La televisione delle libertà

Il signor Palletico, si sa, è uno che se potesse metterebbe al gabbio tutti i politici e butterebbe via la chiave.

Lui, di tutta questa libertà che c’è in giro, spalmata sui manifesti elettorali, reclamata a gran voce in tv e infilata a forza nei simboletti dei partiti, non sa proprio che farsene.

«Non è per quella che ho combattuto,» sbraita «non è la libertà dei ricchi che volevo, che quelli la libertà di stare in pace ce l’hanno sempre avuta».

Il problema, secondo il signor Palletico, è che gl’italiani sono una massa di pecoroni e c’hanno bisogno del pastore tedesco che gli dica cosa fare e non fare.

«Ché poi, tanto, un modo di fregare gli altri si trova sempre!»

Quando poi guarda Anno Zero, il giorno dopo son guai. Lui non capisce perché si ostinino a invitare quello lì con la scucchia o quell’altro che fa l’avvocato ma sembra che non mangi da settimane. Cioè, in realtà dice di averlo capito benissimo il perché.

«È per via dell’audience, altro che destra e sinistra!»

E lui ci s’incavola ancora di più, perché in quel tranello ci cade sempre con tutti e due i piedi, nella trappola di vedere cos’altro s’inventeranno per arrampicarsi sugli specchi. E così, ogni venerdì è questa storia qua, che il signor Palletico è più inviperito che mai, e al bar di via Malatesta non si parla d’altro.

Insomma, si è giunti alla conclusione che il problema sia costituito quindi dalla troppa tolleranza, altro che ricerca della libertà, e se qualcuno non è d’accordo paga il giro di Campari per tutti. E questa è la nostra nuova legge: che ci siamo ripromessi che d’ora in avanti toglieremo il volume dell’audio quando parlano quelli che ci garban poco, che poi son la maggioranza. E come farete a seguire il filo del dibattito, vi chiederete voi? A noi non interessa, vi rispondiamo. Preferiamo preservare la nostra intelligenza, per quanto ci s’abbia già la nostra età. Almeno questo diritto lo avremo acquisito, o no? E poi, il signor Palletico non ci vedeva dalla contentezza, per una volta che gli si dava ragione, anche se lui c’ha un problema di non poco conto: gli s’è rotto il telecomando, e così dovrà fare la staffetta tra il divano e il televisore per controllare il volume coi tasti sotto lo schermo.

«Poco male,» ha dichiarato «così è la volta buona che faccio anche un po’ d’esercizio per riattivare la circolazione».

Ecco quindi la nostra unica libertà: di usare la televisione come più ci pare.

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La Banda dello Stivale 3.0

Correva il mese di settembre 2009 quando sull’auto a gpl di Gianluca Liguori il collettivo Scrittori precari partì per un tour autofinanziato che toccò le città di Napoli, Roma, Firenze, Bologna e Milano, per poi dirottare verso la Casa del Cuculo (vicino Forlì) e Frigolandia (in Umbria), e che documentammo con un diario di bordo giornaliero. Da quell’esperienza mi venne l’idea di scrivere un feuilleton politico, che uscì a episodi sul nostro blog e i cui pezzi ho poi rilavorato e riassemblato, su una banda di scrittori convinta di poter riunificare l’Italia sotto il regno della parola. 

In seguito ad alcuni input ricevuti dai lettori, dove si sottolinea giustamente la natura “orale” del materiale (nel senso che si presentava come un canovaccio da essere letto in pubblico, alla maniera dei cantastorie), ho deciso di riprendere quella versione e di riscrivere da capo la storia, con l’intento di tirarne fuori un vero e proprio romanzo: “La Banda dello Stivale, ovvero la Seconda Unità d’Italia”. Visto che l’anno prossimo faranno 150 anni da quando lo stivale venne riunficato sotto la spinta della spedizione dei Mille, e visti i rigurgiti secessionisti che animano da qualche tempo il nostro paese, mi sembra che il terreno sia fertile per un controcanto surreale e grottesco di una politica ridotta ormai a farsa quotidiana. Ed è così che mi accingo a lavorare alla versione 3.0, sperando che nel frattempo non accada di vederla frammentata, l’Italia, in principati e signorie.

La voce dell’Io

E allora diamoli voce a quest’Io, sentiamo cos’ha da dirci di così importante, mi son detto, se davvero è così terapeutico. Durante il giorno mormora, bofonchia, a volte si assenta del tutto, ma la sera, proprio sul più bello, magari mentre sto per addormentarmi, lui è lì che rimugina. Approfitta del calar delle forze, di difese più deboli, soprattutto del silenzio della stanza in cui mi sono ritirato a vita solitaria.

