Buoni propositi (letterari) per il nuovo anno

Dell’anno che sta finendo mi porterò dietro la stesura del prossimo romanzo, ormai quasi ultimato, che dovrebbe vedere la luce nell’anno nuovo: un lavoro a cui tengo molto, e che mi porto dentro dal 2007; un romanzo fatto di legami tra chi un tempo ha dovuto combattere e chi vorrebbe farlo ancora oggi. Un romanzo su una memoria tutta da ricostruire.

All’anno nuovo prometto invece di cimentarmi in un progetto che “sento” da tanto, in cui far confluire le mie competenze in ambito cinematografico con la passione per la narrativa: un romanzo sul cinema; consapevole del fatto che quest’ultimo, di anni, potrebbe davvero pretenderne tanti…

L’albero in catene

Sono passati 7 anni dal mio primo romanzo, che è passato inosservato, come i tanti pubblicati da piccoli editori in questo paese. Eppure, a rileggerlo oggi mi sembra che abbia ancora molto da dire, e forse meriterebbe una seconda giovinezza. Il tema è quello della follia, da sempre a me caro, e ancor di più dopo la mia esperienza di obiettore all’ex ospedale psichiatrico di Siena, nel 2000. Vi riporto qua l’incipit; se non vi bastasse, potete leggerne alcune pagine su google libri.

(Naturalmente, vista la scarsa distribuzione, consiglio a chi sia interessato di farlo ordinare direttamente dal proprio libraio di fiducia, o di comprarlo direttamente in internet).

Oggi il babbo mi ha legato dietro al suo motorino, usando una vecchia corda che tiene nel fienile. Il nodo era talmente stretto che per giorni conserverò questi segni rossi sulla pelle delle braccia. Lo ha fatto per portarmi con sé all’orto, per far vedere agli altri che anche lui ha un figlio normale. Uno di quelli che fa le cose che tutti dovrebbero fare.

Siamo passati dalla strada principale del piccolo paese dove abitiamo, così che tutti ci hanno potuto notare. Una volta arrivati mi ha slegato, pregandomi di stare fermo per guardare cosa faceva lui. Io mi sono seduto su un mucchio di zolle, ai piedi di una vecchia quercia, ma dopo un po’ mi sono messo a rincorrere una farfalla dalle grandi ali bianche, che mi gironzolava intorno. Quando il babbo mi ha visto ha cacciato un urlo dei suoi, minacciando di prendermi a legnate sulla schiena se non tornavo subito al mio posto. “La farfalla, la farfalla!”, gridavo io, indicandogli un punto imprecisato nel cielo davanti a me. Non volevo rimettermi seduto, al mio posto, così che il babbo ha preso davvero un bel legno, quello di ciliegio che usa quando va in cerca di funghi nel bosco, e mi ha rincorso. Peccato che lungo l’argine del fosso era seduto un vecchio ubriacone. Se n’è accorto anche il babbo e si è fermato per un attimo, come inebetito. Anche se nessuno crederà a quel pover’uomo, rimane comunque la consapevolezza che certi fatti non si possono tenere nascosti tanto a lungo. Quando il babbo è riuscito finalmente a prendermi, avreste dovuto vedere com’era infuriato! Era tutto rosso e sudato per lo sforzo, con gli occhi strabuzzati dinanzi all’inatteso spettatore. Una giornata di lavoro era ormai andata persa e non si poteva continuare a restare là, rischiando di diventare davvero lo zimbello di tutti. Così il babbo mi ha legato nuovamente al suo motorino, soltanto che stavolta ha stretto ancora di più i lacci. Questa cicatrice che ora mi ritrovo sul braccio, servirà secondo lui ad aiutarmi a ricordare meglio. “Sono sicuro che non capiterà mai più”, gli ho risposto. Lui mi ha guardato in modo minaccioso, ma già vedevo del tenero nel fondo degli occhi. “Sarà meglio”, mi ha rimproverato. C’è mancato poco che non gli ridessi in faccia. Voleva che ci cascassi un’altra volta, addossandomi nuovamente tutte le colpe con quella stupida storia del perdono e della carità. Come quando si mette a vaneggiare che rubare è peccato e che anche per una piccolezza si può finire all’inferno tra le fiamme e le forche. Ma che a me questo mondo pare già un inferno e che mi sembra di vedere solo tanti diavolacci che muoiono dalla voglia di farmi la festa, questo mica gliel’ho mai detto! E quando a casa ha attaccato per l’ennesima volta con la storia del lavoro, la mia vocina interiore, quella che chiamano coscienza e che a sentir la pubblica morale dovrei avere proprio sporca, se n’è rimasta in silenzio, perché… come faccio a dirgli che non credo più alle sue schiavitù, alla sua famiglia, alla sua fede, alla sua patria e al suo dannato lavoro? Come faccio con la mamma a letto in quelle condizioni, che già basta a dar testimonianza con la sua sola apparenza? Il passato è passato e ci si doveva pensare prima, invece di affidarsi ai santi del paradiso.

