L’albero in catene

Sono passati 7 anni dal mio primo romanzo, che è passato inosservato, come i tanti pubblicati da piccoli editori in questo paese. Eppure, a rileggerlo oggi mi sembra che abbia ancora molto da dire, e forse meriterebbe una seconda giovinezza. Il tema è quello della follia, da sempre a me caro, e ancor di più dopo la mia esperienza di obiettore all’ex ospedale psichiatrico di Siena, nel 2000. Vi riporto qua l’incipit; se non vi bastasse, potete leggerne alcune pagine su google libri.

(Naturalmente, vista la scarsa distribuzione, consiglio a chi sia interessato di farlo ordinare direttamente dal proprio libraio di fiducia, o di comprarlo direttamente in internet).

Oggi il babbo mi ha legato dietro al suo motorino, usando una vecchia corda che tiene nel fienile. Il nodo era talmente stretto che per giorni conserverò questi segni rossi sulla pelle delle braccia. Lo ha fatto per portarmi con sé all’orto, per far vedere agli altri che anche lui ha un figlio normale. Uno di quelli che fa le cose che tutti dovrebbero fare.

Siamo passati dalla strada principale del piccolo paese dove abitiamo, così che tutti ci hanno potuto notare. Una volta arrivati mi ha slegato, pregandomi di stare fermo per guardare cosa faceva lui. Io mi sono seduto su un mucchio di zolle, ai piedi di una vecchia quercia, ma dopo un po’ mi sono messo a rincorrere una farfalla dalle grandi ali bianche, che mi gironzolava intorno. Quando il babbo mi ha visto ha cacciato un urlo dei suoi, minacciando di prendermi a legnate sulla schiena se non tornavo subito al mio posto. “La farfalla, la farfalla!”, gridavo io, indicandogli un punto imprecisato nel cielo davanti a me. Non volevo rimettermi seduto, al mio posto, così che il babbo ha preso davvero un bel legno, quello di ciliegio che usa quando va in cerca di funghi nel bosco, e mi ha rincorso. Peccato che lungo l’argine del fosso era seduto un vecchio ubriacone. Se n’è accorto anche il babbo e si è fermato per un attimo, come inebetito. Anche se nessuno crederà a quel pover’uomo, rimane comunque la consapevolezza che certi fatti non si possono tenere nascosti tanto a lungo. Quando il babbo è riuscito finalmente a prendermi, avreste dovuto vedere com’era infuriato! Era tutto rosso e sudato per lo sforzo, con gli occhi strabuzzati dinanzi all’inatteso spettatore. Una giornata di lavoro era ormai andata persa e non si poteva continuare a restare là, rischiando di diventare davvero lo zimbello di tutti. Così il babbo mi ha legato nuovamente al suo motorino, soltanto che stavolta ha stretto ancora di più i lacci. Questa cicatrice che ora mi ritrovo sul braccio, servirà secondo lui ad aiutarmi a ricordare meglio. “Sono sicuro che non capiterà mai più”, gli ho risposto. Lui mi ha guardato in modo minaccioso, ma già vedevo del tenero nel fondo degli occhi. “Sarà meglio”, mi ha rimproverato. C’è mancato poco che non gli ridessi in faccia. Voleva che ci cascassi un’altra volta, addossandomi nuovamente tutte le colpe con quella stupida storia del perdono e della carità. Come quando si mette a vaneggiare che rubare è peccato e che anche per una piccolezza si può finire all’inferno tra le fiamme e le forche. Ma che a me questo mondo pare già un inferno e che mi sembra di vedere solo tanti diavolacci che muoiono dalla voglia di farmi la festa, questo mica gliel’ho mai detto! E quando a casa ha attaccato per l’ennesima volta con la storia del lavoro, la mia vocina interiore, quella che chiamano coscienza e che a sentir la pubblica morale dovrei avere proprio sporca, se n’è rimasta in silenzio, perché… come faccio a dirgli che non credo più alle sue schiavitù, alla sua famiglia, alla sua fede, alla sua patria e al suo dannato lavoro? Come faccio con la mamma a letto in quelle condizioni, che già basta a dar testimonianza con la sua sola apparenza? Il passato è passato e ci si doveva pensare prima, invece di affidarsi ai santi del paradiso.


L’albero in catene (NonSoloParole, 2003)

di Simone Ghelli

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