È in quei momenti lì che fa la voce grossa, che accampa diritti sul sottoscritto, accusandomi di soffrire di bassa autostima. Troppo facile, mi dice, dare la colpa ai tempi bui. Tu e i tuoi compagni, insiste, siete di quelli senza spina dorsale, ché ne sono esistiti in tutti i tempi, soltanto che al giorno d’oggi pretendete pure di fare gl’intellettuali!

Capirete che devo pur difendermi da un’accusa del genere, da quest’ombra d’infamia gettata sulla mia generazione tutta, di cui da anni si parla tanto e male, e perlopiù a sproposito. D’altronde sono mesi che m’ingegno di trovare un modo originale di trattare la materia, di farne un libro, insomma, ma dopo la foga iniziale mi affloscio, mi abbacchio come un amante che non sappia risparmiarsi, e non vorrei che anche questa fosse una di quelle volte…

Un perditempo

Non ch’io sia propriamente un perditempo, però mi piace di stare con la testa fra le nuvole, di perdermi in cose di poco conto, ché altrimenti non avrei preso la strada della penna. Anche da piccolo, nonostante il vizio d’andar fuori del seminato, mi piaceva scrivere, ma, sopra ogni cosa, di leggere. Anzi, a dire il vero scrissi il mio primo racconto che avevo già passato i vent’anni, e per compensare rosicchiavo pagine su pagine, sempre per via di questa mia capacità – o difetto – di assorbire la lingua altrui.

Ho sempre corso questo rischio, di parlare a prestito dagli altri intendo, la qual cosa non mi dispiace affatto, se dovesse davvero aiutarmi a disfarmi di quest’io che mi pesa come un fardello.

Chi paga per la secessione?

Forse mi è d’obbligo spiegarvi che palletico è una parola frequentata presso più in Toscana, dove indica uno stato fisico, probabilmente dettato da moventi psichici, consistente in un’incontrollabile attività degli arti inferiori. Chi ne ha provato gli effetti, non tarderà a ricordarsi di un formicolio sanguigno, di un lieve bruciore che anima gli scalpitanti muscoli e che spinge a mettersi in cammino anche nelle ore più impensabili.

Secondo alcuni il palletico sopraggiunge quando si è troppo stanchi (e difatti non di rado la sera, nel letto, prima di addormentarsi), per altri quando si è troppo nervosi. Nessuno ha mai escluso l’ipotesi che i due fattori possano sovrapporsi, anzi, c’è chi è convinto che il primo sia spesso causa del secondo, e che il palletico stia quindi in cima a un’ideale catena che va da uno stato di serenità a uno di frenesia.

Nel caso del mio amico del bar di via Malatesta, si può dire però che lui non conosca momenti di calma, a meno di non confonderli con la sua volontà di non esternare opinioni, poiché il signor Palletico ribolle senza tregua, ma ha trovato un suo equilibrio apparente che soltanto i notiziari riescono a scombinare.

Prendiamo il polverone alzato con lo scontro tra leghisti e romani. Mentre giornalisti e opinionisti vari si contorcevano in ragionamenti etici e morali sull’argomento, il signor Palletico continuava a rimuginare su quell’unico cruccio che non riusciva proprio a digerire; e si ha un bel dire che il pensare non sia lavoro stancante e che non renda nervosi a lungo andare, poiché dopo l’ennesima digressione storica sull’unità d’Italia e sui suoi precedenti, il mio amico non ha più retto e ha dato via libera al tarlo che lo rodeva: «Va bene l’unità e il patriottismo,» ha tuonato «ma i soldi spesi per organizzare questa pagliacciata della polenta e della coda alla vaccinara, dove li hanno presi?! Quelli son soldi di tutti, altro che secessione!»

Qualcuno ha mormorato che in guerra il signor Palletico ne abbia mangiata così tanta di polenta da uscirgliene persino dagli occhi. Si ostina a chiamarla guerra, lui, la resistenza: una guerra di liberazione, per la precisione, anche se oggi è di lui e dei suoi compagni e della memoria del loro sacrificio e di quello di tutte le vittime che vorrebbero liberarsi. Ce ne sarebbe abbastanza di che farsi venire il prurito alle mani, che è un po’ come averci il palletico lì anziché alle gambe, se non fosse che la gioventù non è cliente di questo bar…

Dossieraggio

Mi sembrava strano, a dirla tutta, che il signor Palletico non si fosse ancora espresso in materia.

Apparentemente, dava l’idea di essere tutto preso dall’inizio del campionato di calcio, lui che tifa per la Lodigiani (la chiama ancora così, anche se da luglio il nome è Atletico Roma, che poi per i più è ancora Cisco), e che per questo dice di averci uno sguardo oggettivo sul campionato di serie A.

