Non si dimentica una voce

Questo articolo è apparso originariamente su Satisfiction

In una biblioteca che si rispetti dovrebbe esserci sempre un libro terribile e meraviglioso; un libro che ne stravolga l’ordine e trami nell’oscurità per una rovinosa caduta di tutto il sistema del proprio sapere compilato negli anni con dovizia. Si tratta di un libro scomodo, che ci ricorda qualcosa che abbiamo messo a tacere; relegato in un angolo o custodito in bella vista non fa alcuna
differenza, perché nell’uno o nell’altro caso abbandonato, esiliato dal mondo delle belle parole da ripetere e dei concetti da usare. In realtà è passato così tanto tempo dall’ultima volta che lo abbiamo sfogliato che ce ne siamo dimenticati la voce.
Un libro così io lo porto con me da circa vent’anni. È Aden Arabia (tornato recentemente disponibile grazie alle Edizioni dell’Asino) di Paul Nizan, il cui incipit fece subito leva sulle mie attitudini anarcoidi di ragazzo di provincia poco incline al gusto degli altri: «Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita.»
Sarò sincero, così come ha cercato di esserlo Jean-Paul Sartre nella famosa e toccante prefazione all’edizione del 1960. Rileggendolo oggi, a distanza di anni, posso dire di non averlo veramente mai letto, che il mio ricordo si è fermato a quelle prime righe e ha cancellato tutto il resto. Eppure è un libro il cui debito – filosofico ancor prima che letterario – gli ho sempre riconosciuto. Che cos’è, mi
chiedo oggi, che mi aveva toccato così profondamente da lasciare un segno indecifrabile per tutti questi anni? Che cos’era, se non quella capacità che gli riconosce lo stesso Sartre, quella capacità di parlare ai giovani arrabbiati di ogni generazione, alla totale infelicità dei giovani che ognuno, anche se solo per poco, ha sperimentato o sperimenterà: «Egli», scrive di lui Sartre, «può dire loro tutto, perché è un bel giovane mostro come loro, ne condivide il terrore di morire e l’odio di vivere nel mondo che noi abbiamo fatto per loro.»
Della scrittura di Nizan rimane senza ombra di dubbio l’eco di
quest’inquietudine intransigente che è una forma di disciplina. Era questo sguardo spietato e cristallino ad affascinarmi all’età di vent’anni? Credo proprio di sì, ma oggi dovrei anche ammettere che mi spaventa, che mi accompagna su un baratro nel quale non vorrei mai dover gettare gli occhi. Non c’è pagina in cui Nizan non ci ricordi infatti che «ogni individuo è diviso tra gli uomini che potrebbe essere», che «gli uomini non vivono come dovrebbe vivere un
uomo.» Un libro così pesa quanto tutta la libreria.
Ha ragione dunque Sartre a scrivere di lui che era un guastafeste, che con la sua opera voleva urtare; ma questo non è il suo solo merito. Rileggendo Aden Arabia ho ritrovato pagine pregne di un lirismo che non è fine a se stesso, bensì un altro mezzo per raggiungere lo scopo di ritrovare l’essere umano dietro le paure puerili e le astrazioni del mondo borghese, che in altre pagine,
senz’altro meno letterarie, Nizan attacca di petto. Questo suo andirivieni tra uno stato d’animo e l’altro, le contraddizioni che egli stesso si riconosce e che mette a nudo vagliandole sotto la lente potentissima della sua scrittura, costituiscono la materia stessa del libro, che è l’uomo. Più che un viaggio in una città araba, che oggi fa parte dello Yemen, Aden Arabia è un viaggio al centro dell’essere umano, un pellegrinaggio nutrito dalla speranza di rendercelo puro, spoglio di tutte le sovrastrutture che il mondo occidentale (nel
caso specifico l’Europa) ha esportato ovunque.
«Scoglio per scoglio, preferisco la terra. Respingo i viaggi per mare e gli itinerari. Si ha sempre l’impressione di essere ritti in cima a qualcosa, di avere intorno a sé grandi scarpate quasi verticali in fondo alle quali si rotolerà, in fondo alle quali ci si perderà. Tutto ci viene strappato via quando si arriva a gli scali e si scende sulle banchine, si spera di possedere una città, degli abitanti. Figurarsi! […] Il viaggio è un seguito di perdite irreparabili.»
Il viaggio di Nizan, come quello di Ulisse, non può finire che con il ritorno, con la certezza di dover vivere con costanza tra i nemici, di non poter mai trovare un porto che sia luogo di pace. Questo sarà il suo destino di esiliato in patria, di cattivo maestro che verrà accusato di tradimento e dimenticato per anni, proprio come ha voluto ricordarci Sartre: «A denunciare la realtà della nostra
condizione fu un uomo che, a dir poco, la patì nella propria carne; vivo non ci fu un’ora in cui non rischiasse di smarrirsi, morto corse un pericolo anche peggiore: per ripagarlo della sua lungimiranza una congiura di minorati pretese di eclissarlo.»
È proprio vero che ci addestrano a vivere «alla piccola velocità del sonno», ed è il motivo per cui io devo molto a questo libro, che non smette mai di ricordarmi che si rischia sempre di diventare uno di quei sacchi di crusca che ad aprirgli il ventre ne verrebbe fuori la polvere.

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