Archivi categoria: Rosario Nuvola

un uccellino in petto #2

Da un po’ di tempo ho riscoperto la gioia di scrivere, grazie alla carta e alla penna, e visto che la gioia è qualcosa che merita di essere condiviso, ho deciso di pubblicare periodicamente degli estratti della storia che sto immaginando. Buona lettura!

Pino si mise l’indice in bocca, lo inumidì e lo usò per raccogliere i rimasugli di noccioline stantie rimaste nella piccola ciotola di coccio.
– Dunque adesso pensi che si possa uscire dal naufragio?
– Non lo so, la contemplazione continua a esercitare un certo fascino sul sottoscritto.
La cameriera – una donna anziana con una leggera zoppia alla gamba destra e dei vistosi incisivi giallognoli, che il rossetto metteva spietatamente in risalto – disse loro che ancora cinque minuti e sciò, perché era l’ora di chiuder bottega.
– A chicchi, andate a contemplavve da n’artra parte.
Pino le mostrò il bicchiere sudicio portandoselo davanti al naso.
– Fai ripicche? Se non t’aggrada ora ce stanno i bengalini.
Nel quartiere erano infatti già comparsi i primi alimentari gestiti da intere famiglie emigrate dal Bangladesh, la cui comunità avrebbe presto gareggiato in numeri con quella cinese. Era evidentemente a loro che faceva riferimento la signora Rosa – una rosa è una rosa è una rosa, le diceva ogni tanto Rosario per il solo gusto di sentirla rispondere: Ma che stai a di’ ?! – quando ricorreva al termine poco ortodosso di bengalini.
– Il termine corretto sarebbe diamantini. Mio padre una volta ne aveva tanti. Anche qualche canarino e gli inseparabili, ma in una voliera a parte.
Si erano fermati all’incrocio con via Grosseto, dove erano soliti prolungare la serata con un’ultima sigaretta.
– Le gabbie sono un’invenzione orribile, disse Pino.
– Ho detto voliere. Ma mi ascolti?
– Fossero anche piscine, che cosa cambia?
– Adesso stai parlando di pesci?
– Di ogni essere la cui libertà venga arbitrariamente limitata o addirittura negata.
Rosario fissò pensieroso il mozzicone che stringeva tra due dita e con una schicchera lo scaraventò lontano.
– Al manicomio si sarebbero presi a morsi per quest’ultimo tiro.
– Senti, questo non ti dà l’esclusiva sul concetto di libertà. Ne abbiamo già ampiamente discusso.
– Però devi ammetterne che dovrei saperne qualcosina in più di te.
Tre anni prima Rosario aveva fatto il servizio civile al San Niccolò di Siena, all’interno delle cui mura aveva vissuto per quattordici mesi – con la non trascurabile differenza che poteva uscire e rientrare dal grande cancello senza alcuna limitazione e senza l’effetto delle pasticche che gli ospiti ingollavano dalla mattina alla sera – ricavandone tutta una serie di aneddoti che aveva disseminato nei propri racconti. Pino li aveva letti tutti e ogni volta che gliene capitava uno nuovo sotto agli occhi rimaneva fermo per un po’ sull’ultimo foglio di carta, eseguendo un dondolio ipnotico con il busto che era una specie di ballo lento, finché non se ne usciva con certe espressioni – del tipo: Bello, ma non è un racconto – che facevano uscire di testa Rosario.
Ma di dove veniva questa fissazione del Nuvola di voler essere scrittore?

Un uccellino in petto #1

Da un po’ di tempo ho riscoperto la gioia di scrivere, grazie alla carta e alla penna, e visto che la gioia è qualcosa che merita di essere condiviso, ho deciso di pubblicare periodicamente degli estratti della storia che sto immaginando. Buona lettura!

Rosario Nuvola aveva preso da tempo l’abitudine di rispondere a domande con altre domande. Si trattava invero di un metodo con tutti i crismi, da lui brevettato con la definizione di “parabola di una parabola”, che, proprio come in geometria, tendeva a mantenersi equidistante dal fuoco – chiamiamolo problema – sommando punti interrogativi a punti interrogativi.
Quando, per la prima volta, Pino Lo Sacco gli chiese che cosa cercasse di ottenere – e fu in una delle tante appiccicosissime notti romane dell’anno 2003 – Rosario gli rispose, serafico, che si stava allenando per la politica.
– Tu – gli disse puntandogli contro il dito indice tozzo, tra le cui pieghe brillavano residui di vernice secca – tu in politica?
– Perché, che cos’ho io che non va?
– Il fatto che fino all’altro ieri volessi scrivere il grande romanzo italiano?
– Una cosa non esclude l’altra. Anzi.
Pino contemplò il fondo di Peroni rimasto nel bicchiere pieno d’impronte, che ai suoi occhi dimostravano almeno un paio di fatti indiscutibili: che da quel bicchiere avessero bevuto diverse altre persone prima di lui, e che nel bar che erano soliti frequentare non tenevano in modo particolare alla pulizia e all’igiene. D’altronde dopo le nove al Pigneto non c’era molta altra scelta e di arrivare a piedi fino a San Lorenzo, dopo una giornata passata a staccare una lurida carta da parati piena di caccole secche, attaccate da chissà quale moccioso, che si confondevano con i fiorellini grigi sullo sfondo crema, e dopo aver stuccato e rasato una parete sulla cui superficie l’umidità aveva disegnato delle strane creature alle quali aveva persino dato un nome, non ne aveva affatto voglia. Di risalire la Prenestina e attraversare Porta Maggiore con le auto che sfrecciavano sui sampietrini, e poi superare i binari del tram sotto alla sopraelevata e girovagare alla ricerca di un locale con un tavolo per due ancora libero, con la prospettiva di fissare delle studentesse che non si sarebbero mai avvicinate a due falliti come loro, Pino non ne aveva nessuna intenzione dopo una giornata simile a tante altre; e questo accadeva più o meno tutte le sere, perché neanche di stare a casa a fumare davanti a un film che avrebbe smesso di vedere dopo mezz’ora al massimo, nemmeno di questo aveva granché voglia.
In quel bar un po’ dimesso i due amici andavano sia d’inverno che d’estate, ma per Pino la stagione migliore era decisamente quella che andava da maggio a settembre, quando potevano rimanere seduti addirittura fino alle dieci, per poi trascinarsi lentamente uno verso la Casilina e l’altro fino alla Marranella mentre contavano le cicche rimaste – rigorosamente Diana blu e Fortuna rosse – e Rosario continuava a parlargli dei libri che leggeva e che lui, Pino, fingeva di aver letto sebbene non gliene importasse niente.
Si conoscevano da un paio di anni appena, eppure li univa una complicità tale che potevano sembrare amici di lunga data, vecchi compagni di scuola che si fossero ritrovati per caso sulla stessa strada dopo due vite separate – una laurea in storia del cinema uno, un diploma tecnico l’altro – che si erano riunite davanti allo spettacolo del naufragio di un’intera generazione, anche se Rosario preferiva parlare di estinzione di una razza, citando un vecchio monologo di Carlo Monni.
Noi siamo quella razza che non sta troppo bene, che il giorno salta i fossi e la sera le cene, e via dicendo.