Va bene, mi pensavo io, ma tutta la settimana a parlare di schemi e campagna acquisti e pure di pettegolezzi sulle famiglie dei giocatori ci pareva troppo, a noi del bar di via Malatesta, per uno che ha sempre ripetuto che il calcio è l’oppio dei poveri, ora che in chiesa non ci va più nessuno (e per la verità neanche allo stadio, aggiungo io, ché stanno tutti col satellite in casa).

Alla fine è venuto fuori che era tutta una copertura, come sospettavo, una sorta di difesa di quell’inconscio grumoso che anche un sempliciotto come lui ci deve avere.

Ieri sera, davanti a quel parolone che sa un po’ di Kgb e che per l’ennesima volta hanno ripetuto in tv, la sua maschera è venuta giù tutta insieme.

«Sai che scoperta, che quei giornalisti lì s’inventano le notizie!»

Nevio, che è un pensionato che passa raramente, ha fatto l’errore di rispondergli che bisogna pur considerare la libertà di stampa. Apriti cielo! C’è rimasto così male, il Nevio, che ha buttato giù in un sol sorso il resto del chinotto (a sua detta ha smesso con gli alcolici per via dei bagordi giovanili, ma secondo noi non ha mica mai bevuto quello lì) e se n’è andato senza pagare.

«Segna sul mio conto,» ha detto il signor Palletico.

Fosse per lui, certi giornali li chiuderebbe e basta. Mica è democratico, lui

«Quando ero in guerra me ne hanno date così tante che m’avanzeranno sempre».

E con questo intende che ne avrà da dare per tutti quelli che non la pensano come lui, ma che poteva saperne il povero Nevio del credito che il signor Palletico tiene col mondo?

Secondo me un chinotto è troppo poco per fare pace, con tutto quello che gli ha detto, soprattutto quando ha scoperto i giornali che legge lo sprovveduto pensionato. Io con quelli mi ci pulisco il di dietro, gli ha detto. Non proprio così, ma il concetto era quello.

Perché abbia atteso tanto a esternare, questo non l’ha invece capito nessuno.

Le esternazioni del signor Palletico

Il signor Palletico è un ometto poco avvezzo alla mediazione. M’è capitato di conoscerlo un giorno che prendevo un Campari in un bar di via Malatesta (non Errico, l’anarchico, bensì Roberto Malatesta detto anche Roberto il Magnifico, altroché anarchico, che per rimanere unico signore di Rimini fece uccidere persino i suoi due fratelli), perché non ascoltarlo mi sarebbe stato impossibile. Il signor Palletico è infatti una di quelle persone che tirano tirano ma quando gli scappa il freno della lingua son guai, e quel giorno doveva essergli scappata non solo la lingua ma anche la grammatica, pensai. Imparando a conoscerlo, col tempo, ho scoperto che le redini le perde invece spesso e volentieri, forse per colpa del barista che si ostina a tenere accesa la televisione nell’ora dell’aperitivo, che per noi di via Malatesta significa più o meno le otto di sera, quando attaccano i giornalisti con le notizie. Noi gli s’è detto più volte, al barista, che forse sarebbe il caso di cambiare canale, che ne so, magari girando su qualche gioco a premi o su uno di quei telefilm americani che ti fanno ridere per qualche secondo, ma lui niente, si ostina a mandarci di traverso il salatino con gli scossoni del signor Palletico.

Perché dovete sapere che quest’ometto quando perde la bussola comincia prima a farsi tutto rosso in viso (e non è un bello spettacolo vedergli esplodere tutti i capillari sulle guance che cadono flosce per quanto si sforzi di stirare la bocca), poi gli prende la tremarella alle gambe che pare c’abbia il ballo di San Vito (anche se lui asserisce di non conoscere il cantautore Vinicio Capossela) e infine si schiarisce la gola con un colpo secco (ebbene sì, il signor Palletico è anche un ex fumatore, di quelli da 30 nazionali al giorno). Arrivati al colpo di tosse, noi che si pensava che magari questa volta l’oliva del Campari non c’andava di traverso, ci rassegniamo all’ascolto della tirata che sta per partire: un compendio tale di luoghi comuni, volgarità e saggezza popolare che ci passa l’appetito seduta stante (e difatti son mesi che dimagriamo costantemente senza che ci venga in mente una scusa credibile che possa convincere le nostre mogli, per le quali chissà quali intrallazzi andiamo combinando anziché stare al bar).

Ecco, per convincere almeno la mia di moglie, ho pensato che fosse un bene di trascrivervi qua le esternazioni giornaliere del signor Palletico, così avrò una prova scritta delle nostre scorribande nei territori della politica italiana senza per questo dovermi sentire accusato di alto tradimento. E poi chissà, magari vien voglia anche a voi di unirvi al nostro Campari…

Il Gran Premio, la polenta e la coda alla vaccinara

L’inizio era stato epico, tra le bighe e i carrocci, il Senato e i porci.

