Alcol, diserbanti e altri romantici suicidi

Quello che segue è un racconto pubblicato sul Calendario del Popolo n. 759/2013

Una sera Giulio se ne uscì con quest’idea di fare una rivista letteraria.
S’era come sempre da Tommaso, seduti su uno sgabello davanti a una vecchia botte e Alberto aveva cominciato a sbadigliare già da qualche minuto. Gli erano rimasti alcuni schizzi di vernice bianca tra i capelli, dove non faceva che grattarsi per tenersi sveglio, e io che lo prendevo in giro: «Ma che c’hai, i pidocchi?»
Alberto soffriva da anni di dermatite seborroica dovuta allo stress, o più probabilmente a qualche prodotto che usavano in cantiere e al quale era allergico, e fra di noi si faceva spesso della facile ironia sui problemi che ci angustiavano per il gusto di riderci sopra.
Erano già le dieci passate e i pochi sgabelli intorno si erano ormai liberati, ad eccezione di quello occupato da Doriano, un anziano professore di filosofia, ormai vedovo e pensionato. Seduto nell’angolo, con la sigaretta appesa alle labbra e gli occhiali dalle lenti spesse e un po’ sgraffiate, non faceva che parlare dei suoi ex ragazzi e di quant’erano attenti e curiosi, di come la loro intelligenza smentisse le assurde teorie sull’apatia giovanile. Era un signore distinto, sempre sulle sue, fedele al solito vino rosso, ma con noi sapeva di poter parlare liberamente. Lo ascoltavamo ripetere sempre le stesse parole, ma in fondo non avevamo gran che da fare se non stare lì, col bicchiere in mano.
A un certo punto Giulio sembrava davvero che dormisse, perché teneva il mento appoggiato sul petto e aveva gli occhi chiusi da un po’, allora Alberto gli rubò il cognac di sotto il naso e se ne prese un sorso, prima di rimettersi all’opera sulla testa con le unghie sudicie di terra.
«A parte le erbacce, c’è nato qualcosa nell’orto?» gli chiesi continuando a bere.
«Macché, nemmeno l’insalata…me la mangiano tutta le lumache,» rispose al rallentatore.
Eh sì, non era un bell’affare, ma gli era necessario per svagarsi, diceva, per respirare un po’ d’aria buona dopo tutte quelle ore passate a rimestare la calce.
Giulio fu in quel momento lì che rialzò il capo e disse qualcosa sui diserbanti, e poi aggiunse qualcos’altro, a proposito della letteratura. Disse che ci sarebbe voluto un prodotto anche per le parole, qualcosa per impedire che quelle velenose si arrampicassero su quelle buone e le soffocassero. Io gli feci notare che la sua era una posizione presuntuosa, lassù, da qualche parte, a stabilire cosa è veleno e cosa no. Mi rispose che allora ci meritavamo il nostro orto pieno di erbacce: «Si vede che vi piace faticare per niente».
Alberto si dette una scrollata più forte e allungò il collo: «Ma che storia è questa?» chiese aggiustandosi la maglietta che gli si era tirata tutta sul davanti.
«Dico che faticare sì, va pure bene, ma a fare una cosa di qualità, sperimentale, senza abbassarci ai ricatti dell’editoria».
«E tu che ne sai dei ricatti dell’editoria? Hai mai pubblicato qualcosa?» gli chiesi provocatorio.
«Che ne so io?!» rispose pieno di ira, tenendo il bicchiere stretto tra le dita.
«È come per la politica, che ti credi? Pubblicano i libri degli amici, o di quelli che allungano i soldi, ecco che ne so!»
Dalla testa Alberto passò a grattarsi le gambe, con cui scalciava sotto al tavolino.
Giulio continuò nella sua cavalcata: «Che ne so, mi chiedi? Ne so che ho un romanzo nel cassetto da più di un anno e nessuno che mi abbia preso in considerazione, a parte gli editori a pagamento. Ma le lettere di quelli schifosi me le sono conservate tutte, che credi?! Sono tutti ladri!»
Le dita gli erano diventate bianche, a forza di stringere il bicchiere: «Ma che m’hai fregato il cognac?» sbottò.
Ormai Alberto non si teneva più, era tutto uno spasmo.
«Meglio se vado in bagno, va».
C’era di che capirlo. Lui era quello che ci aveva messo una pietra sopra, per via del lavoro, e a sentire tutte quelle cazzate proprio non ci stava. Noi altri potevamo invece permetterci di giocare ancora per un po’ a fare gli scrittori.
