A volte surreale a volte visionario

Quella che segue è una breve recensione scritta da Barbara Antonelli.

La vita si moltiplica nelle incursioni tra l’inconscio e la realtà, tra quello che desideriamo e sogniamo per noi stessi e la misura dello scostamento dalla realtà. Siamo esseri umani non macchine, ma come liberarsi dai ruoli che ci privano dell’identità? Solo affidandosi a vite possibili, immaginate? I ruoli ricoperti nella società conducono al limite della vulnerabilità mentale, dove la voce dello psicologo diventa un campanello d’allarme che obbliga a negare ogni alternativa possibile. Come in “Vera”, un percorso a ritroso fino all’infanzia rivissuto come in un cinematografo, a recuperare i ricordi fino a prendere per mano il nostro io bambino.
Anche quando la realtà si fa Vera, non è poi così semplice accettare la verità.
Le città sono apparati digerenti che fagocitano le nostre vite, mentre nelle scuole viene assegnato agli alunni lo svolgimento di un compito di realtà, che include già nella sua formulazione le sembianze della contraffazione.
L’uomo è colpevole di aver disimparato a vedere e ad ascoltare e di essersi abituato ad assorbire, senza registrare.
L’incapacità di sentimento fa in modo che la natura si riprenda i propri spazi e diventi responsabile dell’estinzione della civiltà umana. Allora che senso ha per il protagonista de “La scatola nera” conservare i rumori per quando scompariranno le città, se nessuno potrà ascoltarli?
All’interno dei palazzi di cemento si svolgono vite separate, dove il lavoro del tempo è un rumore di fondo, che logora e contrasta con il fracasso dei pensieri.
Ghelli disegna città e società divoratrici di vite, che allevano animali da batteria pronti ad essere sacrificati alla volontà del sistema.
A volte surreale a volte visionario, il mondo evocato da Ghelli ha sempre i contorni sfumati della possibilità, come se le vite dei protagonisti dei racconti fossero ben lontane dall’essere definite, compiute. La fuga dai vincoli imposti apre la strada alla vita moltiplicata, al rifugio in mondi alternativi, ma si tratta sempre di una fuga che comporta un ritorno, ovvero la presa di coscienza che, a tenerci lontani da quello che avremmo voluto fare, è la paura di vivere.
Come in “Oboe d’amore”, dove il limite è imposto dalla severa educazione di una madre e dove l’invito è quello di imparare ad ascoltare se stessi e ad aprirsi.
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Intervista sul racconto

È opinione diffusa che il racconto sia un qualcosa di semplice, addirittura di occasionale, o peggio ancora il fratello minore del romanzo. Qual è la tua opinione in merito?

Che il racconto sia più semplice del romanzo è una sciocchezza, così come l’idea che possa essere un esercizio per avvicinarsi a quest’ultimo. Per molti scrittori e addetti ai lavori il racconto è anche un modo per farsi conoscere e arrivare alla pubblicazione con un editore; alcuni arrivano addirittura a paragonarlo alla palestra (e con esso le riviste e i siti letterari dove i racconti si pubblicano), dunque a un mezzo per allenarsi e farsi i muscoli. Questa è esattamente la visione che porta poi a considerare il racconto come il fratello minore del romanzo. L’ho già detto che è una stupidaggine? Continua a leggere Intervista sul racconto

Lo sviluppo dei personaggi

Il personaggio, per come lo intendo io, sta sul limite, cammina sul bordo: è il risultato dell’incontro tra le nostre proiezioni mentali (quello che vorremmo essere o quello che ancora non sappiamo di noi) e il mondo di immagini in cui siamo immersi. Per questo motivo, il rischio più grande del personaggio è quello di rimanere un contenitore vuoto.
Se ne avete voglia, il 30 novembre e il primo dicembre ci sarà da lavorare.
Per info e prenotazioni: armoniosonoro@gmail.com

La vita moltiplicata

Segnalo l’uscita della mia nuova raccolta di racconti per l’editore Miraggi.

Nella sua nuova raccolta Ghelli racconta storie e personaggi che si muovono sul labile crinale che divide la realtà dal sogno e dall’inconscio. Fin dal titolo, La vita moltiplicata, l’autore dimostra di voler scommettere sulla scrittura come strumento capace di intercettare altre dimensioni – altre rispetto a quella che siamo soliti definire “realtà” – dove si moltiplicano le immagini, i quadri e le scene mentali. Il risultato finale è quello di un grande cinematografo interiore in cui i protagonisti, e con essi i lettori, si muovono in cerca di una via di fuga dal sogno a occhi aperti che sembra averli intrappolati per sempre.

Le immagini ovunque

Gli studi sul cinema hanno esercitato una grande influenza sul mio modo di scrivere. Il proliferare delle immagini mentali – oniriche e inconsce – è uno dei temi centrali della nuova raccolta che ho appena terminato di scrivere. Il cinema, inteso come oggetto di studio e produttore di immaginario, è anche uno dei protagonisti del romanzo su cui lavoro ormai da anni.
Le riflessioni sulle immagini (legate ad esempio al montaggio che ne fa la memoria) tornano dunque spesso nelle storie che racconto, come ad esempio in questa, intitolata Tutti vedevano il suo dolore, che fa parte dell’ultima raccolta che ho pubblicato (Non risponde mai nessuno, Miraggi 2017). 