 

L’albero in catene (NonSoloParole, 2003)

di Simone Ghelli

Ancora sul mio Io e sullo stato attuale dei lavori

È come se dopo gli anni del divertimento a tutti i costi, dello stordimento planetario condito di lustrini e paillettes; dopo il decennio della politica da bere, in cui tutto sembrava azionato da un pilota automatico, in cui in televisione le cosce prendevano sempre più spazio, in orari sempre meno notturni, come con una minigonna che si accorciava un poco alla volta; è come se alla fine di quegli anni ottanta e con il successivo passaggio a una fantomatica Seconda Repubblica, dov’è cambiato tutto per non cambiar niente, noi ci fossimo ritrovati improvvisamente adulti.

Ecco, a causa di questo e di molto altro ancora, noi non sappiamo più in cosa credere, e per primo il mio io, che s’interroga incessantemente su tutto, a partire dal corpo che lui pretende di comandare, con il bel risultato di guastarlo continuamente.

Se proprio devo finire in analisi, mi son detto, allora lo faccio da solo, io col mio io, e faccio finalmente un buon uso di questa mania di scrivere che mi perseguita ovunque. Prendo carta e penna, mi son detto, e ricomincio daccapo, ché anche se non m’ascolta nessuno, c’ho almeno un lettore di fiducia; un’io collettivo lo definirei, perché non dev’essere poi così diverso dagli altri, che a un certo punto ci siamo ritrovati tutti quanti come quei suppellettili di cui non si sa come disfarsi al momento del trasloco.

Ecco, vorrei raccontare di questo passaggio, rivivere quel momento – che poi per alcuni non sono mesi, ma anni – che abbiamo vissuto nell’attesa che arrivasse il nostro momento.

L’amore a mille lire

2014-06-03 20.03.18Questo racconto è compreso nella breve raccolta Istantanee, che potete scaricare qui.

La furtiva Rossana scivolava addosso alle mura del Kraepelin come un’ombra, nonostante la gran mole e il passo claudicante. Aveva il dono di materializzarsi d’improvviso, a pochi centimetri dal tuo naso, con il rossetto sbafato sul labbro superiore e l’occhio destro che guardava con un angolo d’inclinazione impossibile. Sull’abbondante petto, lasciato scoperto, sfoggiava l’ultima collanina di plastica colorata comprata al mercatino in Fortezza. Continua a leggere L’amore a mille lire

Microcefalo

Quello che segue è un mio vecchio racconto sulla malattia mentale, pubblicato nel 2005 sulla rivista “Rizoma”. Visto che è un tema a cui mi sto riavvicinando grazie alla scrittura, lo riesumo qui, con tutti i suoi pregi e difetti.

Questo racconto è fa parte del primo e unico libretto delle “edizioni precarie”, che potete scaricare gratuitamente qui.

L’uomo dalla piccola testa di notte cavalca su grandi sogni.
Se li appunta sulla pelle, ma ormai non ne parla neanche più, perché altri hanno già pensato a dargli un nome e a preparargli un destino. Continua a leggere Microcefalo

Cormorani

f_737b736f267afd3cfa17e3a52a1fd68dIl racconto che segue lo trovate nella raccolta L’ora migliore e altri racconti (Il Foglio, 2011)

Noi viviamo sopra i fumi di un’antica palude bonificata dall’uomo in tempo di guerra. Un luogo in cui le gradazioni di luce si perdono nel freddo abbraccio della nebbia, che d’inverno è brina e d’estate è vapore. Uno spazio geometrico diviso in enormi rettangoli, dove mandrie di bufale mansuete offrono i propri capezzoli al rude tocco dei butteri. Neri uccelli acquatici dalle grandi ali le guardano stando su una sola zampa, difensori silenziosi di piccoli atolli dispersi nel nulla. Continua a leggere Cormorani

La voce dell’Io

E allora diamoli voce a quest’Io, sentiamo cos’ha da dirci di così importante, mi son detto, se davvero è così terapeutico. Durante il giorno mormora, bofonchia, a volte si assenta del tutto, ma la sera, proprio sul più bello, magari mentre sto per addormentarmi, lui è lì che rimugina. Approfitta del calar delle forze, di difese più deboli, soprattutto del silenzio della stanza in cui mi sono ritirato a vita solitaria.

