Le immagini ovunque

Gli studi sul cinema hanno esercitato una grande influenza sul mio modo di scrivere. Il proliferare delle immagini mentali – oniriche e inconsce – è uno dei temi centrali della nuova raccolta che ho appena terminato di scrivere. Il cinema, inteso come oggetto di studio e produttore di immaginario, è anche uno dei protagonisti del romanzo su cui lavoro ormai da anni.
Le riflessioni sulle immagini (legate ad esempio al montaggio che ne fa la memoria) tornano dunque spesso nelle storie che racconto, come ad esempio in questa, intitolata Tutti vedevano il suo dolore, che fa parte dell’ultima raccolta che ho pubblicato (Non risponde mai nessuno, Miraggi 2017). 

Claudio non era più tornato su quella strada.
Silvia gli raccontava che ogni volta che ci andava per fare lezione le veniva da guardare in quello stesso punto e si aspettava di trovarla, invece non era rimasto che quel cuscino sporco che le persone non si erano nemmeno degnate di togliere.
«Lo sai che c’è ancora su Google Map?»
Lui gli aveva risposto di non volerla vedere, ma alla fine non aveva resistito e pochi giorni dopo aveva aperto l’opzione Google street view e aveva rivisto la costruzione in mattoni rossi con tutti i cavi della corrente che doveva essere un’ex centrale elettrica – si era più volte chiesto se potesse entrarci qualcosa con quel male che l’aveva sfigurata – il muretto basso con la rete e i cipressi che costeggiavano la strada. E poi c’era lei.
Nei pressi della curva c’era una macchia bianca e nera su cui allargò lo zoom, finché non gli fu chiaro che era davvero lei, acciambellata come un fagottino tra le erbacce lungo l’argine. Claudio si era chiesto se sarebbe sempre stata così, o se ci sarebbe mai stato un momento in cui i gestori del servizio avrebbero aggiornato la panoramica con nuove fotografie. A quel punto, di lei, sarebbe scomparsa anche quell’unica traccia. E anche se non era lei, in carne e ossa, ai suoi occhi era in un certo senso ancora lei, perché il vederla gli aveva ricordato che era esistita e che c’era stato davvero un momento in cui era stata lì e c’erano stati anche loro.
Così aveva ingrandito l’immagine finché non si era sgranata e poi aveva fatto quella che gli era sembrata l’unica cosa giusta da fare: ritagliare quella parte dell’immagine e salvarla sul desktop del proprio computer. Gli era sembrato un modo per sottrarla ancora una volta all’indifferenza degli altri.

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