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Una recensione sommersa

Alessandro Boni ha fatto parte, col sottoscritto e tanti altri, del progetto Scrittori Sommersi. Questa è la recensione che ha scritto dopo aver letto i miei racconti (anche la fotografia è sua) ed io lo ringrazio per avermi concesso il permesso di pubblicarla.

Già dalla copertina del libro, che è una piccola antologia ragionata di racconti, si evince che l’autore – che ha fatto scrivere il proprio nome e cognome in minuscolo – non voglia rubare la scena ai protagonisti delle storie narrate e si voglia mettere in disparte a osservare piccole e grandi vicende del quotidiano per provare a raccontarle. Continua a leggere Una recensione sommersa

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La parola ai lettori

Quelli che seguono sono i pareri di alcuni lettori che hanno letto la mia nuova raccolta di racconti, Non risponde mai nessuno (Miraggi, 2017). La fotografia qui a fianco è di Fabio Mendolicchio.

Quando arriva l’estate l’ho letto in autobus la prima volta e ho mancato la fermata. Sono scesa alla successiva e ferma nella pensilina ho continuato a leggere. Non so perché con questo freddo, ancora oggi, io abbia tanta voglia di amarene.
Giulia Fuso Continua a leggere La parola ai lettori

L’arte di recensire

1535388_10203916669021300_67762326908588008_nSulle recensioni (di film, di libri) mi sono fatto nel tempo l’idea che non possano che essere degli spunti, delle riflessioni impressioniste. E’ l’unico modo possibile per esprimere un grado di sincerità, per parlare dal luogo in cui guardiamo o leggiamo. Sempre più spesso mi capita invece d’incappare in pensieri in pillole, condizionati da due o tre libri che si sono letti all’università o altrove, senza rispetto alcuno per l’opera. Se si vuole studiare (studiare bene) allora è giusto darsi all’analisi, alla critica ragionata, che passa per un armamentario di testi. Demolire un’opera tanto per sfoggiare un minimo di sapere è la cosa peggiore che possa fare un buon critico.

Psicanalisi del racconto

Segnalo una bella e approfondita recensione di Stefania Segatori su TerraNullius, dove si analizzano puntualmente i racconti raccolti ne L’ora migliore.

Il racconto che inaugura la raccolta, L’ora migliore, è il monologo, non privo di allucinazioni, di uno scrittore, chiuso nella sua stanza, alle prese con la scrittura: ci sono crepe che si aprono come voragini, mosche fastidiose, penne da raggiungere, notti insonni, pannelli di polistirolo che separano (o proteggono?) da mondi sconosciuti. «Scrivere aiuta a difendersi dalla dittatura del Soggetto», sostiene il narratore; ma forse non da quella dell’inconscio. Scrivere implica confronti/scontri continui: con il computer («Piuttosto, mi preoccupa questa secchezza della materia cerebrale, questo atrofizzarsi del pensiero delegato alle macchine», p. 13); con gli editori («Gli editori sono come dei geometri che ti accolgono tra le loro rendite catastali. S’inventano degli spazi ovunque, quelli! Basta pagare e avrai il tuo appezzamento di terreno su cui arare e inseminare il verbo», p. 14); con i tempi che cambiano («Per essere degli scrittori bisogna saper stare al passo coi tempi, soprattutto di questi tempi in cui chiunque è libero di farne ciò che vuole del proprio intelletto», p. 15); con la punteggiatura, in particolare col punto finale («un misero punto» che «ti avverte del baratro», «ogni volta è come uccidersi un poco con le proprie mani», p. 17). Allora qual è l’ora migliore per afferrare quella maledetta penna e scrivere? «Quella che tarda ad arrivare», quella che giunge un attimo prima di addormentarsi, prima che le palpebre (altro grande ostacolo di ogni scrittore) comincino a scendere, per non permettere al sonno di rubarci le idee. Le parole «vengono un attimo prima del sonno».

Epifania della parola

Un estratto dalla bellissima recensione di Sonia Caporossi su Critica Impura.

