Vera – un estratto

Quello che segue è un breve estratto preso dal racconto “Vera”, che fa parte della raccolta La vita moltiplicata
(Miraggi, 2019).

 

Salì i gradini a due a due, bussò a tutte le porte. Dietro
di quelle sentiva il rumore delle incombenze mattutine, le
voci delle donne e dei bambini appena svegli su tutte, e
per le scale un gran trambusto di lavatrici in funzione, un
unico grande cestello in cui vorticava tutto il palazzo e lui
dentro che girava. Doveva essersi fatto fantasma anch’egli,
pensò Livio, perché, per quanto battesse con le nocche e
gridasse, nulla mutava dall’altra parte, al di là degli usci,
dove il quotidiano continuava il suo corso e così fu per tutti
i piani e infino all’ultimo. Quando fu arrivato in cima, al
sommo dell’edificio, sentì venirgli meno le gambe e con
esse il fiato, che aveva usato tutto nel correre e urlare; e
avrebbe voluto però continuare ancora, se solo vi fosse stata
una terrazza su cui affacciarsi a guardare l’orrore.
Di lassù, davanti a una porta sprangata, riformulò in testa
quella stessa domanda: se fosse dunque divenuto fantasma
e perciò cancellato dal mondo, per quanto vi si affannasse
ancora dentro. Ma era in un corpo e ne sentiva l’ingombro,
tutta la pesantezza e come un’oppressione al petto, qualcosa
che bussasse e spingesse, che volesse spaccar tutto e
andarsene da quella gabbia. Era il suo cuore o l’anima, che
da bambina si era infine fatta grande abbastanza da non
volerci più stare?
La domanda lo assillò per tutta la discesa e insieme a
essa l’ansia, che cresceva e spingeva a caso i bottoni nel suo
cervello e spostava l’attenzione da una singola operazione
all’altra. Ecco ora che sentiva il naso prosciugato e insensibile,
la gola chiudersi in un punto, dove una lisca si era
conficcata, anche se no, non aveva mangiato pesce né altro,
era digiuno ora che ci pensava, e ogni altra cosa automatica,
inadatta al pensiero, s’inceppava nel momento stesso in
cui la pensava. L’aria si rifiutava di entrare e uscire e ci voleva
senz’altro un dottore, avrebbe dovuto pensarci subito
che un’ancora a cui aggrapparsi è tutto in certi momenti,
e invece Livio aveva vagato avanti e indietro su quel relitto
a cinque piani e adesso aveva come un mal di mare. Aveva
perso la bussola, senz’altro, l’ago era impazzito e puntava
su cosa? Una calamita gigante o un mondo fatto intero di
metallo, come quel sapore che sentiva in bocca, proprio
sotto la lingua?

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