Archivi categoria: inediti

Jurij Gagarin

Il breve racconto che segue potrebbe essere considerato anche come la costruzione di un personaggio o come l’incipit di una storia più lunga. Un racconto è sempre una finestra su qualcosa, lo spaccato di un mondo più grande che si espande fuori campo.

Mi chiamo Iuri, come Jurij Gagarin, ma più italiano.
Sono nato quattordici anni dopo il primo viaggio nello spazio. Dieci giorni prima moriva Pier Paolo Pasolini.
Mio padre non leggeva romanzi – sosteneva che fossero contrari al realismo socialista – ma L’Unità sì, quella la comprava ogni giorno.
Il mio nome l’ha scelto lui, la sera prima che venissi al mondo. Continua a leggere Jurij Gagarin

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La scatola nera

Quello che segue è un breve racconto scritto in occasione della rassegna Anonimo Frastuono: immaginare il paesaggio.

«Giovanni non si fa più sentire, è scomparso».
«Si sarà chiuso in camera, oppure è di nuovo in strada con quella scatoletta nera a tracolla. L’hai visto come tiene puntato il microfono? Sembra un rabdomante».
«E che cosa fa?»
«Cattura i rumori».
«Come i rumori?»
«Sì, con quella scatoletta e il microfono. Io facevo così da ragazzino, con gli insetti. Ne catturavo uno per specie e li mettevo dentro un barattolo». Continua a leggere La scatola nera

Diario di un impostore /6 (the end)

yves-tanguy-the-hand-in-the-clouds-s Dunque: tutto quello che ho fatto l’ho fatto per me. Non dico che non lo saprà mai nessuno, ma saranno senz’altro in pochi: mia moglie e i nostri animali.

La mia è una falsa modestia, il prodotto di un ego smisurato che non conosce confronti. Sarei capace di essere un impostore persino da morto e la mia foto non coinciderebbe in nulla con quello che ero. Il perimetro sarebbe stretto come quello di una lapide e di scritto non ci sarebbero che il nome e delle date. Continua a leggere Diario di un impostore /6 (the end)

Diario di un impostore /5

stuffmomnevertoldyou-86-2014-03-computer-0È così che arrivo alla scrittura, dopo aver abbandonato la musica. Quella era l’unica cosa che mi faceva sentire vero, radicato nel presente e libero dalla forza del pensiero che ti trascina avanti e indietro. Non dovevo che sentire e sentirmi.
La scrittura, invece, è un labirinto e il perimetro non fa che estendersi tra passato e futuro. Con la scrittura il corpo evapora, anche quando si fa della cattiva letteratura. Quanto alla mia, io la uso per accanirmi contro il mio ego e ostentare quella severità che non dimostro davanti agli altri.
Impostore fino in fondo, lo sono anche nei miei confronti.
Inizio progetti che poi abbandono e riprendo, ma per lo più finisco sempre con l’abbandonare. Io sono per l’eterno ricominciamento, forse perché nella vita non faccio invece che ripetermi. Scrivo per l’ebrezza dell’inizio, per quell’idea di capolavoro che non supera una manciata di virgole, un paio di punti o tre. Cerco la perfezione nel dettaglio. Forse non sono che un poeta mancato, impostore supremo in un mondo di pensieri in pochi caratteri. O forse è soltanto che ho imparato a scrivere tra una telefonata e l’altra, perché è il mio lavoro.
Il perimetro è lo schermo del computer su cui appunto gli occhi per ore. Sopravvivo immaginandomi scrittore, ma a definirmi è ben altro: sono un paio di cuffie che cambiano ogni giorno, le frasi da copione che non cambiano mai. Ho persino ripreso a scrivere a penna, su un quaderno che copro con i gomiti come quando andavo a scuola. Ho paura che possano chiedere, che possano vedere. Dovrei forse ammettere che scrivo? Dire che vorrei un perimetro tutto mio dove costruire storie?

