L’arte della disciplina

Questo pezzo è uscito originariamente su Satisfiction

Se penso a Mishima, al modo con cui mi divorai in poco tempo quasi tutta la sua bibliografia, devo ritornare con la memoria ai primi anni dell’università, alla metà degli anni Novanta e alle musicassette registrate dei CCCP, grazie ai quali scoprii l’esistenza dello scrittore giapponese.
Nel rileggere Il Padiglione d’oro (Feltrinelli, 1996) non fatico a ritrovare quegli elementi che mi colpirono già allora, primi tra tutti la scrittura così controllata dell’autore e la capacità di condensare il mondo in un quadretto. Ecco ad esempio come Mizoguchi, il giovane protagonista del romanzo, descrive il tempio per come se lo immagina dopo averne letto la storia in un libro d’arte: «Simile ad una luna sospesa in un cielo notturno, il Padiglione d’oro era stato costruito quasi a simbolo d’un’epoca fosca e tetra: era dunque inevitabile che il Padiglione dei miei sogni fosse circondato da ogni parte d’oscurità. In quella oscurità la costruzione dai bei pilastri snelli stava silenziosa e salda, sprigionando una vaga luce dall’interno.» La descrizione continua con la fenice d’oro che corona il tetto del tempio, poche righe più avanti paragonato a «un elegante vascello sul mare del tempo.»
Mizoguchi si immagina qui un quadro che la realtà non potrà che deludere, così come avviene al termine del primo viaggio col padre, che intende presentarlo al suo amico abate con la speranza che lo prenda sotto la sua protezione: «Non era che un piccolo, vecchio e buio edificio a tre piani. La fenice in cima al tetto assomigliava ad un corvo atterrato lassù per riposarsi. Non soltanto la costruzione non mi colpì per la sua bellezza, ma anzi provocò in me un’impressione di disarmonia e di fastidio».
La bellezza ideale viene incrinata quasi subito dall’impatto con il reale, che non può competere con l’immagine riflessa del Padiglione nello stagno e nei sogni di Mizoguchi: «Terso, soffuso d’una luce
paradisiaca, quel cielo riflesso aveva completamente inghiottito il mondo reale, e come una gigantesca àncora d’oro puro, ma già tutta arrugginita, il Padiglione d’oro vi stava immerso dentro e inabissato.» Man mano che si procede con la lettura del romanzo e che si segue la genesi del piano distruttivo del protagonista, che decide di dar fuoco al tempio, non si può non rimanere colpiti dalla compresenza del bisogno di controllo – questo è vero sia per la scrittura “misurata” di Mishima che per la disciplina con cui sia Mizoguchi che l’amico Kashiwagi tengono fede alle proprie particolari idee sulla vita – con la pulsione a distruggere del protagonista, come si evince già dal suo resoconto dell’episodio di Uiko che è stata arrestata dai poliziotti per aver aiutato un disertore di cui si è innamorata: «Se avesse ceduto appena, se anche di poco avesse dischiuso la bocca, quel mondo che ella profondamente disprezzava le si sarebbe immediatamente scaraventato contro».
Ad affascinarmi particolarmente, poco più che ventenne, credo che sia stata questa idea strutturante della disciplina (aldilà delle convinzioni politiche di Mishima) con la quale l’autore informa (nel senso di dare forma) tutta la propria materia e che infonde al carattere dei due personaggi principali del libro. Mizoguchi e Kashiwagi hanno infatti un’idea apparentemente monolitica del mondo e della vita, seguono una strada segnata dai propri difetti (la balbuzie per il primo e il piede storto per l’altro). Kashiwagi non può che avanzare zoppicando, ma in un certo senso lo stesso vale per Mizoguchi, che non fa che incespicare nel linguaggio: «[…] anche sui miei sentimenti influiva la balbuzie, e perciò essi non erano mai diretti né pronti». Dovetti rispecchiarmi molto in questo personaggio che cova pazientemente i propri sogni di distruzione, che dominato dalla legge della distanza disprezza in gran segreto tutto e tutti. In fondo avevo patito molto anch’io per i miei difetti fisici, che mi avevano reso timido e introverso durante gli anni dell’adolescenza, finché grazie alla forza di volontà e a una ferrea disciplina non riuscii a trasformare il mio corpo; e questa trasformazione coincise proprio con gli anni dell’università, dove lo studio fu per me una forma di rivalsa, una sorta di arma con la quale distruggere l’idea di bellezza, per così dire più superficiale, sotto la cui lente ero stato giudicato per anni.
Nella mia libreria Il Padiglione d’oro resiste insomma come un monito, sta lì a ricordarmi dei sacrifici fatti e della fame di leggere che non mi abbandona nonostante tutto.
Se dovesse mai scoppiare un incendio, quello di Mishima sarebbe senz’altro l’ultimo libro a bruciare.

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