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Il miglior strumento dello scrittore è il temperino

Lo so che non si usa per scrivere, a meno di non ricorrere non dico ancora alla penna, in tempi di personal computer, ma addirittura alla matita. L’immagine del temperino, però, mi serve per parlar d’altro: della necessità di uno scrittore di affinare la lingua, e dunque anche del coraggio di mettere da parte la gran parte di ciò che scrive. Mi sembra infatti che sia un’abitudine sempre più comune, quella di voler pubblicare qualsiasi cosa: un’abitudine agevolata dall’editoria a pagamento e fomentata dalla possibilità di esporsi in prima persona dell’autore. Non si può di conseguenza non pensare a Facebook, alla vetrina per eccellenza, dove ognuno promuove i propri eventi, le presentazioni (chi non lo fa?). Il rischio, però, è di far passare la vita avanti alla scrittura, il cosa penso al come lo penso. Certo, l’evoluzione degli status del social network più famoso del mondo potrebbero divenire oggetto di studio in un prossimo futuro, come di un genere a parte, ma in questo accumularsi di materiali io fatico sempre di più a ritrovare la bussola; e non penso di essere il solo. Ecco quindi tornare l’utilità del temperino, che ci viene incontro nella dolorosa operazione di rimuovere il superfluo: a cominciare proprio da quest’io, che sembra sbrodolarsi ovunque, dentro e fuori dalle pagine. Lo consiglio soprattutto ai principianti, ancora immuni al vizio: stemperatevi, finché siete in tempo.