L’esplosione della bolla

Questo racconto è stato originariamente pubblicato sulla rivista Il Reportage (n. 42 aprile/giugno 2020)

Caro Nicola,

premetto che in queste righe potrò sembrarti duro, persino spietato, ma non hai idea dello sforzo che ho dovuto fare per contenermi. Eppure non siamo nemmeno amici, e non è che io ti debba qualcosa.

Il fatto è che certe cose mi danno proprio ai nervi, a cominciare da questo bisogno di darti un tono. Passi per Nick – sono d’accordo con te che Nick Bencini suoni un po’ come John Fante, che ti piaccia insomma il fatto che il lettore possa pensare a un italoamericano figlio di povera gente, uno che a scrivere ci è arrivato dopo tanta gavetta – ma la storia su Nick Piedediporco io davvero non riesco a digerirla. Continua a leggere L’esplosione della bolla

Vera – un estratto

Quello che segue è un breve estratto preso dal racconto “Vera”, che fa parte della raccolta La vita moltiplicata
(Miraggi, 2019).

 

Salì i gradini a due a due, bussò a tutte le porte. Dietro
di quelle sentiva il rumore delle incombenze mattutine, le
voci delle donne e dei bambini appena svegli su tutte, e
per le scale un gran trambusto di lavatrici in funzione, un
unico grande cestello in cui vorticava tutto il palazzo e lui
dentro che girava. Doveva essersi fatto fantasma anch’egli,
pensò Livio, perché, per quanto battesse con le nocche e
gridasse, nulla mutava dall’altra parte, al di là degli usci,
dove il quotidiano continuava il suo corso e così fu per tutti
i piani e infino all’ultimo. Quando fu arrivato in cima, al
sommo dell’edificio, sentì venirgli meno le gambe e con
esse il fiato, che aveva usato tutto nel correre e urlare; e
avrebbe voluto però continuare ancora, se solo vi fosse stata
una terrazza su cui affacciarsi a guardare l’orrore. Continua a leggere Vera – un estratto

Il silenzio, per un minuto o forse più

Questo articolo è apparso originariamente su Satisfiction.

«Li senti, papà, gridano come maiali. Non hanno nessuna pietà. Il nostro quartiere è peggio della morte.»
Parlare di libri su internet, dov’è tutto un rumoreggiare di pensieri, può sembrare una contraddizione (e in parte lo è, visto che la lettura si prende il suo tempo e non ammette troppe distrazioni).
C’è infatti questo romanzo di Claudio Piersanti, Luisa e il silenzio (Feltrinelli 1997), al quale non ho fatto che pensare per mesi. Stava lì, un po’ nascosto nella mia libreria, un po’ schivo come gli si addice. Un giorno, complice questa rubrica, l’ho preso e riletto; era in fondo quello che volevo da tempo. Dentro ci ho ritrovato questa sorta di nausea per il chiacchiericcio, per il chiasso che sento sempre più forte in rete e che mi ha stancato. Continua a leggere Il silenzio, per un minuto o forse più

Non si dimentica una voce

Questo articolo è apparso originariamente su Satisfiction

In una biblioteca che si rispetti dovrebbe esserci sempre un libro terribile e meraviglioso; un libro che ne stravolga l’ordine e trami nell’oscurità per una rovinosa caduta di tutto il sistema del proprio sapere compilato negli anni con dovizia. Si tratta di un libro scomodo, che ci ricorda qualcosa che abbiamo messo a tacere; relegato in un angolo o custodito in bella vista non fa alcuna
differenza, perché nell’uno o nell’altro caso abbandonato, esiliato dal mondo delle belle parole da ripetere e dei concetti da usare. In realtà è passato così tanto tempo dall’ultima volta che lo abbiamo sfogliato che ce ne siamo dimenticati la voce.
Un libro così io lo porto con me da circa vent’anni. È Aden Arabia (tornato recentemente disponibile grazie alle Edizioni dell’Asino) di Paul Nizan, il cui incipit fece subito leva sulle mie attitudini anarcoidi di ragazzo di provincia poco incline al gusto degli altri: «Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita.» Continua a leggere Non si dimentica una voce

