Piove mentre muoio

Questo racconto è stato originariamente pubblicato sulla rivista Achab numero 11 (maggio 2021).

Avete mai visto i tre studi su Lucian Freud di Francis Bacon?
Giuro che quella notte mi sembrò di vedere il soggetto vivo davanti ai miei occhi. Non il volto, o i vestiti, ma quel movimento di contorsione, come se il corpo fosse stato un involucro, un guanto che si rivoltava.
Vidi il passaggio, la trasformazione e la successiva cristallizzazione.
Vidi Damiano farsi razionale. Ed ebbi paura.
Disse che era tutta colpa nostra. Disse che l’avevamo distratto dall’essenziale, dal suo compito, che l’avevamo tentato e che lui era stato troppo debole.
Era lucido, o almeno così sembrava. Forse era ancora in qualche modo condizionato dall’erba, o più precisamente dal conflitto che doveva essersi innescato tra il sé antecedente a quel momento e l’altro sé. Non saprei spiegarlo meglio, ma in lui stava prendendo il sopravvento quella parte oscura che lo abitava nelle prime ore della notte. Non sono mai riuscita a capire quella sua ossessione per il gioco in borsa, né il collegamento con la chetamina. Le sue visioni avevano a che fare coi numeri, e in effetti spesso ci prendeva. Qualche centinaio di mila lire, a volte anche di più.
Quella notte disse che aveva appena mandato in fumo quasi due milioni. Si era dimenticato di giocare, preso com’era da quell’altro inutile gioco. E dalla marijuana.
Disse che lo avevamo trascinato dentro e poi lo avevamo fregato. Fregato due volte, disse, perché a Risiko avevamo barato.
Chiodo all’inizio ci aveva riso, e anche Cris. Dario un po’ meno, era forse la prima volta che lo vedeva in quelle condizioni.
Io ci ero abituata, mi ero fatta venire il cuore di pietra. Era capace di prendermi con gentilezza per poi scaraventarmi d’improvviso su quel divano pieno di macchie di caffè e chissà che altro, mentre gli altri dormivano accanto, nelle camere con le pareti di cartone. Io lo riempivo di morsi e sgraffi, come se segnarlo fosse bastato a tenermelo stretto.
«Non fare Moby Dick con me,» mi minacciava, « o io sarò il tuo Achab».
Non ho mai capito quella battuta in quel contesto, perché il capitano alla fine della storia muore. O almeno io me la ricordo così, ma non sono più sicura di niente rispetto a quegli anni.
Vivevo come in una bolla e mi comportavo come se le mie azioni non avessero una conseguenza. Fumavo un sacco, di nascosto da Damiano. E lo tradivo spesso con chi capitava.
Il mio motto era We die young, che ascoltavo a ripetizione insieme ad altre canzoni degli Alice in Chains.
Ero una borderline che giocava con l’anoressia a fare la modella.
La sera mi mettevo due dita in gola e vomitavo. I denti mi si stavano consumando, le ossa mi sembravano sempre sul punto di spezzarsi.
Cercavo attenzioni negli uomini, forse perché mio padre non c’era mai stato. Immagino che una psicologa me la spiegherebbe così, ma è un’altra delle tante cose in cui non credo più.
Credo invece che sia un miracolo il fatto che io non mi sia mai presa una malattia sessualmente trasmissibile. Non sempre usavo precauzioni, nonostante avessi assistito in televisione al concerto di Wembley in memoria di Freddy Mercury e avessi anche pianto. Eppure mi sentivo invincibile, come se quelle fossero cose di un altro mondo, storie che non potessero toccarmi direttamente.
Touch me I’m sick. I won’t live long and I’m full of rot.
Mi piaceva il suono sporco del grunge, l’attitudine punk dei Melvins e dei Mudhoney. Forse volevo essere un maschio, sicuramente mi comportavo come tale. Dipendeva anche questo dall’assenza di mio padre?
Quando tornavo al mio piccolo paese rispondevo con gli sputi agli sguardi di riprovazione di quelli rimasti. Mi divertivo a fissarli mentre mi guardavano le braccia nella speranza di trovare qualche segno sospetto. Ero la pecora nera, quella andata in cerca di chissà che cosa e per questo avrei dovuto pagare un prezzo: essere una tossica con le braccia bucate o una con in pancia il figlio di chissà quale bastardo.
Camminavo con il walkman agganciato a un passante dei pantaloni, le cuffiette e la musica che mi friggeva le orecchie. Non mi fermavo mai per più di due giorni. Era il massimo che riuscissi a fare davanti all’espressione addolorata di mia madre, che non si arrendeva all’idea di potermi correggere. Viveva con i miei nonni, che quasi non mi rivolgevano la parola. Con il loro silenzio volevano punirmi per le ferite che infliggevo alla figlia.
Nessuno mi capiva.
