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Che cosa vedi? (il popolo sollevarsi)

Ancora un breve estratto dal mio inedito “Voi, onesti farabutti”, con colonna sonora e visiva dei f.lli Taviani.

Mio nonno mica se li dimentica i compagni, quelli impallinati fra i vitigni senza un cane disposto a fargli un funerale; quelli che trovavano le porte chiuse, e che vedevano la gente passar dall’altra parte per non avere rogne: che osservavano il popolo, quello che lo volevano liberare, rinchiudersi in prigione da solo. E ora, questi cani, sui libri ci riscrivono la storia; e chi oggi la legge non lo sa mica del sacrificio e della fatica d’andare a scuola attraverso i campi, e pensa che basti una lingua pulita per rimettere tutto in ordine: tutto come vorrebbero che fosse andato, senza i morti ammazzati e tutte le porcherie che i politici si portano nella tomba per la vergogna di raccontarle.

Appunti per un romanzo sul cinema /4

 

In origine il cinema ricompone il movimento: tutto avviene dentro l’inquadratura.

Il tempo del nostro protagonista, invece, è un tempo in cui non ci si muove più: si rimane bloccati sul posto per la paura. Dopo anni di virtuosismi, d’immersioni spericolate nell’occhio della vita, l’inquadratura è ritornata fissa: l’ultimo baluardo contro l’erosione del tempo è lo spazio chiuso.

Il nostro protagonista si riconosce soltanto nella memoria del cinema: nel suo mondo, invece, non si riconosce più.

Appunti per un romanzo sul cinema /3

Tutto inizia indubbiamente da qui: dal debordare del virtuale nell’attuale, dall’immagine che sfonda lo schermo.

L’inquadratura fissa è una finestra che tramuta l’ombra in ferro; senza far rumore, scatena il panico.

Il cinema viene avanti, il corpo indietreggia; il mondo principia a scindersi e a moltiplicare i piani.

Tutto inizia indubbiamente da qui: dall’immagine statica che fluttua tra la folla inorridita.

Appunti per un romanzo sul cinema/2

«[…]l’avvento della fotografia esprime questa distanza come moderno destino che collega il mondo guardandolo, ritraendolo, come dietro all’Io».

Stanley Cavell, What Photography Calls Thinking

Ecco dunque il nostro protagonista: colui che percepisce attraverso uno sguardo che lo precede e lo attraversa.

Non è neanche più una questione di scetticismo (pensare il nostro sguardo sempre e comunque come uno sguardo parziale); al contrario, si tratta di una nuova forma di veggenza che implica una fede: il soggetto patisce lo sguardo del cinema.

Appunti per un romanzo sul cinema/1

Catturando la realtà, il cinema ci ha offerto anche dei modi di guardarla.

Nel secolo scorso (il ‘900) vedere ha significato soprattutto vedere con e dopo il cinema.

Il venir meno della centralità del cinema (inteso come rito collettivo) all’interno del regime di rappresentazione, in quale misura si riflette sul nostro modo di rappresentarci come comunità?

Esiste un nesso tra il proliferare delle immagini immediatamente “disponibili” (in poche parole la disponibilità degli apparecchi di ripresa: webcam e cellulari su tutti) e il progressivo ritrarsi dell’individuo dalla scena politica e pubblica?

E’ da queste poche domande che parte la trama (ancora tutta interiore) di un romanzo sul cinema…

Buoni propositi (letterari) per il nuovo anno

Dell’anno che sta finendo mi porterò dietro la stesura del prossimo romanzo, ormai quasi ultimato, che dovrebbe vedere la luce nell’anno nuovo: un lavoro a cui tengo molto, e che mi porto dentro dal 2007; un romanzo fatto di legami tra chi un tempo ha dovuto combattere e chi vorrebbe farlo ancora oggi. Un romanzo su una memoria tutta da ricostruire.

All’anno nuovo prometto invece di cimentarmi in un progetto che “sento” da tanto, in cui far confluire le mie competenze in ambito cinematografico con la passione per la narrativa: un romanzo sul cinema; consapevole del fatto che quest’ultimo, di anni, potrebbe davvero pretenderne tanti…

L’albero in catene

Sono passati 7 anni dal mio primo romanzo, che è passato inosservato, come i tanti pubblicati da piccoli editori in questo paese. Eppure, a rileggerlo oggi mi sembra che abbia ancora molto da dire, e forse meriterebbe una seconda giovinezza. Il tema è quello della follia, da sempre a me caro, e ancor di più dopo la mia esperienza di obiettore all’ex ospedale psichiatrico di Siena, nel 2000. Vi riporto qua l’incipit; se non vi bastasse, potete leggerne alcune pagine su google libri.

(Naturalmente, vista la scarsa distribuzione, consiglio a chi sia interessato di farlo ordinare direttamente dal proprio libraio di fiducia, o di comprarlo direttamente in internet).

