Tutti gli articoli di SimoneGhelli

Scrittore

inedito

Nel corso del 2020 ho lavorato a un romanzo inedito che parla di arte e del prezzo delle rinunce. Nadia, la protagonista, pubblica un romanzo intitolato “La femmina fantasma” in cui racconta la storia della sua relazione con Alberto, un pittore morto di stenti a Parigi e diventato famoso postumo. Alle pagine del romanzo si alternano quelle della sua genesi, in un’alternanza continua tra prima e terza persona. Quello che segue è l’incipit.

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un uccellino in petto #2

Da un po’ di tempo ho riscoperto la gioia di scrivere, grazie alla carta e alla penna, e visto che la gioia è qualcosa che merita di essere condiviso, ho deciso di pubblicare periodicamente degli estratti della storia che sto immaginando. Buona lettura!

Pino si mise l’indice in bocca, lo inumidì e lo usò per raccogliere i rimasugli di noccioline stantie rimaste nella piccola ciotola di coccio.
– Dunque adesso pensi che si possa uscire dal naufragio?
– Non lo so, la contemplazione continua a esercitare un certo fascino sul sottoscritto.
La cameriera – una donna anziana con una leggera zoppia alla gamba destra e dei vistosi incisivi giallognoli, che il rossetto metteva spietatamente in risalto – disse loro che ancora cinque minuti e sciò, perché era l’ora di chiuder bottega.
– A chicchi, andate a contemplavve da n’artra parte.
Pino le mostrò il bicchiere sudicio portandoselo davanti al naso.
– Fai ripicche? Se non t’aggrada ora ce stanno i bengalini.
Nel quartiere erano infatti già comparsi i primi alimentari gestiti da intere famiglie emigrate dal Bangladesh, la cui comunità avrebbe presto gareggiato in numeri con quella cinese. Era evidentemente a loro che faceva riferimento la signora Rosa – una rosa è una rosa è una rosa, le diceva ogni tanto Rosario per il solo gusto di sentirla rispondere: Ma che stai a di’ ?! – quando ricorreva al termine poco ortodosso di bengalini.
– Il termine corretto sarebbe diamantini. Mio padre una volta ne aveva tanti. Anche qualche canarino e gli inseparabili, ma in una voliera a parte.
Si erano fermati all’incrocio con via Grosseto, dove erano soliti prolungare la serata con un’ultima sigaretta.
– Le gabbie sono un’invenzione orribile, disse Pino.
– Ho detto voliere. Ma mi ascolti?
– Fossero anche piscine, che cosa cambia?
– Adesso stai parlando di pesci?
– Di ogni essere la cui libertà venga arbitrariamente limitata o addirittura negata.
Rosario fissò pensieroso il mozzicone che stringeva tra due dita e con una schicchera lo scaraventò lontano.
– Al manicomio si sarebbero presi a morsi per quest’ultimo tiro.
– Senti, questo non ti dà l’esclusiva sul concetto di libertà. Ne abbiamo già ampiamente discusso.
– Però devi ammetterne che dovrei saperne qualcosina in più di te.
Tre anni prima Rosario aveva fatto il servizio civile al San Niccolò di Siena, all’interno delle cui mura aveva vissuto per quattordici mesi – con la non trascurabile differenza che poteva uscire e rientrare dal grande cancello senza alcuna limitazione e senza l’effetto delle pasticche che gli ospiti ingollavano dalla mattina alla sera – ricavandone tutta una serie di aneddoti che aveva disseminato nei propri racconti. Pino li aveva letti tutti e ogni volta che gliene capitava uno nuovo sotto agli occhi rimaneva fermo per un po’ sull’ultimo foglio di carta, eseguendo un dondolio ipnotico con il busto che era una specie di ballo lento, finché non se ne usciva con certe espressioni – del tipo: Bello, ma non è un racconto – che facevano uscire di testa Rosario.
Ma di dove veniva questa fissazione del Nuvola di voler essere scrittore?

Un uccellino in petto #1

Da un po’ di tempo ho riscoperto la gioia di scrivere, grazie alla carta e alla penna, e visto che la gioia è qualcosa che merita di essere condiviso, ho deciso di pubblicare periodicamente degli estratti della storia che sto immaginando. Buona lettura!

