Dal mio primo romanzo

9788888850092gSono ormai passati  11 anni dalla pubblicazione del mio primo romanzo, L’albero in catene (NonSoloParole Edizioni).
Ne ripropongo qua due brevi estratti (un altro potete leggerlo
qui).

Continuai a parlare, ormai ero un fiume in piena, volevo rinfacciar loro tutti quei falsi ideali di cui si cibavano, tutte quelle belle forme marce di cui si contornavano, dei loro sentimenti ormai putridi volevo parlargli. Ma, infervorato com’ero, non mi accorsi di un gruppo di uomini che mi aveva alla fine afferrato e che mi trascinava verso l’uscita. Sembrava di stare a una battuta di caccia, con tutta quanta la corte al seguito e il banchetto che ci attendeva per festeggiare. Volti sfumati e irriconoscibili di gente incredula sfilarono davanti ai miei occhi, come tante lampadine intermittenti. Mi lasciai trascinare passivamente: io ero l’animale dietro a cui si perde la scia di sangue che nutre mosche e riporta sempre all’origine di tutto. E così il supplizio aveva avuto inizio, anche senza Caronte il mio viaggio all’inferno andava comunque in porto. Capitano senza il mio equipaggio, mi avviavo verso nuovi e impervi orizzonti. Tutti quei tracciati e tutte quelle rotte che da piccolo mi divertivo a studiare sulle carte navali, tutte quelle bandiere e tutti quei confini che la passione della geografia mi aveva spinto a imparare a memoria come le poesie che ci dava la maestra, tutto questo potevo adesso sottoporre al vaglio della mia esperienza. Non avrei dovuto continuare a sperimentare l’ebbrezza del movimento con il succedaneo del dito che si sposta frusciando sulla carta patinata. Ardito il cuore che brucia e scintilla nel fondo degli occhi! Finalmente mollavo gli ormeggi.

*****

Al mattino ci sorprese un cielo strano attraversato da veloci nubi, mentre il sole sembrava come velato da una misteriosa foschia che ne alterava il colore. Fu in questa cornice che ci venne incontro la visione delle colonne, l’una posta di fronte all’altra, ai due estremi quasi tangenti dello stretto, imponenti come due fari di gigantesche proporzioni. Più ci avvicinavamo e più il passaggio sembrava restringersi, al punto che, una volta giunti in prossimità del tanto temuto ostacolo, ci fu anche chi gridò che non ce l’avremmo fatta, che saremmo stati spacciati ancor prima di quanto non pensassimo perché la nave si sarebbe incagliata e noi saremmo colati a picco con lei nei fondali più profondi della notte. Ci volle tutta l’abilità del capitano per riuscire a passare attraverso quella cruna d’ago, ma nessuno pensò di festeggiare lo scampato pericolo. A bordo si era ormai smesso di giocare alle favole, quasi che ognuno di noi avesse lasciato il proprio passato di là dallo stretto.  Forse eravamo i progenitori di una nuova umanità che avrebbe rinominato le cose usando diverse parole. E per questo era necessario attendere in silenzio che si accendesse la prima scintilla, da cui sarebbe nato tutto il resto.

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