Oggi il babbo mi ha legato dietro al suo motorino, usando una vecchia corda che tiene nel fienile. Il nodo era talmente stretto che per giorni conserverò questi segni rossi sulla pelle delle braccia. Lo ha fatto per portarmi con sé all’orto, per far vedere agli altri che anche lui ha un figlio normale. Uno di quelli che fa le cose che tutti dovrebbero fare.

Siamo passati dalla strada principale del piccolo paese dove abitiamo, così che tutti ci hanno potuto notare. Una volta arrivati mi ha slegato, pregandomi di stare fermo per guardare cosa faceva lui. Io mi sono seduto su un mucchio di zolle, ai piedi di una vecchia quercia, ma dopo un po’ mi sono messo a rincorrere una farfalla dalle grandi ali bianche, che mi gironzolava intorno. Quando il babbo mi ha visto ha cacciato un urlo dei suoi, minacciando di prendermi a legnate sulla schiena se non tornavo subito al mio posto. “La farfalla, la farfalla!”, gridavo io, indicandogli un punto imprecisato nel cielo davanti a me. Non volevo rimettermi seduto, al mio posto, così che il babbo ha preso davvero un bel legno, quello di ciliegio che usa quando va in cerca di funghi nel bosco, e mi ha rincorso. Peccato che lungo l’argine del fosso era seduto un vecchio ubriacone. Se n’è accorto anche il babbo e si è fermato per un attimo, come inebetito. Anche se nessuno crederà a quel pover’uomo, rimane comunque la consapevolezza che certi fatti non si possono tenere nascosti tanto a lungo. Quando il babbo è riuscito finalmente a prendermi, avreste dovuto vedere com’era infuriato! Era tutto rosso e sudato per lo sforzo, con gli occhi strabuzzati dinanzi all’inatteso spettatore. Una giornata di lavoro era ormai andata persa e non si poteva continuare a restare là, rischiando di diventare davvero lo zimbello di tutti. Così il babbo mi ha legato nuovamente al suo motorino, soltanto che stavolta ha stretto ancora di più i lacci. Questa cicatrice che ora mi ritrovo sul braccio, servirà secondo lui ad aiutarmi a ricordare meglio. “Sono sicuro che non capiterà mai più”, gli ho risposto. Lui mi ha guardato in modo minaccioso, ma già vedevo del tenero nel fondo degli occhi. “Sarà meglio”, mi ha rimproverato. C’è mancato poco che non gli ridessi in faccia. Voleva che ci cascassi un’altra volta, addossandomi nuovamente tutte le colpe con quella stupida storia del perdono e della carità. Come quando si mette a vaneggiare che rubare è peccato e che anche per una piccolezza si può finire all’inferno tra le fiamme e le forche. Ma che a me questo mondo pare già un inferno e che mi sembra di vedere solo tanti diavolacci che muoiono dalla voglia di farmi la festa, questo mica gliel’ho mai detto! E quando a casa ha attaccato per l’ennesima volta con la storia del lavoro, la mia vocina interiore, quella che chiamano coscienza e che a sentir la pubblica morale dovrei avere proprio sporca, se n’è rimasta in silenzio, perché… come faccio a dirgli che non credo più alle sue schiavitù, alla sua famiglia, alla sua fede, alla sua patria e al suo dannato lavoro? Come faccio con la mamma a letto in quelle condizioni, che già basta a dar testimonianza con la sua sola apparenza? Il passato è passato e ci si doveva pensare prima, invece di affidarsi ai santi del paradiso.

 

L’albero in catene (NonSoloParole, 2003)

di Simone Ghelli

Ancora sul mio Io e sullo stato attuale dei lavori

È come se dopo gli anni del divertimento a tutti i costi, dello stordimento planetario condito di lustrini e paillettes; dopo il decennio della politica da bere, in cui tutto sembrava azionato da un pilota automatico, in cui in televisione le cosce prendevano sempre più spazio, in orari sempre meno notturni, come con una minigonna che si accorciava un poco alla volta; è come se alla fine di quegli anni ottanta e con il successivo passaggio a una fantomatica Seconda Repubblica, dov’è cambiato tutto per non cambiar niente, noi ci fossimo ritrovati improvvisamente adulti.

Ecco, a causa di questo e di molto altro ancora, noi non sappiamo più in cosa credere, e per primo il mio io, che s’interroga incessantemente su tutto, a partire dal corpo che lui pretende di comandare, con il bel risultato di guastarlo continuamente.

Se proprio devo finire in analisi, mi son detto, allora lo faccio da solo, io col mio io, e faccio finalmente un buon uso di questa mania di scrivere che mi perseguita ovunque. Prendo carta e penna, mi son detto, e ricomincio daccapo, ché anche se non m’ascolta nessuno, c’ho almeno un lettore di fiducia; un’io collettivo lo definirei, perché non dev’essere poi così diverso dagli altri, che a un certo punto ci siamo ritrovati tutti quanti come quei suppellettili di cui non si sa come disfarsi al momento del trasloco.

Ecco, vorrei raccontare di questo passaggio, rivivere quel momento – che poi per alcuni non sono mesi, ma anni – che abbiamo vissuto nell’attesa che arrivasse il nostro momento.