I racconti di Ghelli non sono pertanto realistici, bensì, al limite, possono dirsi  “realizzanti”, in quanto riconducono continuamente e sempre parzialmente il proprio sostrato di significanza sulla scala di valore del simbolo, consistendo il loro supremo sforzo comunicativo in un tormentato fieri, in un percorso metamorfico di fatica, in un brancolio nel buio alla ricerca dell’epifania della parola, come si evince nel magistrale racconto che dà il titolo all’intera raccolta, “l’Ora migliore”: “so che non possiamo farne a meno, eppure un giorno non ci sarà. La parola scritta. Un giorno non molto lontano, non più. L’ho inseguita tra i terremoti del sogno, e ora so che cos’era tutta quell’acqua fitta attraverso le crepe” (p. 11). Il dilavare delle infiltrazioni nell’anima è come l’ “anello che non tiene” di montaliana memoria,  sta lì a ricordarci la troppa umanità dello scrittore ed il suo travaglio, il labor limae dell’autore – carpentiere, che stucca e ristucca i mobili pensieri affinché, contro ogni strutturalismo, le parole aderiscano alle cose, e non accada invece il contrario.

Il gusto degli altri

A fine estate, giunge lieta la notizia di una nuova recensione della mia raccolta di racconti. E’ molto importante che di un libro si continui a parlare anche a distanza, che l’attenzione non si spenga nel breve volgere del tempo che mastica gli innumerevoli titoli sfornati dall’industria culturale. Forse tutto ciò è possibile proprio perché i racconti, in questo nostro paese, hanno già poco mercato, e quindi possono permettersi il lusso di obbedire ad altre regole. Forse perché, prendeno a prestito le parole con cui si conclude la recensione di Giovanna Repetto, il mio « E’ un libro schivo, quasi dimesso, che rivela i suoi pregi nel tempo.»

Concordo sul giudizio, su quel  “mangiabile” con cui viene valuta la mia opera, proprio perché “discontinua” nella sua qualità – e in effetti si tratta di un bel guazzabuglio di cose; di un “cacciucco” di idee, se dovessi usare un paragone attingendo dalla tradizione della cucina a cui appartengo. Mi piace insomma l’idea che il lettore sia costretto, a causa delle mie imperfezioni, a togliere qualche lisca dal piatto; a compiere lo sforzo di usare anche un po’ del suo ingegno: in poche parole a rileggere, per capire se veramente sia il cuoco ad aver sbagliato o non il proprio palato, abituato a gustare sempre le stesse cose.

Una parola rubata al sonno

Andrea Mazzoli ha recensito il mio ultimo libro per Wu Magazine.

Ne  L’ora migliore e altri racconti, pubblicato da Edizioni Il foglio, confluisce tutta la potenza espressiva e l’esperienza narrativa di Simone. 
L’ora migliore è quella rubata al sonno. Il momento in cui dovremmo far tutt’altro che scrivere, e invece sembra naturale aggrapparci alla parola. 
Gli undici racconti brevi si susseguono come episodi di un film, regalandoci sketch divertenti e momenti poetici, in un continuo alternarsi di episodi surreali. 
Spesso dietro le trame si cela una profonda riflessione sull’urgenza di scrivere. Un trasporto avvertibile in racconti come Lo Sceriffo o nello splendido Le strade della filosofia, in cui l’autore traccia la divertente mappa di un quartiere romano «dove a perdersi, s’impara un bel pezzo di storia della filosofia». Alcuni protagonisti sembrano provenire dal mondo onirico delle pellicole di Fellini, altri dalle strade del nostro quartiere. Sono personaggi semplici, spesso individui al limite, il cui sguardo dell’autore riveste di una profondità particolare, e se non è sempre facile immedesimarsi con loro, non possiamo mai fare a meno di partecipare alle loro riflessioni. 
Un libro agile, sicuramente eterogeneo ma tenuto assieme dal medesimo sguardo sul mondo e da una scrittura per niente pomposa, per cui vale la pena perdere un’ora di sonno.

Qua la recensione completa.

