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Alcol, diserbanti e altri romantici suicidi

Quello che segue è un racconto pubblicato sul Calendario del Popolo n. 759/2013

Una sera Giulio se ne uscì con quest’idea di fare una rivista letteraria.
S’era come sempre da Tommaso, seduti su uno sgabello davanti a una vecchia botte e Alberto aveva cominciato a sbadigliare già da qualche minuto. Gli erano rimasti alcuni schizzi di vernice bianca tra i capelli, dove non faceva che grattarsi per tenersi sveglio, e io che lo prendevo in giro: «Ma che c’hai, i pidocchi?» Continua a leggere Alcol, diserbanti e altri romantici suicidi

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Sommersi dai libri

 «Nell’antichità era il lettore che cercava il libro, mentre oggi il rapporto si è invertito: il libro cerca il lettore.»

Lo scriveva Luciano Bianciardi nel 1957, il libro è Il lavoro culturale.

Nello stesso testo si parlava già anche del fatto che tutti volessero scrivere, pubblicare il loro libro (ma poi ai dibattiti, ad ascoltare, non ci voleva stare nessuno: come nell’incontro sui pellirossa, quando i due relatori milanesi scappano via perché devono lavorare).

Da allora sono passati più di cinquant’anni e le proporzioni si sono indubbiamente moltiplicate.

Il concetto di decrescita, di cui si discute molto in questi giorni, è bello e per certi versi necessario, ma presuppone un orizzonte senz’altro più ampio di quello che comprende l’editoria. Presupporrebbe soprattutto la disponibilità a rinunciare a qualcosa di quel tanto a cui ci siamo tutti quanti abituati.

Per quanto mi riguarda, in veste di lettore, posso solo dire che ogni volta che entro in una grande libreria mi sento perso: m’investe il pensiero di tutto ciò che vorrei leggere, e con esso la certezza che non ne avrò mai la possibilità; la consapevolezza, cioè, che la decrescita abbia a che fare con la questione del tempo. Ogni giorno che passa, la mole delle tracce che l’umanità si trascina dietro aumenta in maniera spaventosa, mentre il nostro tempo si accorcia; di conseguenza sviluppiamo l’esigenza di restringere il campo dei possibili.

E questo, naturalmente, non riguarda soltanto i libri.

Procedendo così, nell’abbondanza, portiamo con noi anche la consapevolezza della perdita.

Dietro a questa necessità di frenare, immagino quindi che si nasconda quella ben più importante di ritrovare un terreno comune, delle storie condivise. Forse è per questo che continuiamo a volgerci indietro, a cercare nei testi del passato  – e nelle letture che hanno generato  – quel qualcosa che ci manca. Ci rivolgiamo ai classici perché ci fanno sentire un po’ meno soli.

Penso che a furia di scrivere tutti quanti potremmo ritrovarci a raccontare le storie soltanto per noi stessi, e per certi versi questa cosa sta accadendo già oggi. Pubblicare, a questo punto, sarebbe proprio come non pubblicare un bel niente.