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Un uccellino in petto #1

Da un po’ di tempo ho riscoperto la gioia di scrivere, grazie alla carta e alla penna, e visto che la gioia è qualcosa che merita di essere condiviso, ho deciso di pubblicare periodicamente degli estratti della storia che sto immaginando. Buona lettura!

Rosario Nuvola aveva preso da tempo l’abitudine di rispondere a domande con altre domande. Si trattava invero di un metodo con tutti i crismi, da lui brevettato con la definizione di “parabola di una parabola”, che, proprio come in geometria, tendeva a mantenersi equidistante dal fuoco – chiamiamolo problema – sommando punti interrogativi a punti interrogativi.
Quando, per la prima volta, Pino Lo Sacco gli chiese che cosa cercasse di ottenere – e fu in una delle tante appiccicosissime notti romane dell’anno 2003 – Rosario gli rispose, serafico, che si stava allenando per la politica.
– Tu – gli disse puntandogli contro il dito indice tozzo, tra le cui pieghe brillavano residui di vernice secca – tu in politica?
– Perché, che cos’ho io che non va?
– Il fatto che fino all’altro ieri volessi scrivere il grande romanzo italiano?
– Una cosa non esclude l’altra. Anzi.
Pino contemplò il fondo di Peroni rimasto nel bicchiere pieno d’impronte, che ai suoi occhi dimostravano almeno un paio di fatti indiscutibili: che da quel bicchiere avessero bevuto diverse altre persone prima di lui, e che nel bar che erano soliti frequentare non tenevano in modo particolare alla pulizia e all’igiene. D’altronde dopo le nove al Pigneto non c’era molta altra scelta e di arrivare a piedi fino a San Lorenzo, dopo una giornata passata a staccare una lurida carta da parati piena di caccole secche, attaccate da chissà quale moccioso, che si confondevano con i fiorellini grigi sullo sfondo crema, e dopo aver stuccato e rasato una parete sulla cui superficie l’umidità aveva disegnato delle strane creature alle quali aveva persino dato un nome, non ne aveva affatto voglia. Di risalire la Prenestina e attraversare Porta Maggiore con le auto che sfrecciavano sui sampietrini, e poi superare i binari del tram sotto alla sopraelevata e girovagare alla ricerca di un locale con un tavolo per due ancora libero, con la prospettiva di fissare delle studentesse che non si sarebbero mai avvicinate a due falliti come loro, Pino non ne aveva nessuna intenzione dopo una giornata simile a tante altre; e questo accadeva più o meno tutte le sere, perché neanche di stare a casa a fumare davanti a un film che avrebbe smesso di vedere dopo mezz’ora al massimo, nemmeno di questo aveva granché voglia.
In quel bar un po’ dimesso i due amici andavano sia d’inverno che d’estate, ma per Pino la stagione migliore era decisamente quella che andava da maggio a settembre, quando potevano rimanere seduti addirittura fino alle dieci, per poi trascinarsi lentamente uno verso la Casilina e l’altro fino alla Marranella mentre contavano le cicche rimaste – rigorosamente Diana blu e Fortuna rosse – e Rosario continuava a parlargli dei libri che leggeva e che lui, Pino, fingeva di aver letto sebbene non gliene importasse niente.
Si conoscevano da un paio di anni appena, eppure li univa una complicità tale che potevano sembrare amici di lunga data, vecchi compagni di scuola che si fossero ritrovati per caso sulla stessa strada dopo due vite separate – una laurea in storia del cinema uno, un diploma tecnico l’altro – che si erano riunite davanti allo spettacolo del naufragio di un’intera generazione, anche se Rosario preferiva parlare di estinzione di una razza, citando un vecchio monologo di Carlo Monni.
Noi siamo quella razza che non sta troppo bene, che il giorno salta i fossi e la sera le cene, e via dicendo.