Doriano si avvicinò portando con sé il proprio sgabello e il bicchiere col vino. Fece per accendersi un’altra sigaretta, ma Tommaso gli indicò il cartello di divieto.
«Il volere dell’oste non si discute mai,» disse riponendo la cicca nel pacchetto.
«E così lei avrebbe scritto un romanzo?» domandò.
Giulio non se lo fece chiedere due volte.
«È difficile da spiegare,» esordì, «non è proprio un romanzo perché non c’è una vera e propria trama. Sono tanti frammenti, una raccolta di fotografie di gente come noi».
«Gente come chi?» chiese il professore scettico.
«Come noi…» disse indicando me e poi il bagno, dov’era Alberto, «…che siamo qua, incapaci di raccontarci». Il professore lo guardò perplesso. Per quanto già lo conoscessi quel discorso mi lasciava basito, ma lo stesso decisi di restare ancora in silenzio.
«È una specie di album di famiglia, capisce? Si tratta di persone che fanno parte di una stessa generazione,» continuò.
Doriano si aggiustò gli spessi occhiali sul naso: «E da cosa dipenderebbe questa incapacità?» chiese.
«Dalle parole cattive che ormai ci hanno definitivamente intossicato. Ma non li sente come parlano, quelli della mia età?»
«No, mi capita di rado ormai, ma potrebbe dirmelo lei…»
«Basterebbe accendere il televisore, professore, o andare a spasso in uno di questi grandi centri commerciali. Basterebbe entrare in un negozio di telefonini, di quelli dove vendono gli Smart Phone di ultima generazione. Parlano con le sigle, neanche fossero un codice fiscale! Parlano per frasi fatte e spesso le sbagliano pure. Tutti all’indicativo parlano, e se chiede loro chi è la Morante pensano all’attrice».
«Ha un piano?» chiese il professore, serafico.
«Per cosa?»
«Per cambiare le cose».
«La rivista, ad esempio!»
Il professore sorrise, fece cenno a Tommaso di preparare un altro giro di vino: «Non lo so… mi pare un po’ debole come tentativo…» disse, fissando Giulio negli occhi.
Seguì un momento di silenzio, provvidenzialmente prolungato dal ritorno di Alberto, coi capelli bagnati e la maglietta schizzata d’acqua: «Cos’è, la letteratura vi ha zittiti?»
L’oste ci preparò la comanda, ma come al solito non fece neanche lo sforzo di uscire dal suo bancone. Mi offrii volontario e, con l’occasione, mi feci servire anche una porzione di olive nere perché mi stava venendo fame. Con un cucchiaio, Tommaso le tirò fuori una ad una da un grande barattolo di vetro che teneva su uno scaffale, dove stavano stipate in salamoia. Nel frattempo presi un uovo sodo dal cestino sopra il bancone, lo sgusciai con calma e gli diedi un morso, poi ci misi un pizzico di sale e inghiottii il resto in un sol boccone. I vecchi del posto dicevano che servisse ad assorbire l’alcol.
Tornai alla nostra botte tutto baldanzoso e curioso di sapere il seguito della storia, ma Giulio si era afflosciato di nuovo, muto e ripiegato su se stesso.
«E adesso che succede?» chiesi ironico: «Non brindiamo più a questa nuova rivista?»
«Stavo spiegando al tuo amico che più che un modo per cambiare il mondo, quest’idea pare un romanticissimo tentativo di suicidio editoriale,» disse il professore. Poi si rivolse a me e ad Alberto, quasi svenuto sulla sedia: «E voi? Che ne pensate?»
«Io penso che è tardi e che domattina devo alzarmi alle cinque, quindi vado a casa a dormire. Buonanotte a tutti,» rispose Alberto, mettendo un foglio da venti euro sul tavolo e congedandosi in tutta fretta.
«E tu?» chiese il professore in vena di chiacchiere: «Che ne pensi tu?»
Rimasi qualche secondo a riflettere, ma l’alcol aveva cancellato i pochi pensieri che nutrivo a riguardo. Che ne pensavo io, di aprire una rivista letteraria? Niente, ne pensavo. Non ne pensavo niente. E non è che non mi andasse di restare con loro fino alle due, a veder Tommaso pulire il pavimento, Giulio blaterare le solite frasi a casaccio sull’editoria ladra e gli scrittori corrotti e il professore dispensare insegnamenti. Solo che avevo deciso che l’indomani mi sarei alzato presto per andare a cercarmi un lavoro, uno di quelli che mi avrebbero dato di che mangiare.
«Ne penso un gran bene,» risposi, prima di scomparire al di là della porta.

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