Rosario Nuvola aveva preso da tempo l’abitudine di rispondere a domande con altre domande. Si trattava invero di un metodo con tutti i crismi, da lui brevettato con la definizione di “parabola di una parabola”, che, proprio come in geometria, tendeva a mantenersi equidistante dal fuoco – chiamiamolo problema – sommando punti interrogativi a punti interrogativi.
Quando, per la prima volta, Pino Lo Sacco gli chiese che cosa cercasse di ottenere – e fu in una delle tante appiccicosissime notti romane dell’anno 2003 – Rosario gli rispose, serafico, che si stava allenando per la politica.
– Tu – gli disse puntandogli contro il dito indice tozzo, tra le cui pieghe brillavano residui di vernice secca – tu in politica?
– Perché, che cos’ho io che non va?
– Il fatto che fino all’altro ieri volessi scrivere il grande romanzo italiano?
– Una cosa non esclude l’altra. Anzi.
Pino contemplò il fondo di Peroni rimasto nel bicchiere pieno d’impronte, che ai suoi occhi dimostravano almeno un paio di fatti indiscutibili: che da quel bicchiere avessero bevuto diverse altre persone prima di lui, e che nel bar che erano soliti frequentare non tenevano in modo particolare alla pulizia e all’igiene. D’altronde dopo le nove al Pigneto non c’era molta altra scelta e di arrivare a piedi fino a San Lorenzo, dopo una giornata passata a staccare una lurida carta da parati piena di caccole secche, attaccate da chissà quale moccioso, che si confondevano con i fiorellini grigi sullo sfondo crema, e dopo aver stuccato e rasato una parete sulla cui superficie l’umidità aveva disegnato delle strane creature alle quali aveva persino dato un nome, non ne aveva affatto voglia. Di risalire la Prenestina e attraversare Porta Maggiore con le auto che sfrecciavano sui sampietrini, e poi superare i binari del tram sotto alla sopraelevata e girovagare alla ricerca di un locale con un tavolo per due ancora libero, con la prospettiva di fissare delle studentesse che non si sarebbero mai avvicinate a due falliti come loro, Pino non ne aveva nessuna intenzione dopo una giornata simile a tante altre; e questo accadeva più o meno tutte le sere, perché neanche di stare a casa a fumare davanti a un film che avrebbe smesso di vedere dopo mezz’ora al massimo, nemmeno di questo aveva granché voglia.
In quel bar un po’ dimesso i due amici andavano sia d’inverno che d’estate, ma per Pino la stagione migliore era decisamente quella che andava da maggio a settembre, quando potevano rimanere seduti addirittura fino alle dieci, per poi trascinarsi lentamente uno verso la Casilina e l’altro fino alla Marranella mentre contavano le cicche rimaste – rigorosamente Diana blu e Fortuna rosse – e Rosario continuava a parlargli dei libri che leggeva e che lui, Pino, fingeva di aver letto sebbene non gliene importasse niente.
Si conoscevano da un paio di anni appena, eppure li univa una complicità tale che potevano sembrare amici di lunga data, vecchi compagni di scuola che si fossero ritrovati per caso sulla stessa strada dopo due vite separate – una laurea in storia del cinema uno, un diploma tecnico l’altro – che si erano riunite davanti allo spettacolo del naufragio di un’intera generazione, anche se Rosario preferiva parlare di estinzione di una razza, citando un vecchio monologo di Carlo Monni.
Noi siamo quella razza che non sta troppo bene, che il giorno salta i fossi e la sera le cene, e via dicendo.

Celebrità postuma

Son giorni ormai che mi è capitato di ritrovare tra i miei vecchi appunti questa lunga e curiosa citazione di cui non ho copiato purtroppo la fonte, ma soltanto una data approssimativa – novembre 2017 – che non mi dice niente.
La riporto qui nella versione integrale, confidando che la vostra conoscenza mi aiuti a risolvere un mistero che rischia di togliermi il sonno. Chi è questo autore sconosciuto, che incarna perfettamente il modello propugnato dal testo che segue a questo mio brevissimo cappello introduttivo? Mi viene persino il dubbio che il suo non sia stato esattamente un mettersi in ombra, che non sia insomma mai esistito in qualità di autore, se non per questo monito che riguarda un po’ tutti noi che inseguiamo il sogno della celebrità.

