inedito

Nel corso del 2020 ho lavorato a un romanzo inedito che parla di arte e del prezzo delle rinunce. Nadia, la protagonista, pubblica un romanzo intitolato “La femmina fantasma” in cui racconta la storia della sua relazione con Alberto, un pittore morto di stenti a Parigi e diventato famoso postumo. Alle pagine del romanzo si alternano quelle della sua genesi, in un’alternanza continua tra prima e terza persona. Quello che segue è l’incipit.

Alle elementari Alberto non sapeva comunicare che con il disegno. Parlava pochissimo e sembrava sempre con la testa da un’altra parte. Quando era ormai adulto, sua madre gli aveva raccontato di un dottore che aveva addirittura paventato l’ipotesi di un ritardo cognitivo.
«Tuo padre mi disse: non voglio più sentire quel nome».
Per pagare la parcella del rinomato specialista, che aveva lo studio in un antico palazzo nel centro della città, avevano dovuto sborsare il corrispettivo di una settimana di lavoro. Nel piccolo paese in cui vivevano, un figlio poco normale avrebbe fatto parlare la gente e ne sarebbe venuto fuori uno scandalo.
Di matti ce n’era già uno, Alberto se lo ricordava ancora bene perché lo avevano trovato morto in un fosso quando lui aveva diciassette anni. Il suo nome era Giovanni, ma tutti lo chiamavano Vanni. Quando passava davanti al bar centrale, con il suo passo strascicato e quella testa così piccola sul corpo grasso e sudaticcio, i vecchi giocatori di carte erano soliti dire: «Ecco Vanni che porta il peso del mondo».
Lo sfottevano perché sembrava sempre stanco senza aver mai lavorato. Raccontavano che avesse avuto un esaurimento nervoso dopo il militare, dove lo chiudevano negli armadietti per ore e lo torturavano con le flessioni notturne – ma c’era stato anche di peggio, cose che ai ragazzini non potevano dire. Davano la colpa ai genitori troppo anziani, che non volevano farlo uscire di casa e lo trattavano come un bambino. Anche dopo morti, la loro influenza aveva continuato ad agire sulla psiche di Vanni, che nel frattempo era andato a stare da una sorella più grande e di giorno frequentava una cooperativa, dove gli facevano fare alcuni lavoretti di manutenzione.
Un giorno, era da poco passata l’ora di pranzo, il suo amico del cuore Tommaso aveva preso in disparte Alberto per fargli una proposta: «Lo vuoi vedere dov’è che va il nostro eroe?» gli aveva chiesto.
Era l’estate dei loro sedici anni, delle prime sbornie; la prima che ammazzavano al bar nelle ore più calde per poi salire sul motorino e catapultarsi in spiaggia con l’asciugamano buttato sul sellino rovente.
Di studiare Alberto non ne aveva mai voglia, aveva lo zaino pieno di libri che non gli sarebbero serviti a niente. Lui voleva dipingere, e invece doveva accontentarsi di fare i disegni a matita o a penna sul diario.
Quel giorno la temperatura aveva superato i trenta gradi, si ricordava di un caldo da togliere persino la voglia di alzarsi. A malincuore aveva seguito Tommaso a piedi fino all’incrocio, facendo una gran fatica per tenere su la testa appesantita dalla grappa bianca appena bevuta. Da quel punto, l’insegna del Bar Centrale – un cartello bianco, sbilenco, con la scritta rossa – già non riuscivano a leggerla più. Avevano superato il loro confine, la cornice – le loro case, la scuola, il campetto, il bar – all’interno della quale si stava consumando la loro adolescenza.
Avevano svoltato a sinistra, per poi continuare per circa trecento metri, pestando l’ombra che li precedeva di un niente; infine avevano imboccato una viuzza stretta, dove si trovava un cancello verde un po’ arrugginito.
«Sta là dietro,» aveva detto Tommaso.
Alberto era salito sul basso muretto che circondava la proprietà e aveva guardato attraverso l’inferriata.
