Le citazioni pericolose: Luciano Bianciardi

Luciano-Bianciardida Il lavoro culturale (Feltrinelli, 1997) di Luciano Bianciardi

Era ogni anno la stessa storia. Uomini di quarant’anni, con moglie e figli grandi, non erano ancora entrati in ruolo, anche perché il ministero  bandiva concorsi a ogni morte di papa, ed offriva settecento posti a ventimila candidati. Gli altri diciannovemila e passa dovevano continuare a cercarsi il lavoro stagione per stagione.
“Una sorta di bracciantato intellettuale,” disse solennemente un professore venuto apposta da Roma, un uomo piccolo, con gli occhiali e la testa pelata. “Oggi l’insegnante in nulla, se non nella diversa prestazione d’opera, differisce dal bracciante che il latifondista ingaggia per le faccende stagionali.” Eravamo tutti riuniti nella grande sala della biblioteca, ma non c’era molta gente. Simonetta aveva spedito un centinaio di inviti, praticamente a tutti i professori della nostra città: la lista gliel’aveva fornita un ragioniere calabrese, suo amico e compagno d’armi, impiegato dal provveditore. Simonetta aveva concordato gli interventi con Marcello, aveva anche previsto un comitato cittadino per la scuola democratica, composto di professori, di alunni, di genitori degli alunni e di personalità.
Ma non era venuto quasi nessuno. Oltre a Marcello c’erano cinque o sei insegnanti che quell’anno erano rimasti esclusi dal posto, e perciò avevano il dente avvelenato: anche una donna, professoressa di matematica, una ragazza alta e magra, con i baffi.

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