Avete una minima idea del numero di persone che scrivono e della mole impressionante di libri che si pubblicano ogni anno? Perché qualcuno dovrebbe voler leggere proprio voi? A meno che non siate già famosi, è un’assurdità pretendere che i clienti di una qualsiasi libreria entrino con la volontà di leggere il vostro libro e non quello di un altro. Certo, si può provare con le recensioni – ma anche quelle, ormai, le scrivono cani e porci – con un passaggio in una trasmissione radio, sempre se si hanno gli agganci giusti – gli stessi che ti procurano qualche voto in una classifica redatta dagli addetti ai lavori con il nobile intento di fare uno sgambetto al mercato, anche se questo si rivela poco più di un buffetto – addirittura con un’ospitata televisiva – inutile che io vi ripeta in questa sede la storia del cane che si morde la coda, perché se non siete già famosi è difficile, se non impossibile, che le telecamere inquadrino proprio voi – potete insomma tentare qualsiasi strada, ma sulle torri poste all’ingresso ci arrivano in pochi e anche quelle crollano sempre più rapidamente. Anche perché circolano un sacco di libri che sembrano scritti col vademecum: un tot di questo, una spruzzatina di quello, una spolveratina di quell’altro. Leggi dei brevi estratti e non senti la mano di chi l’ha scritto, né ti stupiresti se a comporlo fosse stato uno di quegli enormi calcolatori che fanno un rumore infernale.
Date queste premesse, dunque, sembrerebbe scontata la scelta di smettere del tutto di pubblicare; non dico di scrivere, per carità, ma non vedo la convenienza di dare alle stampe delle storie che non andranno da nessuna parte. Qualcuno mi obbietterà che anche cento lettori vanno bene, ma non è che un modo, persino un po’ patetico, di autoassolversi. Chi davvero vorrebbe soltanto cento lettori quando si accinge a comporre un’opera che nella più ottimistica delle ipotesi lo terrà impegnato per mesi, quando non addirittura per anni?
Ma c’è sempre la fama postuma, mi direte, preoccupati di salvarvi dalla logica che avrete intuito sottesa al mio ragionamento. La fama postuma è una chimera che non auguro d’inseguire a nessuno. O pensate che possa esservi davvero di qualche conforto?
La soluzione più sensata, l’unica a mio modo di vedere, è scomparire, in modo che un bel giorno – ma non è nemmeno detto – qualcuno si svegli col ricordo di una vostra prova passata e si chieda: ma che fine ha fatto quello? E dopo vada magari a rileggervi, a ripescare quel libretto di anni addietro e si chieda nuovamente: perché sarebbe dovuto scomparire? Poi lo chiederebbe a un altro e ne ragionerebbero insieme, e di lì a poco il vostro nome rimbalzerebbe sulla bocca di molti; qualcuno addirittura ne scriverebbe e le vostre opere passate, finite da un pezzo fuori catalogo, andrebbero in ristampa da un giorno all’altro. Sarebbe insomma un modo di essere postumi ancora in vita, ma sempre che il vostro scrivere avesse già una qualità intrinseca.
E pensate poi a tutto l’esercizio che potreste fare tenendovi lontani dalle sirene della fama, che, per quanto piccola – poco più grande della ristretta cerchia dei vostri amici – vi distrarrebbe dal vostro vero obiettivo, che rimane pur sempre quello di trovare le parole giuste.
Perciò io vi dico: scomparite adesso, fatelo finché siete in tempo. Mettete tutti i manoscritti in un cassetto e dimenticatevene. Lasciate che a parlare sia la vostra assenza.
Immagino qui un’ultima domanda, la più tremenda: e se nessuno venisse mai a cercarci? Allora non sarebbe cambiato granché, ma vi rimarrebbe almeno il dubbio che il vostro libro sarebbe potuto diventare un successo.

L’esplosione della bolla

Questo racconto è stato originariamente pubblicato sulla rivista Il Reportage (n. 42 aprile/giugno 2020)

Caro Nicola,

premetto che in queste righe potrò sembrarti duro, persino spietato, ma non hai idea dello sforzo che ho dovuto fare per contenermi. Eppure non siamo nemmeno amici, e non è che io ti debba qualcosa.

Il fatto è che certe cose mi danno proprio ai nervi, a cominciare da questo bisogno di darti un tono. Passi per Nick – sono d’accordo con te che Nick Bencini suoni un po’ come John Fante, che ti piaccia insomma il fatto che il lettore possa pensare a un italoamericano figlio di povera gente, uno che a scrivere ci è arrivato dopo tanta gavetta – ma la storia su Nick Piedediporco io davvero non riesco a digerirla. Continua a leggere L’esplosione della bolla

Vera – un estratto

Quello che segue è un breve estratto preso dal racconto “Vera”, che fa parte della raccolta La vita moltiplicata
(Miraggi, 2019).

