Jurij Gagarin

Il breve racconto che segue potrebbe essere considerato anche come la costruzione di un personaggio o come l’incipit di una storia più lunga. Un racconto è sempre una finestra su qualcosa, lo spaccato di un mondo più grande che si espande fuori campo.

Mi chiamo Iuri, come Jurij Gagarin, ma più italiano.
Sono nato quattordici anni dopo il primo viaggio nello spazio. Dieci giorni prima moriva Pier Paolo Pasolini.
Mio padre non leggeva romanzi – sosteneva che fossero contrari al realismo socialista – ma L’Unità sì, quella la comprava ogni giorno.
Il mio nome l’ha scelto lui, la sera prima che venissi al mondo.
A mia madre l’aveva annunciato come una minaccia, lì in ospedale, con la tuta sporca d’olio e fuliggine e le infermiere che lo guardavano storto: «Ti avverto, se arriva domani è Iuri».
Tutti gli altri giorni l’avrebbe avuta vinta lei, ma il dodici no.
Tutti gli altri giorni sarei stato Pier Paolo, come l’attore Pier Paolo Capponi, che a mia madre piaceva eccome, soprattutto nel ruolo di monsignor Cittadini nel film La badessa di Castro, che, calendario alla mano, doveva aver visto proprio nei giorni del mio concepimento. Chissà se fossi nato femmina: magari mi avrebbero chiamato Barbara, come la Bouchet, che nel film veste i panni di una monaca conturbante e focosa, contro la cui bellezza si batte inutilmente la Sacra Inquisizione.
Mi chiamo invece Iuri, anche se in Russia non ci sono mai stato, ma non si può dire che il mio nome non m’abbia in qualche modo influenzato. Amo la scritta CCCP stampata in nero sul rosso infinito e ho ascoltato per anni anche l’omonimo gruppo italiano, prima che si desse alla grazia ricevuta e ripudiasse i piani quinquennali. Dello spazio amo le carte, i nomi dei pianeti e delle stelle, ma soffro terribilmente le vertigini (ne ho una anche tra i capelli, sul lato destro della testa), perciò non proponetemi mai un giro sulle giostre perché non ci salgo.
Da piccolo impazzivo per i dinosauri. Un Natale di tanti anni fa, nella frenesia di scartare un libro che mi aveva regalato mia zia e che s’intitolava Quando l’uomo non c’era, detti una manata involontaria all’astronave di Don Hakka – il ciccione di Starzinger – che mi aveva regalato mio padre, pensando evidentemente al sommo Gagarin. Nell’impatto col pavimento l’astronave perse uno dei cannoncini posizionati sul davanti ed io piansi per il senso di colpa e lo sguardo del genitore, che aveva almeno due buoni motivi per biasimarmi: l’aver voluto un oggetto inutile – un’americanata, come le chiamava lui, anche se il cartone era giapponese – e averlo persino rotto. Nella sua testa era un chiaro delitto di matrice capitalista: far spendere soldi per un desiderio indotto, che, in quanto tale, veniva subito scavalcato da altri desideri che lo relegavano allo stato di cosa senza valore.
Da quel giorno mi sono vergognato di ogni mia voglia e ancora oggi, le rare volte che vado al ristorante, quando pago mi tolgo con circospezione il portafogli dalla tasca. Vivo il denaro come qualcosa di sporco, anche se me lo sono guadagnato.
Ho praticato diversi sport con pessimi risultati, alla faccia del rigore sovietico. Non ho mai avuto un’idea sul mio ruolo. A calcio, ad esempio, mi misero a fare il terzino, poi il centravanti, ma finivo regolarmente in panchina. Quando smisi, pur di giocare con gli amici m’inventai un istinto da portiere che mi costò il distaccamento della cartilagine della rotula per colpa di un tuffo maldestro.
A tennis volevo fare il serve and volley, con pessimi risultati. Venivo trafitto dai passanti lungo linea e rimanevo lì, inchiodato a un presente che mi schiacciava al suolo. Per questo amavo John McEnroe, l’antisovietico per eccellenza, e ogni volta che perdevo un punto inveivo contro l’arbitro, contro il destino, contro la racchetta e contro Dio.
Per quanto riguarda il judo, che fu il primo e unico sport che mi obbligarono a fare, mi vergogno persino a raccontarne. La faccia tesa e scura di mio padre, mentre piangevo davanti a una bambina che mi aveva messo al tappeto durante la prima dimostrazione pubblica, è un’immagine che non mi toglierò mai dalla testa.
Quel giorno mio padre è giunto alla conclusione che sia tutta colpa di Gorbaciov e che la disgregazione dell’URSS sia l’allegoria di una degenerazione più profonda, che ha bloccato per sempre lo sviluppo dell’uomo nuovo.
Naturalmente sono diventato un introverso, uno negato per le cose manuali. Uno che il realismo socialista, nella migliore delle ipotesi, l’avrebbe mandato alla trebbiatrice, o a spostare i sacchi pieni di polvere di marmo.

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1 commento su “Jurij Gagarin”

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