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Celebrità postuma

Son giorni ormai che mi è capitato di ritrovare tra i miei vecchi appunti questa lunga e curiosa citazione di cui non ho copiato purtroppo la fonte, ma soltanto una data approssimativa – novembre 2017 – che non mi dice niente.
La riporto qui nella versione integrale, confidando che la vostra conoscenza mi aiuti a risolvere un mistero che rischia di togliermi il sonno. Chi è questo autore sconosciuto, che incarna perfettamente il modello propugnato dal testo che segue a questo mio brevissimo cappello introduttivo? Mi viene persino il dubbio che il suo non sia stato esattamente un mettersi in ombra, che non sia insomma mai esistito in qualità di autore, se non per questo monito che riguarda un po’ tutti noi che inseguiamo il sogno della celebrità.

Avete una minima idea del numero di persone che scrivono e della mole impressionante di libri che si pubblicano ogni anno? Perché qualcuno dovrebbe voler leggere proprio voi? A meno che non siate già famosi, è un’assurdità pretendere che i clienti di una qualsiasi libreria entrino con la volontà di leggere il vostro libro e non quello di un altro. Certo, si può provare con le recensioni – ma anche quelle, ormai, le scrivono cani e porci – con un passaggio in una trasmissione radio, sempre se si hanno gli agganci giusti – gli stessi che ti procurano qualche voto in una classifica redatta dagli addetti ai lavori con il nobile intento di fare uno sgambetto al mercato, anche se questo si rivela poco più di un buffetto – addirittura con un’ospitata televisiva – inutile che io vi ripeta in questa sede la storia del cane che si morde la coda, perché se non siete già famosi è difficile, se non impossibile, che le telecamere inquadrino proprio voi – potete insomma tentare qualsiasi strada, ma sulle torri poste all’ingresso ci arrivano in pochi e anche quelle crollano sempre più rapidamente. Anche perché circolano un sacco di libri che sembrano scritti col vademecum: un tot di questo, una spruzzatina di quello, una spolveratina di quell’altro. Leggi dei brevi estratti e non senti la mano di chi l’ha scritto, né ti stupiresti se a comporlo fosse stato uno di quegli enormi calcolatori che fanno un rumore infernale.
Date queste premesse, dunque, sembrerebbe scontata la scelta di smettere del tutto di pubblicare; non dico di scrivere, per carità, ma non vedo la convenienza di dare alle stampe delle storie che non andranno da nessuna parte. Qualcuno mi obbietterà che anche cento lettori vanno bene, ma non è che un modo, persino un po’ patetico, di autoassolversi. Chi davvero vorrebbe soltanto cento lettori quando si accinge a comporre un’opera che nella più ottimistica delle ipotesi lo terrà impegnato per mesi, quando non addirittura per anni?
Ma c’è sempre la fama postuma, mi direte, preoccupati di salvarvi dalla logica che avrete intuito sottesa al mio ragionamento. La fama postuma è una chimera che non auguro d’inseguire a nessuno. O pensate che possa esservi davvero di qualche conforto?
La soluzione più sensata, l’unica a mio modo di vedere, è scomparire, in modo che un bel giorno – ma non è nemmeno detto – qualcuno si svegli col ricordo di una vostra prova passata e si chieda: ma che fine ha fatto quello? E dopo vada magari a rileggervi, a ripescare quel libretto di anni addietro e si chieda nuovamente: perché sarebbe dovuto scomparire? Poi lo chiederebbe a un altro e ne ragionerebbero insieme, e di lì a poco il vostro nome rimbalzerebbe sulla bocca di molti; qualcuno addirittura ne scriverebbe e le vostre opere passate, finite da un pezzo fuori catalogo, andrebbero in ristampa da un giorno all’altro. Sarebbe insomma un modo di essere postumi ancora in vita, ma sempre che il vostro scrivere avesse già una qualità intrinseca.
E pensate poi a tutto l’esercizio che potreste fare tenendovi lontani dalle sirene della fama, che, per quanto piccola – poco più grande della ristretta cerchia dei vostri amici – vi distrarrebbe dal vostro vero obiettivo, che rimane pur sempre quello di trovare le parole giuste.
Perciò io vi dico: scomparite adesso, fatelo finché siete in tempo. Mettete tutti i manoscritti in un cassetto e dimenticatevene. Lasciate che a parlare sia la vostra assenza.
Immagino qui un’ultima domanda, la più tremenda: e se nessuno venisse mai a cercarci? Allora non sarebbe cambiato granché, ma vi rimarrebbe almeno il dubbio che il vostro libro sarebbe potuto diventare un successo.

Il miglior strumento dello scrittore è il temperino

Lo so che non si usa per scrivere, a meno di non ricorrere non dico ancora alla penna, in tempi di personal computer, ma addirittura alla matita. L’immagine del temperino, però, mi serve per parlar d’altro: della necessità di uno scrittore di affinare la lingua, e dunque anche del coraggio di mettere da parte la gran parte di ciò che scrive. Mi sembra infatti che sia un’abitudine sempre più comune, quella di voler pubblicare qualsiasi cosa: un’abitudine agevolata dall’editoria a pagamento e fomentata dalla possibilità di esporsi in prima persona dell’autore. Non si può di conseguenza non pensare a Facebook, alla vetrina per eccellenza, dove ognuno promuove i propri eventi, le presentazioni (chi non lo fa?). Il rischio, però, è di far passare la vita avanti alla scrittura, il cosa penso al come lo penso. Certo, l’evoluzione degli status del social network più famoso del mondo potrebbero divenire oggetto di studio in un prossimo futuro, come di un genere a parte, ma in questo accumularsi di materiali io fatico sempre di più a ritrovare la bussola; e non penso di essere il solo. Ecco quindi tornare l’utilità del temperino, che ci viene incontro nella dolorosa operazione di rimuovere il superfluo: a cominciare proprio da quest’io, che sembra sbrodolarsi ovunque, dentro e fuori dalle pagine. Lo consiglio soprattutto ai principianti, ancora immuni al vizio: stemperatevi, finché siete in tempo.