Si sono mangiati anche il mio libro

Testi determinati da una sorta di imprevedibile torpore creativo e da sensazioni che si affacciano in prossimità del sonno, ma capaci di alimentare, con sorprendente meraviglia, pulsioni e ricordi che provocano immagini sospese. Qualcosa di lieve e al tempo stesso fermo e lapidario. Una regione intangibile di palpiti e visioni in cui si aggirano personaggi che appaiono avvolti da un’aura d’inconciliabilità con il mondo esterno. Naufraghi rimasti impigliati tra le reti di un immaginario privato di ogni tinta consolatoria, in cui ogni impresa è più o meno vana e destinata allo scacco. Ma nella quale è necessario, nonostante tutto, vivere la propria condizione fino alle estreme conseguenze.

Qua potete leggere per intero la recensione di Gian Paolo Grattarola sul sito Mangialibri.

RACCONTI MORALI

Ma il racconto migliore, secondo noi, è quello che chiude la raccolta, cioè Passaggi dagli sconosciuti, anche qui, escursione nel costume dei giovani italiani, affresco allucinato di ragazzi eccitati da droghe leggere e alcool, in fuga verso una spiaggia dai contorni fantastici per una nottata di sesso sfrenato. Serata che si conclude poi con un rovinoso incidente stradale dai connotati grotteschi e ancor più visionari. Quest’ultimo racconto, il migliore come dicevamo prima, ha un felice equilibrio dei toni, una più compiuta armonia costruttiva, una maggiore concretezza disegnativi, ma anche aloni di fantasia onirica e spaziature nei freddi orizzonti del realismo.

Il resto della recensione di Francesco Sasso sul blog Retroguardia 2.0 potete leggerlo qua.

IL RACCONTO REINVENTATO

Simone Ghelli ha scritto un libro insolito. “L’ora migliore e altri racconti” (Il foglio letterario, 2011) difatti sono tali (almeno alcuni di essi) solo derogando alla poliziesca o mercantile mania di classificare qualsivoglia testo venga messa in commercio prima ancora che questo accada: gli editori ne sanno qualcosa, presi dal panico di non vendere gli oggetti desueti che qualche buontempone pur provvisto di talento si ostina a sottoporgli.

Una decina di testi brevi e brevissimi quelli di Ghelli che in alcuni casi soddisfano le aspettative del lettore a caccia di una storia, in altri se ne infischiano e seguono l’andamento stralunato ma non troppo di una mente divagante, disposta a seguire i voli imprevedibili di fantasie lucide e capricciose per vedere come va a finire.

Qui potete leggere il resto della recensione scritta da Michele Lupo per “Il Recensore”.

Funambolismi letterari

Barbara Gozzi ha recentemente parlato del mio libro accostandolo all’ultimo lavoro di Flavio Santi (Aspetta primavera, Lucky – Ed. Socrates): un libro che ho particolarmente apprezzato, e che ha molto a che fare con Luciano Bianciardi, scrittore tra i più amati dal sottoscritto. Insomma, è stata una sorpresa e un onore al tempo stesso leggere di me tra queste belle righe.

Entrambi gli autori, nelle evidenti diversità stilistiche, giocano con alcune tecniche narrative per raccontare – tutto sommato – di cose semplici che hanno a che fare con quest’Italia contemporanea, con la gente che siamo diventati tra rincorse, affanni, cecità, incoerenze, tecnologismi soffocanti, sentimenti, gestioni complicate e le scritture.

La scrittura è, in effetti, un elemento ricorrente in entrambi i libri. Gli autori palesano disagi, fatiche, follie e chiusure d’un mondo, quello dell’editoria quanto quello della letteratura, degli intellettuali contemporanei; e lo fanno tra simboli ed eccessi quasi a voler gridare le personali rabbie, insoddisfazioni, delusioni.

Di nuovo, entrambi gli autori tentano accenni, quasi occhiolini, di natura miscelativa, si avverte l’esigenza di provare linguisticamente e strutturalmente soluzioni destabilizzanti, a rompere linearità narrative quanto aspettative standard del lettore.

Qui il resto dell’articolo.