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Bozzetto preparatorio alla stesura di un nuovo romanzo

antenne-roma Vera s’è alzata, non era ancora l’alba, e al buio ha rovesciato i nostri pensieri: un fracasso che non avrebbe voluto; ma anche se, alla fine li ha rotti.
Coi capelli ha coperto il cielo; e io che non vedevo niente, nemmeno il sorriso di una nuvola o il suo pianto.
«Vera,» le ho detto, «cos’è questo sussulto?»
Scrollava le spalle: un pianto di muscoli da tremare tutta la stanza.
«Rido di noi,» mi ha risposto. Continua a leggere Bozzetto preparatorio alla stesura di un nuovo romanzo

La tradizione grottesca nel cinema italiano

Riporto qui un estratto dal mio saggio, pubblicato nel 2009 da L’Orecchio di Van Gogh.

L’esempio di Ciprì e Maresco è dunque sintomatico di una certa “tradizione” italiana d’inquadrare la realtà, che, lungi dal limitarsi a ri-presentarla senza prospettiva, resiste nella pratica di alcuni autori – penso ad esempio a Tano da morire (1997) e Sud Side Stori (2000) di Roberta Torre, che meriterebbero un discorso a parte. Si tratta di un tipo di cinema che ho definito politico perché non si riduce a criticare la situazione di “spettacolarità diffusa” incoraggiata dall’ingombrante presenza della televisione, ma che a questo modello riesce a rispondere per così dire dall’interno – che è poi proprio il modo di funzionare del grottesco attraverso l’esagerazione del particolare – cioè senza snobbare intellettualisticamente il mezzo, ma anzi riconoscendone l’importanza sociale in quanto nuova fabbrica dell’immaginario. Il cinema di Ciprì e Maresco rivela dunque tutta la sua importanza nel mettere in prospettiva – nel ritrovare cioè un’estetica che esibisca le proprie forme – un linguaggio televisivo che esalta l’apparato tecnologico e riduce il proprio sguardo a quello dell’occhio professionale. In questo modo i due autori palermitani portano avanti la loro danza macabra del cinemasulla televisione, facendo così risorgere il cadavere della comicità italiana per troppo tempo imbalsamato nei mascheroni patetici e volgari della “nuova comicità” figlia degli anni ottanta. E sotto la maschera, fuori dall’illuminazione che esalta il trucco, ritroviamo sempre gli stessi mostri.

Ancora sul mio Io e sullo stato attuale dei lavori

È come se dopo gli anni del divertimento a tutti i costi, dello stordimento planetario condito di lustrini e paillettes; dopo il decennio della politica da bere, in cui tutto sembrava azionato da un pilota automatico, in cui in televisione le cosce prendevano sempre più spazio, in orari sempre meno notturni, come con una minigonna che si accorciava un poco alla volta; è come se alla fine di quegli anni ottanta e con il successivo passaggio a una fantomatica Seconda Repubblica, dov’è cambiato tutto per non cambiar niente, noi ci fossimo ritrovati improvvisamente adulti.

Ecco, a causa di questo e di molto altro ancora, noi non sappiamo più in cosa credere, e per primo il mio io, che s’interroga incessantemente su tutto, a partire dal corpo che lui pretende di comandare, con il bel risultato di guastarlo continuamente.

Se proprio devo finire in analisi, mi son detto, allora lo faccio da solo, io col mio io, e faccio finalmente un buon uso di questa mania di scrivere che mi perseguita ovunque. Prendo carta e penna, mi son detto, e ricomincio daccapo, ché anche se non m’ascolta nessuno, c’ho almeno un lettore di fiducia; un’io collettivo lo definirei, perché non dev’essere poi così diverso dagli altri, che a un certo punto ci siamo ritrovati tutti quanti come quei suppellettili di cui non si sa come disfarsi al momento del trasloco.

Ecco, vorrei raccontare di questo passaggio, rivivere quel momento – che poi per alcuni non sono mesi, ma anni – che abbiamo vissuto nell’attesa che arrivasse il nostro momento.