 

Salì i gradini a due a due, bussò a tutte le porte. Dietro
di quelle sentiva il rumore delle incombenze mattutine, le
voci delle donne e dei bambini appena svegli su tutte, e
per le scale un gran trambusto di lavatrici in funzione, un
unico grande cestello in cui vorticava tutto il palazzo e lui
dentro che girava. Doveva essersi fatto fantasma anch’egli,
pensò Livio, perché, per quanto battesse con le nocche e
gridasse, nulla mutava dall’altra parte, al di là degli usci,
dove il quotidiano continuava il suo corso e così fu per tutti
i piani e infino all’ultimo. Quando fu arrivato in cima, al
sommo dell’edificio, sentì venirgli meno le gambe e con
esse il fiato, che aveva usato tutto nel correre e urlare; e
avrebbe voluto però continuare ancora, se solo vi fosse stata
una terrazza su cui affacciarsi a guardare l’orrore. Continua a leggere Vera – un estratto

Non si dimentica una voce

Questo articolo è apparso originariamente su Satisfiction

In una biblioteca che si rispetti dovrebbe esserci sempre un libro terribile e meraviglioso; un libro che ne stravolga l’ordine e trami nell’oscurità per una rovinosa caduta di tutto il sistema del proprio sapere compilato negli anni con dovizia. Si tratta di un libro scomodo, che ci ricorda qualcosa che abbiamo messo a tacere; relegato in un angolo o custodito in bella vista non fa alcuna
differenza, perché nell’uno o nell’altro caso abbandonato, esiliato dal mondo delle belle parole da ripetere e dei concetti da usare. In realtà è passato così tanto tempo dall’ultima volta che lo abbiamo sfogliato che ce ne siamo dimenticati la voce.
Un libro così io lo porto con me da circa vent’anni. È Aden Arabia (tornato recentemente disponibile grazie alle Edizioni dell’Asino) di Paul Nizan, il cui incipit fece subito leva sulle mie attitudini anarcoidi di ragazzo di provincia poco incline al gusto degli altri: «Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita.» Continua a leggere Non si dimentica una voce

L’arte della disciplina

Questo pezzo è uscito originariamente su Satisfiction

Se penso a Mishima, al modo con cui mi divorai in poco tempo quasi tutta la sua bibliografia, devo ritornare con la memoria ai primi anni dell’università, alla metà degli anni Novanta e alle musicassette registrate dei CCCP, grazie ai quali scoprii l’esistenza dello scrittore giapponese.
Nel rileggere Il Padiglione d’oro (Feltrinelli, 1996) non fatico a ritrovare quegli elementi che mi colpirono già allora, primi tra tutti la scrittura così controllata dell’autore e la capacità di condensare il mondo in un quadretto. Ecco ad esempio come Mizoguchi, il giovane protagonista del romanzo, descrive il tempio per come se lo immagina dopo averne letto la storia in un libro d’arte: «Simile ad una luna sospesa in un cielo notturno, il Padiglione d’oro era stato costruito quasi a simbolo d’un’epoca fosca e tetra: era dunque inevitabile che il Padiglione dei miei sogni fosse circondato da ogni parte d’oscurità. In quella oscurità la costruzione dai bei pilastri snelli stava silenziosa e salda, sprigionando una vaga luce dall’interno.» La descrizione continua con la fenice d’oro che corona il tetto del tempio, poche righe più avanti paragonato a «un elegante vascello sul mare del tempo.» Continua a leggere L’arte della disciplina