Vanni stava in piedi, come imbambolato, con il rastrello in mano e un cumulo di foglie secche al suo fianco. Era rimasto così per un po’, spostando il peso da un piede all’altro, finché non aveva aperto un saccone della spazzatura e aveva iniziato a riempirlo, lentamente, con quello che aveva raccolto.
Sottovoce, Tommaso aveva spiegato ad Alberto che quella era la casa di un’anziana signora rimasta vedova, dove Vanni andava due volte a settimana per pulirle il giardino.
Poi aveva guardato l’orologio e lo aveva invitato ad andare, perché da lì a pochi minuti sarebbero passati a riprenderlo quelli della cooperativa.
Erano tornati altre volte a vederlo e sempre lui compiva gli stessi gesti, che ricontrollava in modo maniacale per la paura di sbagliare qualcosa. Ogni tanto si affacciava la padrona di casa per verificare, e allora Vanni ne approfittava per chiedere: «Va bene così? Ho fatto male?»
L’anziana signora si limitava a ringraziarlo, con una vocina così bassa che a volte se la portava via il vento, perciò lui le chiedeva che cosa avesse detto. Vista da fuori, la loro poteva sembrare una specie di pantomima.
«Grazie,» ripeteva lei, sforzandosi con la gola per far uscire il suono più chiaro.
Oltre a raccogliere la sporcizia, Vanni si occupava anche di innaffiare le poche piante, per lo più gerani e begonie, e il nespolo che era cresciuto in mezzo al piccolo giardino e ospitava frotte di passerotti. Prendeva l’acqua da un rubinetto in fondo al giardino, accanto a una casetta di legno dove poi riponeva gli attrezzi. Riempiva l’innaffiatoio fino al bordo, in modo da non dover fare più di cinque viaggi. Certe volte, a causa dei forti tremori che gli prendevano alle mani, perdeva qualche goccia e si fermava a imprecare.
Un pomeriggio di agosto, Alberto non aveva resistito alla tentazione di urlargli qualcosa da dietro al cancello. Quella lentezza – indice di un’inadeguatezza che sentiva anche un po’ sua, e che lo spaventava – gli faceva venire voglia di scavalcare e prenderlo a calci nel sedere.
Tommaso lo aveva afferrato per un braccio e lo aveva spinto via in malo modo. Una volta arrivati davanti al bar, con la voce rotta dal fiatone gli aveva fatto promettere che quella storia sarebbe finita lì.
«Ti è venuta la fissazione,» gli aveva detto – che era stato un po’ come sentirsi dire d’esser matto.
Alberto non fece mai menzione dell’accaduto con i suoi.
Era il secondogenito di una famiglia di contadini, che non amavano le stranezze e consideravano lo studio come un privilegio. I sacrifici fatti per l’istruzione dei figli se li portavano addosso: nei pantaloni con le toppe e nelle camicie rammendate, nei maglioni lisi e nelle scarpe dure che consumavano la pelle sopra al tallone. Lo studio, di conseguenza, non potevano che identificarlo con la fatica.
Nella scuola elementare che frequentava, c’era un’anziana maestra con l’abitudine di punire ancora a suon di bacchettate sulle dita. Ogni volta che lui non rispondeva, seppur sollecitato, la signora Monticelli minacciava di spedirlo da quell’altra: «Guarda che se non parli ti mando dalla Cimatti, così ci pensa lei a farti aprire la bocca».
Alberto ne aveva terrore, ma la sua ostinazione era più forte. Metteva le mani aperte sulla cattedra e contava fino a dieci ad occhi chiusi. Solitamente le bacchettate arrivavano dopo tre, massimo quattro secondi, ma poteva anche capitare che dovesse ricominciare il conteggio da uno e quelle erano le volte peggiori.
A distanza di tanti anni si ricordava ancora quella sensazione di avere la pancia dura come un pugno, la stessa che aveva provato il giorno in cui aveva dichiarato di volersi iscrivere in accademia.

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