L’arte della disciplina

Questo pezzo è uscito originariamente su Satisfiction

Se penso a Mishima, al modo con cui mi divorai in poco tempo quasi tutta la sua bibliografia, devo ritornare con la memoria ai primi anni dell’università, alla metà degli anni Novanta e alle musicassette registrate dei CCCP, grazie ai quali scoprii l’esistenza dello scrittore giapponese.
Nel rileggere Il Padiglione d’oro (Feltrinelli, 1996) non fatico a ritrovare quegli elementi che mi colpirono già allora, primi tra tutti la scrittura così controllata dell’autore e la capacità di condensare il mondo in un quadretto. Ecco ad esempio come Mizoguchi, il giovane protagonista del romanzo, descrive il tempio per come se lo immagina dopo averne letto la storia in un libro d’arte: «Simile ad una luna sospesa in un cielo notturno, il Padiglione d’oro era stato costruito quasi a simbolo d’un’epoca fosca e tetra: era dunque inevitabile che il Padiglione dei miei sogni fosse circondato da ogni parte d’oscurità. In quella oscurità la costruzione dai bei pilastri snelli stava silenziosa e salda, sprigionando una vaga luce dall’interno.» La descrizione continua con la fenice d’oro che corona il tetto del tempio, poche righe più avanti paragonato a «un elegante vascello sul mare del tempo.» Continua a leggere L’arte della disciplina

Il rumore dei libri

Questo pezzo è apparso originariamente sul sito di Satisfiction

Nella mia biblioteca c’è un libro che è una vera e propria bussola, un libro sui libri, sull’amore per tutta questa carta che ingiallisce e prende polvere sui ripiani e richiede un po’ di attenzione.
È una storia d’amore, un inno doloroso alla grande passione che anima ogni lettore ingordo, che senza libri non sa come camminare per il mondo. Non credo di aver mai letto niente che si avvicini di più alla condizione di chi si prende cura di un oggetto tanto indifeso, di un oggetto che corre ogni giorno, ogni ora, il pericolo di cadere nelle mani sbagliate.
In Una solitudine troppo rumorosa (Einaudi, 1991) di Bohumil Hrabal i libri sorreggono letteralmente la struttura del mondo in cui vive il protagonista, che da trentacinque anni, come ripete all’inizio di ogni capitolo, pressa la carta vecchia stando tutto il giorno rinchiuso nel buio del magazzino, tra cumuli di libri e topi, dove trangugia boccali di birra «per arrivare meglio al centro stesso dei testi» e salva titoli dal macero, libri che poi si riporta a casa nello zaino, nella casa dove lo attende un cielo di quintali di libri sopra il letto. Continua a leggere Il rumore dei libri

La grande divoratrice – un estratto

Quello che segue è un breve estratto preso dal racconto “La grande divoratrice”, che fa parte della raccolta La vita moltiplicata (Miraggi, 2019).

Grossi era impiegato in una società di servizi che forniva l’assistenza ai clienti – la definizione esatta è customer service – per conto di altre società operanti in vari settori – il suo, nello specifico, era quello bancario – anche se il suo contratto veniva gestito da un’agenzia per il lavoro con tre sedi dislocate sul territorio romano.

Più o meno una volta al mese – in certi periodi anche ogni dieci/quindici giorni – Grossi accedeva al loro portale per firmare digitalmente la proroga, fino a un massimo di cinque consecutive. Al raggiungimento del limite stabilito per legge veniva messo in pausa fino a nuova comunicazione. In due anni non gli era mai successo di non essere richiamato e soltanto una volta – da inizio agosto a settembre inoltrato – era rimasto a casa per un tempo superiore a un mese.

Anche se si vergognava ad ammetterlo – Grossi proveniva da una famiglia tradizionale, con dei valori e una visione della vita piuttosto semplici e improntate da una ferrea etica del lavoro – aveva vissuto quella vacanza come una forma di liberazione. Continua a leggere La grande divoratrice – un estratto

A volte surreale a volte visionario

Quella che segue è una breve recensione scritta da Barbara Antonelli.