Claudio non era più tornato su quella strada.
Silvia gli raccontava che ogni volta che ci andava per fare lezione le veniva da guardare in quello stesso punto e si aspettava di trovarla, invece non era rimasto che quel cuscino sporco che le persone non si erano nemmeno degnate di togliere.
«Lo sai che c’è ancora su Google Map?» Continua a leggere Le immagini ovunque

How to write an effective short story

Given that I’ve been writing short stories for a while now and  I’ve run classes of short tale writing every now and again, this post seemed to be a natural evolution of my path.
So here you are a list of ready-made pieces of advice to follow- if you like it- through your writing process.
Before starting just a little note about the title of my post. I’ve decided not to name it “How to write a beautiful short story” because what I concern myself most here with is not the Beauty -which is about the Aesthetic- but making a tale work, which has much to do with a teacher such as me.
Doing justice to our original ideas, exactly like we’ve pictured it in our head is my aim.
I hope it’s going to be supportive! Continua a leggere How to write an effective short story

Come scrivere un racconto che funzioni

Visto che scrivo racconti da un po’ e considerato che tengo ogni tanto anche dei corsi di scrittura sulla forma breve, ho pensato di buttar giù un piccolo elenco di consigli che potete seguire durante la stesura di un racconto (o anche no, fate un po’ voi).
Una specificazione importante: non ho intitolato questo post “come scrivere un bel racconto” perché del bello (e del brutto) si occupa l’estetica, che non è il mio campo. Quello che m’interessa, come scrittore e insegnante, è se una cosa (in questo caso un racconto) funziona, ovvero se riesce a rendere giustizia all’idea originale, a quello che avevamo in testa e a come volevamo dirlo. Continua a leggere Come scrivere un racconto che funzioni

Jurij Gagarin

Il breve racconto che segue potrebbe essere considerato anche come la costruzione di un personaggio o come l’incipit di una storia più lunga. Un racconto è sempre una finestra su qualcosa, lo spaccato di un mondo più grande che si espande fuori campo.

Mi chiamo Iuri, come Jurij Gagarin, ma più italiano.
Sono nato quattordici anni dopo il primo viaggio nello spazio. Dieci giorni prima moriva Pier Paolo Pasolini.
Mio padre non leggeva romanzi – sosteneva che fossero contrari al realismo socialista – ma L’Unità sì, quella la comprava ogni giorno.
Il mio nome l’ha scelto lui, la sera prima che venissi al mondo. Continua a leggere Jurij Gagarin

Nessuna gioia di scrivere

Il brano che segue, tratto dal romanzo Il posto di Annie Ernaux (L’Orma Editore, 2014), è una dichiarazione di poetica che mi sento di sottoscrivere. Un altro titolo buono per questo post poteva essere anche: Si dovrebbe sempre scrivere soltanto del necessario. Oppure: il peso di ogni singola parola.

Scrivo lentamente. Sforzandomi di far emergere la trama significativa di una vita da un insieme di fatti e di scelte, ho l’impressione di perdere, strada facendo, lo specifico profilo della figura di mio padre. L’ossatura tende a prendere il posto di tutto il resto, l’idea a correre da sola. Se al contrario lascio scivolare le immagini del ricordo, lo rivedo com’era, la sua risata. E la sua andatura, mi conduce per mano alla fiera e le giostre mi terrorizzano, tutti i segni di una condizione condivisa con altri mi diventano indifferenti. Ogni volta, mi strappo via dalla trappola dell’individuale.
Naturalmente, nessuna gioia di scrivere, in questa impresa in cui mi attengo più che posso a parole e frasi sentite davvero, talvolta sottolineandole con dei corsivi. Non per indicare al lettore un doppio senso e offrirgli così il piacere di una complicità, che respingo invece in tutte le forme che può prendere, nostalgia, patetismo o derisione. Semplicemente perché queste parole e frasi dicono i limiti e il colore del mondo in cui visse mio padre, in cui anch’io ho vissuto. E non si usava mai una parola per un’altra.
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L’arte del racconto/2

Da mercoledì 6 febbraio il laboratorio “L’arte del racconto” approda a Ponte Milvio, da Libri&Bar Pallotta. Saranno 12 incontri, tutti i mercoledì dalle 17.30 alle 19.30. Per maggiori info potete scrivermi all’indirizzo e-mail dadasimo@gmail.com

In questo laboratorio – indicato anche per chi si accosta per la prima volta alla scrittura, intesa come strumento narrativo – affronteremo le diverse fasi che portano alla costruzione di un racconto. Continua a leggere L’arte del racconto/2

Scrivo storie, perlopiù brevi. Insegno scrittura creativa all'Upter