La mia Heimat

iperinflazioneSi era davvero così tanto abituato a sentirsi una bestia?
Eppure si era sempre sentito speciale: buono e speciale.
Aveva quella libreria così grande e la finestra che dava sul parco dove il vento scuoteva senza requie le foglie della grande palma e i rami della mimosa.
Aveva tutte quelle parole, dentro e fuori, ma non riusciva a mettere insieme un singolo pensiero.   Continua a leggere

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Tentativi di scrivere intorno alla follia /4

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Di follia ne ho scritto anche nel mio ultimo libro (Voi, onesti farabutti), dove l’ex ospedale psichiatrico destinato alla chiusura diventa il luogo in cui si spengono le utopie del protagonista – il comunismo, l’anarchia – al quale rimane soltanto l’arma della memoria.

I matti rimasti li accompagnai io stesso fuori dal cancello: uno a uno, e a volte persino per mano, contro la loro reticenza.
Sembravano invecchiati di colpo: non parlavano neanche più alle nuvole. Per ultimo restò proprio Claudio, quello che non lo voleva nessuno.
«Sai che facciamo?» propose l’assistente sociale: «Lo portiamo al mare per due settimane, sennò sai che tristezza…» Continua a leggere

Crescere d’un solo fiato

Segue un altro breve estratto del mio testo ancora inedito. La noia è un brutto nemico, e le storie si annoiano a rimanere chiuse a lungo: anzi, finisce pure che muoiono d’inedia a non raccontarle.

 

L’indomani già stavo sull’attenti, pronto a ricevere le mie consegne davanti a una signora minuta, con gli occhiali tondi, che si sforzava d’esser gentile; che ci scompariva, per quant’era piccola, dietro la scrivania. Gesticolava parecchio, scansava l’aria con le mani, ma non l’ingombro di carte dietro cui s’affannava; e annaspava, col fiato corto, per via di tutte quelle bracciate nel mare d’incartamenti.

«Lei ha richiesto l’alloggio,» mi ricordò, «ma qui non ve ne sono più».

Vediamo un po’ se adesso mi toccherà pure di pagare per dormire, pensai tra me e me.

«Però ci sarebbe una possibilità,» continuò quella, che per fare scena s’aggiustò le lenti sul naso.

L’avevano pensata proprio bella, in tutto quel tempo. Già me l’immaginavo, dov’è che sarebbe andata a parare.

«Si tratterebbe d’andare al San Niccolò».

Eccoci, pensai: ci mancava giusto il manicomio.

«Queste, purtroppo, son le condizioni,» concluse; e incrociò le mani per mandarmi in pace.

Le spalle le si fecero strette strette, aggravate dal peso del non detto: che m’attendeva una guerra lunga un anno, uno scherzo mica da poco.

Mossi appena il capo, ma in cuor mio maledissi le raccomandazioni degli altri, di chi m’aveva detto che vedrai che noia, a far fotocopie dalla mattina alla sera.

Ecco come diventai d’improvviso uomo; con la paura che mi ghiacciò l’ossa, altro che il militare. Altro che flessioni nel cuore della notte, o le gelate in punta di naso a far la guardia; altro che marce, che mattinate passate a lucidare il corredo da parata.

Mi mandavano a fare il morto, a cancellare un anno di vita per un materasso sfondato; a fare come quegli insetti che si fingono paralizzati.