Dove era finita la ragazzina coi capelli cotonati e le gomme da masticare alla fragola, con le toppe di Nick Kamen e dei Bros cucite sul giacchetto di jeans? L’unica cosa che ancora mi legava a quella ragazzina che vestiva Rifle ed El Charro era l’impertinenza. Mi era rimasta l’abitudine di fare la linguaccia a chi sapevo giudicarmi, il gusto per la provocazione. Per quanto mi sforzassi di apparire dirty, nel profondo sapevo di essere bella e desiderata. I maschi non guardavano soltanto le miei ciocche decolorate o il piercing sul labbro, ma anche il culo che rimaneva miracolosamente sodo nonostante il supplizio al quale condannavo il mio corpo.
Quanto mi piaceva la mia aria sbattuta, contemplare nello specchio i miei occhi a mezz’asta dopo una notte di tequila bum bum!
Damiano era la mia zavorra, l’unica cosa che m’impedisse di prendere il volo e salutare tutti – perché il mio desiderio era davvero morire, oggi posso dirlo con certezza. Mi affascinava sentirlo parlare di numeri, probabilità, illuminazioni. Per me era un centauro, e anche se ogni tanto sbandavo, mi tenevo avvinghiata a lui. Quando capii che era tutta una finzione, rischiai davvero il tracollo.
Fu Chiodo ad aprirmi gli occhi, un paio di giorni dopo la famosa notte del Risiko.
«Ma come? Non ti sei accorta di niente?»
Mi fece sentire una scema. Mi disse che non c’era nessuna Borsa, che i soldi Damiano li faceva con lo spaccio.
«Ce lo vedi a fare il broker? Ma poi di notte, dai. Che fa, chiama Tokyo?»
Mi ricordo parola per parola, quella risata che era una specie di squittio da topo. Mi faceva venire voglia di prenderlo a schiaffi.
Quando guardavo Chiodo mi chiedevo come facesse a reggersi in piedi. Era un pugno d’ossa. Se gli avessi mollato un ceffone sarebbe volato via. E io non ero da meno, ma all’epoca non riuscivo a vedermi. Mi guardavo nello specchio e trovavo qualcosa che non mi piaceva e che avrei voluto cancellare. Spesso, dopo aver fumato, m’ingozzavo di roba e poi correvo in bagno a ficcarmi due dita in gola. Il solo ricordo mi fa tornare su l’acido.
Ero così incazzata con Damiano che il giorno stesso gli misi le corna con quel Cris. O forse fu colpa dell’erba, anche quella volta. Mi raccontò qualcosa su un bosco dove la tenevano nascosta e io mi ci persi dentro.
Se oggi ripenso agli anni Novanta mi sembra che ci fosse sempre qualche riferimento a un bosco. Nei nostri armadi non potevano mancare almeno una camicia a quadri, un paio di jeans lisi e sporchi, degli occhiali grandi dalle montature improbabili. E amavamo i cani: Jessie you’re a good dog.
Con Cris fu una storia di una notte. Aveva iniziato a guardarmi in un certo modo, e io non ero immune alle lusinghe. Dopo ci rimase così male che non volle più rivedermi per un bel pezzo.
Naturalmente a Damiano non dissi niente. Non gli dicevo mai niente. Con lui c’era un legame che veniva da lontano, qualcosa che non saprei spiegare. Forse lo avevo sostituito a mio padre e tradirlo era un po’ come punirlo per le colpe del personaggio che interpretava suo malgrado. Ma questa è psicologia spicciola, buona soltanto per fingere di aver elaborato la questione senza scendere nel profondo.
A dire il vero, una volta mi sono fatta ipnotizzare. Tecnicamente era quella che si dice visualizzazione guidata. Ero cosciente ma incapace di controllare le reazioni del mio corpo. Ricordo che a un certo punto iniziai a ridere in un modo che mi fece spaventare di me stessa, o dell’entità che avevo scoperto albergare dentro di me. Vedevo delle forme verdi che danzavano dietro le palpebre serrate, dei batteri alieni che mi usavano come pista di atterraggio. Però è stato liberatorio, come se stessi vomitando tutti gli avanzi putrefatti che avevo ingoiato in quegli anni.
È accaduto nel 2012. Il tipo era uno sballato che credeva nell’Armageddon, nel calendario dei Maya e non so in che altro. Ci provai perché non credevo che sarebbe stato davvero in grado di farlo. Mi sembrava soltanto un millantatore, anche nel modo in cui mi aveva abbordata su Facebook. Sosteneva che la gran parte di noi fossimo abitati da esseri alieni di diverse forme e che prima della fine del mondo dovessimo liberarcene per entrare nella Nuova Fase.