È in quei momenti lì che fa la voce grossa, che accampa diritti sul sottoscritto, accusandomi di soffrire di bassa autostima. Troppo facile, mi dice, dare la colpa ai tempi bui. Tu e i tuoi compagni, insiste, siete di quelli senza spina dorsale, ché ne sono esistiti in tutti i tempi, soltanto che al giorno d’oggi pretendete pure di fare gl’intellettuali!

Capirete che devo pur difendermi da un’accusa del genere, da quest’ombra d’infamia gettata sulla mia generazione tutta, di cui da anni si parla tanto e male, e perlopiù a sproposito. D’altronde sono mesi che m’ingegno di trovare un modo originale di trattare la materia, di farne un libro, insomma, ma dopo la foga iniziale mi affloscio, mi abbacchio come un amante che non sappia risparmiarsi, e non vorrei che anche questa fosse una di quelle volte…

La guerra per gli avanzi

Voglio subito dire
di chi non è la colpa:
non dei genitori,
né degli amici
o degli amori passati e futuri.

La colpa è solo mia:
mia che ho creduto
e che poi ho disperato.

Ditemi ancora
quello che non sono stato,
che vi attendevate da me.

Ho tutto il tempo
di aspettare,
di sgranare il rosario
dei progetti condonati.

Ditemi quante volte,
tutte le volte
che avete scosso la testa.

Per voi
ho male alla testa,
per l’ostinazione
che mi ha respinto,
per i pensieri trattenuti
come catarro nel cervello.

Ditemi del vostro tempo,
dei sacrifici e degl’inganni,
di quanto ci siamo persi.

Ditemi ancora
che sono un balordo,
voi onesti farabutti.

Mia, solo mia è la colpa.
Mia l’eredità di chi ha ucciso il poeta
e lo stato civile.
Mia l’impotenza di questi anni,
il fallimento di ogni preparativo,
ogni inizio
che era già anche una fine.

E adesso,
che la colpa è stata data,
che sia questa una fine
e finalmente un inizio.

Non restiamo
al cappio degli strozzini,
appesi alle finestre
da cui non passa l’aria.

Non restiamo
alle logiche di scambio,
all’era dei voti a perdere.

Ma se non restiamo,
dove andiamo,
imbarcati
su voli low cost
o su treni soppressi?

Se non ci affidiamo
a voi meccanici
dei nostri ingranaggi,
dov’è che andiamo,
pieni di carta straccia
nel sottovuoto
del vostro immaginario?

Su, andate a lavorare,
razza di lavativi,
di perdigiorno,
di scioperati
che fanno sempre domenica.

Non attaccatevi
all’ombra dei padri,
non alla loro istituzione
o alla matematica delle poltrone.

Di quale equazione parliamo,
noi che l’uguaglianza
ce l’hanno sparpagliata
nei sondaggi,
che c’hanno sminuzzati
nei lavori a progetto
rinnovati via fax?

Quale coscienza ritrovare
nel tempo inflazionato,
sommersi dagli avanzi
dell’offerta,
rincorsi dai saldi
tutto l’anno?

Piuttosto,
ritrovare la colpa ogni giorno,
la smania di acquisto,
l’indebitamento col passato,
noi che la memoria
ce la stanno chiudendo
in cassaforte.
Noi che anche
a spendere tutto
non potremo mai
riprenderci niente.

È questa
la vostra economia,
il futuro in leasing
che c’avete programmato.

Rimasti
senza rappresentanza
non abbiamo
meritato
un futuro
senza deleghe,
bensì
un futuro
indebitato.

Piuttosto,
strappare tutte
le carte fedeltà,
azzerare tutte
le raccolte punti,
staccarne
a uno a uno
i bollini,
le esperienze
impilate
nei curriculum vitae.

Cos’altro direbbero ancora
delle nostre carcasse lucidate a nuovo
se nei garage dei loro buoni consigli
non ne trovassero più neanche una?

Che cosa direbbero
dinanzi al circuito vuoto,
derubato dei roboanti motori
che ci consegnarono per correre nel nulla?

Dopo la grande abbuffata,
finiti anche i resti della carneficina,
non restano che le posate,
le punte divelte con cui consumare anche noi
i nostri sacrosanti delitti.

Avreste forse qualcosa da ridire
dei nostri antipasti di chiodi,
delle nostre portate contundenti,
dei nostri bicchieri di solfiti
tinti di rosso?

Scrivo storie, perlopiù brevi. Insegno scrittura creativa all'Upter