Il rumore dei libri

Questo pezzo è apparso originariamente sul sito di Satisfiction

Nella mia biblioteca c’è un libro che è una vera e propria bussola, un libro sui libri, sull’amore per tutta questa carta che ingiallisce e prende polvere sui ripiani e richiede un po’ di attenzione.
È una storia d’amore, un inno doloroso alla grande passione che anima ogni lettore ingordo, che senza libri non sa come camminare per il mondo. Non credo di aver mai letto niente che si avvicini di più alla condizione di chi si prende cura di un oggetto tanto indifeso, di un oggetto che corre ogni giorno, ogni ora, il pericolo di cadere nelle mani sbagliate.
In Una solitudine troppo rumorosa (Einaudi, 1991) di Bohumil Hrabal i libri sorreggono letteralmente la struttura del mondo in cui vive il protagonista, che da trentacinque anni, come ripete all’inizio di ogni capitolo, pressa la carta vecchia stando tutto il giorno rinchiuso nel buio del magazzino, tra cumuli di libri e topi, dove trangugia boccali di birra «per arrivare meglio al centro stesso dei testi» e salva titoli dal macero, libri che poi si riporta a casa nello zaino, nella casa dove lo attende un cielo di quintali di libri sopra il letto. Continua a leggere Il rumore dei libri

La grande divoratrice – un estratto

Quello che segue è un breve estratto preso dal racconto “La grande divoratrice”, che fa parte della raccolta La vita moltiplicata (Miraggi, 2019).

Grossi era impiegato in una società di servizi che forniva l’assistenza ai clienti – la definizione esatta è customer service – per conto di altre società operanti in vari settori – il suo, nello specifico, era quello bancario – anche se il suo contratto veniva gestito da un’agenzia per il lavoro con tre sedi dislocate sul territorio romano.

Più o meno una volta al mese – in certi periodi anche ogni dieci/quindici giorni – Grossi accedeva al loro portale per firmare digitalmente la proroga, fino a un massimo di cinque consecutive. Al raggiungimento del limite stabilito per legge veniva messo in pausa fino a nuova comunicazione. In due anni non gli era mai successo di non essere richiamato e soltanto una volta – da inizio agosto a settembre inoltrato – era rimasto a casa per un tempo superiore a un mese.

Anche se si vergognava ad ammetterlo – Grossi proveniva da una famiglia tradizionale, con dei valori e una visione della vita piuttosto semplici e improntate da una ferrea etica del lavoro – aveva vissuto quella vacanza come una forma di liberazione. Continua a leggere La grande divoratrice – un estratto

A volte surreale a volte visionario

Quella che segue è una breve recensione scritta da Barbara Antonelli.

La vita si moltiplica nelle incursioni tra l’inconscio e la realtà, tra quello che desideriamo e sogniamo per noi stessi e la misura dello scostamento dalla realtà. Siamo esseri umani non macchine, ma come liberarsi dai ruoli che ci privano dell’identità? Solo affidandosi a vite possibili, immaginate? I ruoli ricoperti nella società conducono al limite della vulnerabilità mentale, dove la voce dello psicologo diventa un campanello d’allarme che obbliga a negare ogni alternativa possibile. Come in “Vera”, un percorso a ritroso fino all’infanzia rivissuto come in un cinematografo, a recuperare i ricordi fino a prendere per mano il nostro io bambino.
Anche quando la realtà si fa Vera, non è poi così semplice accettare la verità.
Le città sono apparati digerenti che fagocitano le nostre vite, mentre nelle scuole viene assegnato agli alunni lo svolgimento di un compito di realtà, che include già nella sua formulazione le sembianze della contraffazione.
L’uomo è colpevole di aver disimparato a vedere e ad ascoltare e di essersi abituato ad assorbire, senza registrare.
L’incapacità di sentimento fa in modo che la natura si riprenda i propri spazi e diventi responsabile dell’estinzione della civiltà umana. Allora che senso ha per il protagonista de “La scatola nera” conservare i rumori per quando scompariranno le città, se nessuno potrà ascoltarli?
All’interno dei palazzi di cemento si svolgono vite separate, dove il lavoro del tempo è un rumore di fondo, che logora e contrasta con il fracasso dei pensieri.
Ghelli disegna città e società divoratrici di vite, che allevano animali da batteria pronti ad essere sacrificati alla volontà del sistema.
A volte surreale a volte visionario, il mondo evocato da Ghelli ha sempre i contorni sfumati della possibilità, come se le vite dei protagonisti dei racconti fossero ben lontane dall’essere definite, compiute. La fuga dai vincoli imposti apre la strada alla vita moltiplicata, al rifugio in mondi alternativi, ma si tratta sempre di una fuga che comporta un ritorno, ovvero la presa di coscienza che, a tenerci lontani da quello che avremmo voluto fare, è la paura di vivere.
Come in “Oboe d’amore”, dove il limite è imposto dalla severa educazione di una madre e dove l’invito è quello di imparare ad ascoltare se stessi e ad aprirsi.
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