La mia Heimat

iperinflazioneSi era davvero così tanto abituato a sentirsi una bestia?
Eppure si era sempre sentito speciale: buono e speciale.
Aveva quella libreria così grande e la finestra che dava sul parco dove il vento scuoteva senza requie le foglie della grande palma e i rami della mimosa.
Aveva tutte quelle parole, dentro e fuori, ma non riusciva a mettere insieme un singolo pensiero.   Continua a leggere La mia Heimat

Diario di un impostore /6 (the end)

yves-tanguy-the-hand-in-the-clouds-s Dunque: tutto quello che ho fatto l’ho fatto per me. Non dico che non lo saprà mai nessuno, ma saranno senz’altro in pochi: mia moglie e i nostri animali.

La mia è una falsa modestia, il prodotto di un ego smisurato che non conosce confronti. Sarei capace di essere un impostore persino da morto e la mia foto non coinciderebbe in nulla con quello che ero. Il perimetro sarebbe stretto come quello di una lapide e di scritto non ci sarebbero che il nome e delle date. Continua a leggere Diario di un impostore /6 (the end)

Diario di un impostore /5

stuffmomnevertoldyou-86-2014-03-computer-0È così che arrivo alla scrittura, dopo aver abbandonato la musica. Quella era l’unica cosa che mi faceva sentire vero, radicato nel presente e libero dalla forza del pensiero che ti trascina avanti e indietro. Non dovevo che sentire e sentirmi.
La scrittura, invece, è un labirinto e il perimetro non fa che estendersi tra passato e futuro. Con la scrittura il corpo evapora, anche quando si fa della cattiva letteratura. Quanto alla mia, io la uso per accanirmi contro il mio ego e ostentare quella severità che non dimostro davanti agli altri.
Impostore fino in fondo, lo sono anche nei miei confronti.
Inizio progetti che poi abbandono e riprendo, ma per lo più finisco sempre con l’abbandonare. Io sono per l’eterno ricominciamento, forse perché nella vita non faccio invece che ripetermi. Scrivo per l’ebrezza dell’inizio, per quell’idea di capolavoro che non supera una manciata di virgole, un paio di punti o tre. Cerco la perfezione nel dettaglio. Forse non sono che un poeta mancato, impostore supremo in un mondo di pensieri in pochi caratteri. O forse è soltanto che ho imparato a scrivere tra una telefonata e l’altra, perché è il mio lavoro.
Il perimetro è lo schermo del computer su cui appunto gli occhi per ore. Sopravvivo immaginandomi scrittore, ma a definirmi è ben altro: sono un paio di cuffie che cambiano ogni giorno, le frasi da copione che non cambiano mai. Ho persino ripreso a scrivere a penna, su un quaderno che copro con i gomiti come quando andavo a scuola. Ho paura che possano chiedere, che possano vedere. Dovrei forse ammettere che scrivo? Dire che vorrei un perimetro tutto mio dove costruire storie?

"Ma una letteratura minore o rivoluzionaria comincia coll'enunciare, e vede e concepisce solo dopo" (Gilles Deleuze)