Siena, Genova, New York

Quello che segue è un estratto dal mio nuovo libro intitolato Ronnie Banti ha perso la scommessa (Divergenze editore)

Quel mondo fatto di incontri, di film visti e sognati e della certezza che l’energia del pensiero avrebbe potuto plasmare un futuro nuovo, era collassato davanti alle immagini di Genova, dinnanzi al sangue sui volti e sui corpi dei manifestanti, alle divise nere, alle auto in fiamme, alle maschere antigas, agli scudi anti-sommossa e ai manganelli che segnarono un confine tra la patria dello spirito di Ronnie Banti e quella concreta, reale, istituzionale, che egli ripugnava. La nausea di quei giorni, la repulsione per un Paese cui era accaduto qualcosa che non riusciva a spiegarsi, chiuso com’era nella bolla degli studi, gli resero la quotidianità del tutto indecifrabile. Il carico della violenza, né umana né animale, pianificata da una regia che faceva affidamento sulla furia addestrata consapevolmente, lo spettacolo che battezzava l’era del dolore naturale anestetizzato dalla quantità e dalla frequenza delle immagini, dalla pervasività dell’occhio televisivo, umiliavano il concetto di esistenza. Sgomento, nel pomeriggio dell’undici settembre 2001, di ritorno dal lavoro (era stato assunto come portalettere, per sostituire l’impiegato in ferie), aveva impattato con una perversa forma di comunione in casa di amici, celebrata davanti all’immancabile totem della tivù. Urlando, il gruppo brindava con bottiglie di birra più economica della sciacquatura dei piatti, osservando le twin towers in fiamme.


Il cinema, un certo cinema li aveva educati, preparati per anni allo spettacolo dell’apocalisse, l’armageddon, il naufragio dell’Occidente, il crepuscolo del capitale, e li aveva a tal punto nutriti con l’idea della fine ad effetti speciali che la realtà di quei crolli, nella asettica distanza dello schermo, sembrava disinnescata dall’incredulità e dall’euforia.
Nella stanza, su un vecchio materasso macchiato di sugo, si festeggiava la rivincita in mondovisione di tutti gli oppressi della storia. La massima espressione del potere dei buoni nell’ostentazione della verticalità dei grattacieli, nella ambizione di colonizzare terra e cielo “tra cowboys e top gun”, veniva giù con tutto il suo immaginario novecentesco, e le urla scomposte di chi aveva visto i proiettili traccianti ferire la notte di Baghdad diede a Ronnie la dimensione di quanto fossero stati spettatori d’un sequel non previsto, dell’irruzione dello straordinario nelle loro giornate scandite dall’odore di cannabis e d’inchiostro. Qualcuno avrebbe parlato anche d’un inizio della fine del postmoderno con l’ossessione tutta laica per la fine, perché stavolta i morti erano, appunto, tangibili, figli dell’entità irraggiungibile del benessere. Non erano le comparse di un film, quelle che avevano visto gettarsi dai grattacieli in fiamme; quei puntini che parevano stracci, brandelli di parti combuste, che nei servizi potevano sembrare difetti da bassa risoluzione, erano uomini che il terrore aveva spinto a gettarsi nel vuoto.

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