Lui lo scriveva così, con le iniziali in maiuscolo. Aveva un manoscritto in cui parlava di quelle cose e sosteneva che dopo il 21.12.2012 glielo avrebbe pubblicato un grande editore. L’Editore Unico, anche questo con le maiuscole.
Quando cominciai a ridere lui iniziò a incalzarmi, provocando l’essere che a suo dire mi stava vampirizzando. L’essere era la luce verde intermittente che vedevo mentre ridevo.
«Ti senti forte, eh? Ti senti invincibile!»
Ripeteva cose di questo genere e sghignazzava.
Naturalmente non eravamo soli. All’epoca ero un po’ meno sprovveduta e non mi fidavo più tanto delle persone. Mi ero portata un’amica dei tempi dell’università, Giulia, che mi confidò di essersi spaventata tantissimo.
Mi confermò quello che che anch’io ricordavo, ma da un punto di vista esterno: che non sembravo me stessa, che ridevo come una pazza e avevo il volto completamente trasfigurato da una forza che spingeva la mia pelle e i miei muscoli dal di dentro.
«Sembravi uno di quei quadri di quel pittore che ti piace tanto».
Francis Bacon, appunto.
Quella sera stessa provai a chiamare Damiano, ma erano passati troppi anni. Una voce registrata mi rispose che il numero era inesistente.
Lo cercai su Facebook e mi stupii e di non averci mai pensato prima. Riuscii a trovare il suo profilo, dove si vedeva una foto che sembrava ripresa da uno scatto dei primi anni Novanta: un’immagine dai colori un po’ sbiaditi che lo ritraeva seduto su un tronco bianco levigato dal mare, su una spiaggia deserta al tramonto. Portava i capelli legati a coda di cavallo, senza i baffi che avrebbe deciso di farsi crescere poco tempo dopo. L’atmosfera, malinconica e un po’ vintage, mi ricordò quella del video di Hunger strike dei Temple of the dog.
L’ultimo post di Damiano risaliva a circa un anno prima: era la fotografia di un tavolinetto basso cosparso di filtri e cartine, un pacchetto di tabacco aperto e due bottiglie di birra, di cui una già vuota, accompagnato dalla seguente didascalia: I’m half the man I used to be.
Provai a scrivergli, ma non mi rispose mai.
Ogni tanto controllavo la sua bacheca, sulla quale continuava però a non accadere niente. Mi dissi che non usava più i social, e in fondo non potevo fargliene una colpa. Non era roba adatta a quelli come noi, anche se io non riuscivo a farne a meno. Mi aiutava a riempire i tempi morti, le pause di dieci minuti che a lavoro mi concedevano ogni due ore. Per un po’ ne uscii fuori anch’io e quando riattivai il mio account, circa quattro anni dopo, notai che a partire dal 2015 la sua bacheca si era riempita di messaggi che si concentravano in due giorni specifici.
«Oggi ti ho visto ovunque, ti ho immaginato a cavallo della Harley che hai sempre sognato».
«E come ogni anno il mio pensiero vola a te, centauro che sei volato nel cielo».
Le date erano quella del suo compleanno (il 5 aprile) e quella della sua morte (il 3 dicembre).
Non ho mai scoperto chi gestisse il suo profilo, non ho mai voluto chiedere. Il fatto che fosse morto lo stesso giorno di Scott Weiland mi mise addosso un’enorme tristezza.
Quella sera stessa ascoltai per intero un disco degli Alice. Era una vita che non lo facevo, ma la musica sembrava non essersene mai andata. Ricordavo a memoria ogni parola dei testi, la mia mente anticipava ogni accordo e ogni assolo un attimo prima che venissero effettivamente eseguiti.
Prima c’era stato un buco esatto di dieci anni. Dieci anni in cui non avevo più voluto sentire, in cui mie ero ritirata in una vita che era l’esatto opposto della precedente.
L’unico suono che entrava dalle mie orecchie era quello annoiato o alterato delle voci che chiamavo dal call center. Tutta la mia rabbia era stata triturata e digerita dalla ripetitività di un tempo che non passava e che mi spossessava di ogni elemento vitale.
Ero diventata letteralmente la donna nella scatola, buried in my shit.
Ricominciare è stato come tornare in un altro corpo, una specie di esorcismo scandito dal ritmo ipnotico della chitarra di Jerry Cantrell.
Sapevo di aver smesso per non morire davvero, ma capirlo è stata un’altra cosa. È stato molto più doloroso, perché ho dovuto ricordare.
Che altro significato avrebbe, altrimenti, il verso Ain’t no life on the run? Non c’è vita in fuga. Non ho vissuto per la paura di morire.
Con la morte ho deciso di mantenere un contatto, un rito che mi aiuta a non dimenticarmene. Ogni anno, ogni 5 aprile, lascio anch’io un pensiero sulla bacheca di Damiano.
Ogni anno gli scrivo uno dei tanti versi cantati da Layne Staley.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...