La vita si moltiplica nelle incursioni tra l’inconscio e la realtà, tra quello che desideriamo e sogniamo per noi stessi e la misura dello scostamento dalla realtà. Siamo esseri umani non macchine, ma come liberarsi dai ruoli che ci privano dell’identità? Solo affidandosi a vite possibili, immaginate? I ruoli ricoperti nella società conducono al limite della vulnerabilità mentale, dove la voce dello psicologo diventa un campanello d’allarme che obbliga a negare ogni alternativa possibile. Come in “Vera”, un percorso a ritroso fino all’infanzia rivissuto come in un cinematografo, a recuperare i ricordi fino a prendere per mano il nostro io bambino.
Anche quando la realtà si fa Vera, non è poi così semplice accettare la verità.
Le città sono apparati digerenti che fagocitano le nostre vite, mentre nelle scuole viene assegnato agli alunni lo svolgimento di un compito di realtà, che include già nella sua formulazione le sembianze della contraffazione.
L’uomo è colpevole di aver disimparato a vedere e ad ascoltare e di essersi abituato ad assorbire, senza registrare.
L’incapacità di sentimento fa in modo che la natura si riprenda i propri spazi e diventi responsabile dell’estinzione della civiltà umana. Allora che senso ha per il protagonista de “La scatola nera” conservare i rumori per quando scompariranno le città, se nessuno potrà ascoltarli?
All’interno dei palazzi di cemento si svolgono vite separate, dove il lavoro del tempo è un rumore di fondo, che logora e contrasta con il fracasso dei pensieri.
Ghelli disegna città e società divoratrici di vite, che allevano animali da batteria pronti ad essere sacrificati alla volontà del sistema.
A volte surreale a volte visionario, il mondo evocato da Ghelli ha sempre i contorni sfumati della possibilità, come se le vite dei protagonisti dei racconti fossero ben lontane dall’essere definite, compiute. La fuga dai vincoli imposti apre la strada alla vita moltiplicata, al rifugio in mondi alternativi, ma si tratta sempre di una fuga che comporta un ritorno, ovvero la presa di coscienza che, a tenerci lontani da quello che avremmo voluto fare, è la paura di vivere.
Come in “Oboe d’amore”, dove il limite è imposto dalla severa educazione di una madre e dove l’invito è quello di imparare ad ascoltare se stessi e ad aprirsi.
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Intervista sul racconto

È opinione diffusa che il racconto sia un qualcosa di semplice, addirittura di occasionale, o peggio ancora il fratello minore del romanzo. Qual è la tua opinione in merito?

Che il racconto sia più semplice del romanzo è una sciocchezza, così come l’idea che possa essere un esercizio per avvicinarsi a quest’ultimo. Per molti scrittori e addetti ai lavori il racconto è anche un modo per farsi conoscere e arrivare alla pubblicazione con un editore; alcuni arrivano addirittura a paragonarlo alla palestra (e con esso le riviste e i siti letterari dove i racconti si pubblicano), dunque a un mezzo per allenarsi e farsi i muscoli. Questa è esattamente la visione che porta poi a considerare il racconto come il fratello minore del romanzo. L’ho già detto che è una stupidaggine? Continua a leggere Intervista sul racconto

Lo sviluppo dei personaggi

Il personaggio, per come lo intendo io, sta sul limite, cammina sul bordo: è il risultato dell’incontro tra le nostre proiezioni mentali (quello che vorremmo essere o quello che ancora non sappiamo di noi) e il mondo di immagini in cui siamo immersi. Per questo motivo, il rischio più grande del personaggio è quello di rimanere un contenitore vuoto.
Se ne avete voglia, il 30 novembre e il primo dicembre ci sarà da lavorare.
Per info e prenotazioni: armoniosonoro@gmail.com

La vita moltiplicata

Segnalo l’uscita della mia nuova raccolta di racconti per l’editore Miraggi.

Nella sua nuova raccolta Ghelli racconta storie e personaggi che si muovono sul labile crinale che divide la realtà dal sogno e dall’inconscio. Fin dal titolo, La vita moltiplicata, l’autore dimostra di voler scommettere sulla scrittura come strumento capace di intercettare altre dimensioni – altre rispetto a quella che siamo soliti definire “realtà” – dove si moltiplicano le immagini, i quadri e le scene mentali. Il risultato finale è quello di un grande cinematografo interiore in cui i protagonisti, e con essi i lettori, si muovono in cerca di una via di fuga dal sogno a occhi aperti che sembra averli intrappolati per sempre.

Scrivo storie, perlopiù brevi. Insegno scrittura creativa all'Upter