopo aver letto i miei racconti (anche la fotografia è sua) ed io lo ringrazio per avermi concesso il permesso di pubblicarla.

Già dalla copertina del libro, che è una piccola antologia ragionata di racconti, si evince che l’autore – che ha fatto scrivere il proprio nome e cognome in minuscolo – non voglia rubare la scena ai protagonisti delle storie narrate e si voglia mettere in disparte a osservare piccole e grandi vicende del quotidiano per provare a raccontarle. Continua a leggere Una recensione sommersa

La parola ai lettori

Quelli che seguono sono i pareri di alcuni lettori che hanno letto la mia nuova raccolta di racconti, Non risponde mai nessuno (Miraggi, 2017). La fotografia qui a fianco è di Fabio Mendolicchio.

Quando arriva l’estate l’ho letto in autobus la prima volta e ho mancato la fermata. Sono scesa alla successiva e ferma nella pensilina ho continuato a leggere. Non so perché con questo freddo, ancora oggi, io abbia tanta voglia di amarene.
Giulia Fuso Continua a leggere La parola ai lettori

L’arte di recensire

1535388_10203916669021300_67762326908588008_nSulle recensioni (di film, di libri) mi sono fatto nel tempo l’idea che non possano che essere degli spunti, delle riflessioni impressioniste. E’ l’unico modo possibile per esprimere un grado di sincerità, per parlare dal luogo in cui guardiamo o leggiamo. Sempre più spesso mi capita invece d’incappare in pensieri in pillole, condizionati da due o tre libri che si sono letti all’università o altrove, senza rispetto alcuno per l’opera. Se si vuole studiare (studiare bene) allora è giusto darsi all’analisi, alla critica ragionata, che passa per un armamentario di testi. Demolire un’opera tanto per sfoggiare un minimo di sapere è la cosa peggiore che possa fare un buon critico.