Io ero già pronto a godermi lo scontro. Mi chiedevo: chissà da che parte starà Russell Crowe? E poi: quale auto guiderà Sylvester Stallone?*

Certo, la sceneggiatura era infarcita di battutacce volgari, ma non pensavo al solito cinepanettone. E invece è finita a tarallucci e vino, anzi, pure meglio: una gara tra polenta e coda alla vaccinara.

E noi che già ci pensavamo che per il Gran Premio di Formula Uno avrebbero tappato un po’ di buche, mica tutte, ma almeno qualcuna sì. Adesso speriamo almeno che non trovino un accordo, tipo una gara di rally, magari quando piove che l’acqua esce dai tombini. Quando piove potrebbero farci pure le regate di vela, sulla Tiburtina. Speriamo che continuino a litigare, quei due là, anche se quando c’è da mangiare ci si mette sempre d’accordo, in questo paese…

*Mi riferisco ai film “Il gladiatore” e “Driven”

La guerra per gli avanzi

Voglio subito dire
di chi non è la colpa:
non dei genitori,
né degli amici
o degli amori passati e futuri.

La colpa è solo mia:
mia che ho creduto
e che poi ho disperato.

Ditemi ancora
quello che non sono stato,
che vi attendevate da me.

Ho tutto il tempo
di aspettare,
di sgranare il rosario
dei progetti condonati.

Ditemi quante volte,
tutte le volte
che avete scosso la testa.

Per voi
ho male alla testa,
per l’ostinazione
che mi ha respinto,
per i pensieri trattenuti
come catarro nel cervello.

Ditemi del vostro tempo,
dei sacrifici e degl’inganni,
di quanto ci siamo persi.

Ditemi ancora
che sono un balordo,
voi onesti farabutti.

Mia, solo mia è la colpa.
Mia l’eredità di chi ha ucciso il poeta
e lo stato civile.
Mia l’impotenza di questi anni,
il fallimento di ogni preparativo,
ogni inizio
che era già anche una fine.

E adesso,
che la colpa è stata data,
che sia questa una fine
e finalmente un inizio.

Non restiamo
al cappio degli strozzini,
appesi alle finestre
da cui non passa l’aria.

Non restiamo
alle logiche di scambio,
all’era dei voti a perdere.

Ma se non restiamo,
dove andiamo,
imbarcati
su voli low cost
o su treni soppressi?

Se non ci affidiamo
a voi meccanici
dei nostri ingranaggi,
dov’è che andiamo,
pieni di carta straccia
nel sottovuoto
del vostro immaginario?

Su, andate a lavorare,
razza di lavativi,
di perdigiorno,
di scioperati
che fanno sempre domenica.

Non attaccatevi
all’ombra dei padri,
non alla loro istituzione
o alla matematica delle poltrone.

Di quale equazione parliamo,
noi che l’uguaglianza
ce l’hanno sparpagliata
nei sondaggi,
che c’hanno sminuzzati
nei lavori a progetto
rinnovati via fax?

Quale coscienza ritrovare
nel tempo inflazionato,
sommersi dagli avanzi
dell’offerta,
rincorsi dai saldi
tutto l’anno?

Piuttosto,
ritrovare la colpa ogni giorno,
la smania di acquisto,
l’indebitamento col passato,
noi che la memoria
ce la stanno chiudendo
in cassaforte.
Noi che anche
a spendere tutto
non potremo mai
riprenderci niente.

È questa
la vostra economia,
il futuro in leasing
che c’avete programmato.

Rimasti
senza rappresentanza
non abbiamo
meritato
un futuro
senza deleghe,
bensì
un futuro
indebitato.

Piuttosto,
strappare tutte
le carte fedeltà,
azzerare tutte
le raccolte punti,
staccarne
a uno a uno
i bollini,
le esperienze
impilate
nei curriculum vitae.

Cos’altro direbbero ancora
delle nostre carcasse lucidate a nuovo
se nei garage dei loro buoni consigli
non ne trovassero più neanche una?

Che cosa direbbero
dinanzi al circuito vuoto,
derubato dei roboanti motori
che ci consegnarono per correre nel nulla?

Dopo la grande abbuffata,
finiti anche i resti della carneficina,
non restano che le posate,
le punte divelte con cui consumare anche noi
i nostri sacrosanti delitti.

Avreste forse qualcosa da ridire
dei nostri antipasti di chiodi,
delle nostre portate contundenti,
dei nostri bicchieri di solfiti
tinti di rosso?

Scrivo storie, perlopiù brevi. Insegno scrittura creativa all'Upter