In uscita

Tra pochi giorni sarà in libreria una mia nuova raccolta di racconti, con prefazione di Wu Ming 2, edita da Miraggi Edizioni e intitolata Non risponde mai nessuno. Nel frattempo potete leggerne un breve estratto qui

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Nuovi racconti

In attesa dell’uscita della mia prossima raccolta di racconti (in autunno – a breve seguiranno anticipazioni), vi ricordo che se avete il kindle potete leggere “Voi, onesti farabutti” alla modica cifra di 3.99 euro. Cliccate qui per acquistarlo.

Via, cavalca!

Questo racconto è stato pubblicato nella raccolta Biglietto, prego (Zero91, 2012)

Quando non riesco a pensare, prendo e m’incammino. Si potrebbe dire che io usi i piedi per parlare, anche se il ragionamento è improprio, perché il mio disquisire si distribuisce per la maggior parte all’interno della scatola che mi poggia sul collo. Alla lunga, ad abitare da soli si finisce col popolare la testa di strani personaggi che parlano tutti assieme: allora io prendo e mi faccio due passi, perché a camminare e a scuotere il corpo questi invasori se ne cadono tutti giù dal palco. I piedi mi servono insomma per dettare il ritmo, per mettere in fila le voci e farle parlare una alla volta, dalla più urgente alla meno importante – il principio è semplice: se la questione è di massima gravità, questa avrà il fiato necessario per raggiungermi. Continua a leggere

Melassa

imagesC’è questa melassa che si spande su tutto, che dalle ore dell’inedia contamina anche il restante giorno.
Mi sento che dovrei spremermi, schizzarmi fuori dal fallimento.
Mi sento che non respiro, certe volte. Che ho un peso qui, qualcosa che schiaccia, che preme al centro. Continua a leggere

Bohumil continua a parlare

come-far-felice-un-gatto-in-5-mosse_73521d657d8c43611a2d4561ea67b347Il precedente sta qui

«Certo che ti vedo, ma questa non è una cosa normale».
«Lo fso, me lo dicono tutti che fson poco normale. Fson nato con qualche problemino».
Si mise sulle zampe e cominciò a girarmi attorno.
«Vedi? Ad efsempio fazzo fatica ad andare dritto, e a volte fsbaglio anche a prender le mifsure nel fsaltare. Guarda,» mi disse mentre spiccò un balzo per saltare su un tronco, sul quale in effetti atterrò un po’ malamente. Continua a leggere

Vi ricordate di Bohumil?

ligabue-gattoL’incipit di questo racconto sul gatto parlante lo trovate qui

Mi guardò con quel suo musetto simpatico e il nasino rosa all’insù, con cui sniffava chissà quale odore nell’aria. A vederlo in quel modo mi sembrò più un coniglio che un gatto.
Al posto mio qualcun altro avrebbe gridato o sarebbe scappato a gambe levate, io mi limitai invece a sbattere le palpebre. Non dubitai di aver sentito bene, forse però non avevo visto tutto. Mi venne il bizzarro pensiero che qualcuno lì intorno mi stesse giocando un brutto scherzo e allora girai la testa di qua e di là, ma non vidi che piccoli cespugli e alberi piantati da poco, dietro ai quali non si sarebbe potuto nascondere nessuno.
«Che per cafso fsei fsordo?»
A quel punto voi che avreste fatto? Quel gatto stava lì e parlava, accidenti! Era un fatto che non potevo negare.
«Fsì, vabbè! Io mi fsa che mi rimetto a dormire… »
Allora io mi stupii di me stesso, perché mi avvicinai di nuovo e gli accarezzai il pelo morbido e quello riprese a fare rumorosamente le fusa. E invero mi spinsi oltre e vi avvicinai il naso perché sapeva di buono, di qualcosa che mi ricordava dei biscotti appena sfornati.
«Fsembri un bambino».
«In che senso?»
In quel preciso istante realizzai che io stavo dialogando con un gatto, che addirittura gli chiedevo delle spiegazioni. Ogni altra cosa attorno a me aveva perso d’importanza, non mi preoccupavo nemmeno più del tempo che passava.
«I bambini fanno cofsì. Mi annufsano e poi mi dicono ma quanto fsei bello e che carino e cofse cofsì».
Anche se non li conoscevo pensai a tutti quei bambini, al fatto che dovevano senz’altro aver provato a raccontare quell’avventura ai loro genitori. Pensai alle facce incredule e divertite di tutti quei padri e quelle madri.
«Li avranno liquidati come sogni o fantasticherie,» ragionai a voce alta.
«Come, fscufsa? Io efsisto! Mi vedi, no?!»
Scossi la testa, fu come una sorta di riflesso incondizionato.
Lo so che al posto mio voi ve ne sareste andati via e avreste dato una spiegazione a tutto, che avreste messo in scena una risposta plausibile a quell’assurda domanda. Ma io amo troppo gli animali e mi piaceva in particolare la compagnia di quel gatto. Continua a leggere

Storie dal San Niccolò

Inizio oggi uno nuova avventura in collaborazione con il sito Il Lavoro Culturale.
Si tratta di una serie di racconti brevi dedicati ai frammenti di biografia di uomini e donne che furono ricoverate al San Niccolò, l’ex manicomio di Siena. Il progetto si chiama Storie dal San Niccolò: ritratti da un futuro remoto e potete leggere il primo contributo qui.

Diario di un impostore /4

em-04Il primo anno non uscii che per recarmi a lezione, per mettermi in un angolo con quaderni che riempivo con una scrittura minuta. La mia postura da ragioniere mi aiutò nel fare economia, risparmiavo persino sulle pagine dei quaderni e i libri me li fotocopiavo. Studiai sociologia e antropologia culturale, passai brillantemente i primi due esami imparando a memoria date, nomi e teorie, ma con filosofia del linguaggio conobbi il mio primo misero fallimento. Ero un impostore, un ragioniere diplomato grazie a un compagno di classe dal quale avevo copiato il compito in sede di maturità. Continua a leggere

Diario di un impostore /3

egon_schiele1Partirò dunque da molto lontano, ma non dall’infanzia. Non facciamo della psicanalisi. Partiamo dunque dalla maggiore età, dalla trasformazione giuridica di quel ragazzo che ero in uomo. L’immagine da cui tutto si dipana è il taglio dei miei lunghi capelli, di cui conservo ancora una treccia in un cassetto. Gettai quella prima maschera sfinito dalle lunghe discussioni a tavola con mio padre, ma una volta iniziata, la trasformazione non poteva accontentarsi di un singolo gesto. Continua a leggere

Diario di un impostore /1

02-F-for-FakeChe io sia un impostore è una questione che parte da molto lontano, il risultato di una lunga lista di definizioni. Diciamo che mi sono adattato, che ho opposto una resistenza minima. Diciamo pure che ho preso delle misure che rispondessero a un’etica, che mi facessero sentire una persona non troppo cattiva. Diciamo anche che mi sono ricavato un perimetro virtuale dove cerco di rientrare ogni volta che vado in crisi. La crisi è ciclica, sta sempre lì che lavora, che rosicchia le fondamenta.
In ultimo rimane soltanto la planimetria, la proiezione bidimensionale dell’Io. Nel perimetro sopravvivono idee, aspettative, sogni, il futuro con cui baloccarsi. Il perimetro è un rifugio, un luogo in cui torturarsi. Per entrare devo gettare la maschera e anche se non mi guardo, anche se non ho il coraggio di guardarmi così spoglio, mi guardo lo stesso e mi vedo impostore. Continua a leggere