La scatola nera

Quello che segue è un breve racconto scritto in occasione della rassegna Anonimo Frastuono: immaginare il paesaggio.

«Giovanni non si fa più sentire, è scomparso».
«Si sarà chiuso in camera, oppure è di nuovo in strada con quella scatoletta nera a tracolla. L’hai visto come tiene puntato il microfono? Sembra un rabdomante».
«E che cosa fa?»
«Cattura i rumori».
«Come i rumori?»
«Sì, con quella scatoletta e il microfono. Io facevo così da ragazzino, con gli insetti. Ne catturavo uno per specie e li mettevo dentro un barattolo».
«Ma è terribile!»
«No, è solo la curiosità».
«Ma i rumori li tiene dentro la scatoletta?»
«Sì, vuole chiudere tutta la città là dentro».
«Come tutta la città?»
«Tutti i rumori che ne compongono l’anima. Così mi ha detto».
«E per farci cosa?»
«Per quando sarà scomparsa».
«Scomparsa la città?»
«Secondo Giovanni accadrà presto. La natura sta cercando di riprendersi i propri spazi. Torneranno gli insetti che catturavo da bambino».
«Dici sul serio?»
«Io non sono così ottimista, ma lui lo sai com’è fatto. Non si arrabbia mai, sembra un monaco buddista».
«Mi sembra una follia. Questa città esiste da secoli».
«Niente è eterno, ma se riesci a fermare il tempo, allora…»
«E chi ascolterà questi rumori, quando non ci sarà più nessuno?»
«Immagino che per allora non sarà più un problema».
«E tu hai sentito qualcosa?»
«Tempo fa, sì. Mi ha fatto ascoltare la sinfonia del cantiere».
«Che cosa?!»
«L’ha composta dopo aver registrato i rumori di un cantiere: martelli pneumatici, ruspe, betoniere, frullini, tutto quello che serve per costruire un palazzo. E poi ci sono le voci degli operai, come se fossero un coro».
«E com’è? Voglio dire: è bella?»
«Non credo sia l’aggettivo giusto. Però sì, ha una sua bellezza. Ha un ritmo che viene dal profondo, non so se mi spiego. Mentre l’ascoltavo, sentivo qualcosa scuotermi dentro. Sentivo la forza dell’acciaio e del cemento. Era possente».
«Non capisco, a me non ne ha mai parlato. Mi diceva soltanto che era impegnato, che doveva uscire».
«Lo sai com’è fatto Giovanni. Si tiene tutto per sé. Io l’ho incontrato per strada, alle prime luci dell’alba. Forse è stato il momento particolare, o forse è stato soltanto il caso. Mi ha detto che stava registrando il respiro della città al risveglio. Se devo essere sincero, io non sentivo proprio niente. Pensavo soltanto al fatto che avevo davanti un turno di otto ore».
«A chi lo dici. Per me è tutto un caos indistinguibile. Ho disimparato persino a vedere, figurarsi ad ascoltare. Sono così concentrato su me stesso, su quello che devo fare… Vivo come in una bolla».
«Invece Giovanni è un puro. A volte sembra di vedere un ragazzino».
«Ora capisco cosa intendesse quella volta».
«Quando?»
«Saranno passati almeno tre mesi. Mi disse che vedeva la città come una foresta di palazzi. Io pensavo che si riferisse alla nostra natura animalesca, al fatto che in mezzo a tanti dobbiamo sgomitare per rimanere a galla. Lui ha detto foresta e io ho subito pensato alla legge della giungla».
«Succede a molti. Siamo così concentrati sulle nostre idee che pieghiamo ogni cosa ai nostri pensieri. Sentiamo quello che vogliamo sentire».
«Però…»
«Però che?»
«No, dico… Non ti sembra che si stia allontanando da tutti? A volte la troppa sensibilità…»
«Ma mica è un pazzo! Ha un suo progetto. Io un po’ lo invidio».
«Non lo so. Io non riuscirei a spingermi tanto lontano. Pensare alla scomparsa della città significa pensare alla fine dell’uomo».
«Eppure siamo proprio noi che la faremo scomparire. Noi che non sentiamo».
Da qualche parte, tra le chiome degli alberi separati dalle strisce d’asfalto, giunge un grido disumano.
«Ma che cos’è?»
«Sembrerebbe un uccello».
«Quale tipo di uccello griderebbe così? È straziante».
«Non lo so, ma gli abbiamo reso la vita un inferno. Non mi meraviglierei se dal cielo arrivasse una di quelle creature preistoriche a fare un po’ di giustizia».
«Adesso mi sembra che hai visto qualche film di troppo».
«Sarà, ma guarda quel palazzo, quel distributore. Prova a immaginarteli ricoperti di liane, di felci giganti. Credo che quel grido sia proprio la risposta che cercavamo. Del perché Giovanni lo faccia».
«Io penso invece che tu sia un inguaribile romantico e che la città continuerà a camminare. Tra dieci o vent’anni avrà conquistato tutto, anche il mare se ci saranno ancora persone interessate ad abitarci».
«Un’ipotesi del genere sarebbe persino più tragica. Ma ascolta, non senti anche tu?»
«Che cosa?»
«Qualcosa si sta avvicinando».
«Dici questa specie di rullio?»
«Sì, come un nastro trasportatore».
«È spaventoso».
Il sole di mezzogiorno si riverbera sul vetro, sull’acciaio, sul cemento dei palazzi. In ognuno di loro si eseguono, di nascosto, centinaia di sinfonie di vite separate. Giovanni è là fuori, da qualche parte, che cerca di rubarne un accordo, un assolo. Per strada si sente, chiaro, il lavoro costante del tempo che mangia i secondi, i minuti. Nella scatola nera non sembrerà che un disturbo, un rumore di fondo che lascerà avvolta nel mistero la fine di ogni cosa.

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