Bohumil continua a parlare

come-far-felice-un-gatto-in-5-mosse_73521d657d8c43611a2d4561ea67b347Il precedente sta qui

«Certo che ti vedo, ma questa non è una cosa normale».
«Lo fso, me lo dicono tutti che fson poco normale. Fson nato con qualche problemino».
Si mise sulle zampe e cominciò a girarmi attorno.
«Vedi? Ad efsempio fazzo fatica ad andare dritto, e a volte fsbaglio anche a prender le mifsure nel fsaltare. Guarda,» mi disse mentre spiccò un balzo per saltare su un tronco, sul quale in effetti atterrò un po’ malamente. Continua a leggere Bohumil continua a parlare

La chitarra scordata

4399022_1447018913Sei mesi che gliel’avevano comprata per via di tutte quelle bizze e mai una volta che l’avesse ripresa in mano dopo quei primi giorni d’infantile entusiasmo. Neanche per una strimpellata, per sentire la vibrazione di una corda. Niente di niente.
Era passata dagli onori della vetrina, dove si ergeva sulla propria cassa armonica circondata da trombe e tamburelli, alla triste solitudine di un armadio tenuto chiuso. Continua a leggere La chitarra scordata

Vi ricordate di Bohumil?

ligabue-gattoL’incipit di questo racconto sul gatto parlante lo trovate qui

Mi guardò con quel suo musetto simpatico e il nasino rosa all’insù, con cui sniffava chissà quale odore nell’aria. A vederlo in quel modo mi sembrò più un coniglio che un gatto.
Al posto mio qualcun altro avrebbe gridato o sarebbe scappato a gambe levate, io mi limitai invece a sbattere le palpebre. Non dubitai di aver sentito bene, forse però non avevo visto tutto. Mi venne il bizzarro pensiero che qualcuno lì intorno mi stesse giocando un brutto scherzo e allora girai la testa di qua e di là, ma non vidi che piccoli cespugli e alberi piantati da poco, dietro ai quali non si sarebbe potuto nascondere nessuno.
«Che per cafso fsei fsordo?»
A quel punto voi che avreste fatto? Quel gatto stava lì e parlava, accidenti! Era un fatto che non potevo negare.
«Fsì, vabbè! Io mi fsa che mi rimetto a dormire… »
Allora io mi stupii di me stesso, perché mi avvicinai di nuovo e gli accarezzai il pelo morbido e quello riprese a fare rumorosamente le fusa. E invero mi spinsi oltre e vi avvicinai il naso perché sapeva di buono, di qualcosa che mi ricordava dei biscotti appena sfornati.
«Fsembri un bambino».
«In che senso?»
In quel preciso istante realizzai che io stavo dialogando con un gatto, che addirittura gli chiedevo delle spiegazioni. Ogni altra cosa attorno a me aveva perso d’importanza, non mi preoccupavo nemmeno più del tempo che passava.
«I bambini fanno cofsì. Mi annufsano e poi mi dicono ma quanto fsei bello e che carino e cofse cofsì».
Anche se non li conoscevo pensai a tutti quei bambini, al fatto che dovevano senz’altro aver provato a raccontare quell’avventura ai loro genitori. Pensai alle facce incredule e divertite di tutti quei padri e quelle madri.
«Li avranno liquidati come sogni o fantasticherie,» ragionai a voce alta.
«Come, fscufsa? Io efsisto! Mi vedi, no?!»
Scossi la testa, fu come una sorta di riflesso incondizionato.
Lo so che al posto mio voi ve ne sareste andati via e avreste dato una spiegazione a tutto, che avreste messo in scena una risposta plausibile a quell’assurda domanda. Ma io amo troppo gli animali e mi piaceva in particolare la compagnia di quel gatto. Continua a leggere Vi ricordate di Bohumil?

Siamo stati tutti dei principianti

downloadRecentemente ho ritrovato il file di un vecchio romanzo (scritto intorno al 2004/2005 e che avevo intitolato L’anima del mondo è povera), da cui ho poi estratto una parte che ho rielaborato e che è stata pubblicata come racconto (intitolato Passaggi dagli sconosciuti) nella raccolta L’ora migliore (Il Foglio edizioni, 2011). Rileggendolo me ne sono vergognato un po’ (soprattutto per averlo mandato in lettura ad alcuni editori, tra cui sicuramente Minimum Fax), perché è pieno di luoghi comuni e di tanti errori tipici di un principiante. Se ho deciso però di renderne pubblica una piccola parte è proprio perché penso possa essere utile come esempio per chi si voglia approcciare alla scrittura.
Come potrete notare leggendolo, si capisce subito che la mia ambizione fosse quella di scrivere un romanzo cinematografico (all’epoca ero un dottorando in storia e critica del cinema): l’ambientazione del romanzo voleva un po’ ricreare le atmosfere alla David Lynch, mentre lo stile faceva un po’ il verso (un verso assolutamente sguaiato e ridicolo) a certi scrittori “maudit” che avevo da poco letto (Céline e Kerouac su tutti).
Quello che segue è l’incipit del capitolo 3, ovvero un campionario di tutte le scempiaggini da evitare quando si scrive una storia.
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