Via, cavalca!

Questo racconto è stato pubblicato nella raccolta Biglietto, prego (Zero91, 2012)

Quando non riesco a pensare, prendo e m’incammino. Si potrebbe dire che io usi i piedi per parlare, anche se il ragionamento è improprio, perché il mio disquisire si distribuisce per la maggior parte all’interno della scatola che mi poggia sul collo. Alla lunga, ad abitare da soli si finisce col popolare la testa di strani personaggi che parlano tutti assieme: allora io prendo e mi faccio due passi, perché a camminare e a scuotere il corpo questi invasori se ne cadono tutti giù dal palco. I piedi mi servono insomma per dettare il ritmo, per mettere in fila le voci e farle parlare una alla volta, dalla più urgente alla meno importante – il principio è semplice: se la questione è di massima gravità, questa avrà il fiato necessario per raggiungermi.

Però quando cammino non è che io vaghi così senza meta, come si potrebbe pensare di uno che conservi una tale confusione nella testa; ho bensì un luogo prediletto, dove arranco un po’ a fatica e col pensiero di gettare le gambe nel vuoto, di lasciarle a penzolare sulla testa degli altri. I margini delle città sono pieni di questi posti senz’anima, dove ci si può disfare agevolmente del troppo umano che ci si porta appresso – e il mio è davvero un bel fardello, pieno di domande e varie congetture sulla nostra natura e ciò che ne consegue. In particolare, la mia postazione rappresenta un punto di vista privilegiato su quel mare agitato che è l’esperienza umana, tutta incastrata e costipata dentro telai e ruote e paraurti e accessori vari. La processione delle incombenti necessità – questa sfilata di clacson impazziti che umiliano l’elegante silenziosità dei motori – mi distrae il poco che basta; almeno per allontanarmi dal mio spettacolo privato e volgermi alle campagne tutt’intorno, o a quel che ne resta: agli squarci d’erba secca affollata sui ruderi, a quest’inaspettata interruzione nel via vai di cemento che ancor mi sorprende, pur nell’abitudine, a camminare sui bordi di Roma.

Il cavalcavia lo amo soprattutto di mattina, quando il sole ancora timido si libera a fatica di tutta quella nebbia che s’alza da terra e dai tubi di scappamento; quando l’odore di bruciato non s’è ancora staccato dalla pellicola d’asfalto e non s’è ispessito così tanto da pizzicar nel naso. C’è tutta una frenesia di pensieri, in questi primi istanti di luce, un altrui chiasso che mi rimette in pace con me stesso: e come scordarsi degli anni passati a consumare le caviglie nel gioco di scambi tra i pedali, e di tutte le imprecazioni – dapprima a denti stretti, poi, man mano che il tempo si dilatava, a voce così alta da coprire la musica della radio – e delle manate sul cruscotto fino a farsi arrossare i palmi? Il mio furore era come se corresse di bocca in bocca, e lo vedevo dilatarsi in smorfie consonanti in quel coro di abitacoli. L’ho capito solo anni più tardi, che tutto quel gesticolare delle mani e le smorfie del viso altro non erano che gli esercizi propedeutici agli spettacoli di varietà che mi angustiano oggi; che stavo allenando i pensieri a entrare nei personaggi; che il mio corpo era uno schermo su cui andavano in onda proiezioni del futuro.

Da quassù, a cavalcioni sul vuoto, riguardo il film della mia vita – e mal sopporto questi maleducati che chiacchierano in sala senza rispetto alcuno per il copione: mi rivedo anche nei dettagli diversi, come la muraglia gialla della metro C che costeggia la Casilina da Giardinetti a via di Torrenova, alla quale mi tengo accosto nella mia camminata. Sento i muscoli allungarsi nell’aria, la compassione per quelle membra già tutte accartocciate ancor prima del raccordo; sento i polpastrelli sudare, come quei giorni sprecati ad attaccarmi al volante. Ogni volta che infilavo la lunga galleria all’altezza dell’Appia, mi prendeva l’ansia di rimanerci bloccato dentro, una paura da accorciare le distanze; e poi il fischio nelle orecchie, il basso continuo che premeva sul mio petto.

Da quest’altezza getto domande sul mio passato, ma non hanno risposte; eppure le voci hanno conosciuto con me il terrore dei quindici anni bruciati a contare i cartelli delle uscite: dalla 19 alla 31, a fare la guerra degli specchietti tra una corsia e l’altra. Ricordo la prima volta, il momento in cui si fecero sentire: tremava il terreno, nella piazzola di sosta. M’ero fermato, esausto, le mani ancora strette al volante; le dita erano gonfie, bianche per la pressione. Mi distrassero con le loro storie, a latere dell’instancabile flusso di carne inscatolata: iniziarono così, con piccole riflessioni a margine; poi presero a darmi consigli, soprattutto di lasciar perdere. Sono critiche che mi sono portato dietro per anni, finché un giorno non l’ho fatto davvero: ho regalato l’auto, e da lì ho ricominciato con una nuova corsa, a disfarmi dell’inutile che si accumulava in ogni angolo della mia vita. Ho tagliato via il superfluo, ma sembrava non dover conoscere mai fine: senz’auto il lavoro mi era diventato ancor più odioso, e una volta lasciato questo ho dovuto fare per forza a meno di un sacco d’altre cose – a parte i legami: quelli non sono mai riuscito a coltivarli. I pensieri, invece, hanno cominciato ad assediarmi, a moltiplicarsi con la rarefazione dei dettagli; e da lì ho preso ad aggrapparmi alle voci, a dargli corda, finché non hanno preso posto tutte quante nella testa.

Dicevo delle domande: ormai sono mesi che m’inerpico fin quassù, trascinando i piedi nella fuliggine e le orecchie tra gli sguardi che parlano; io che non vedo che il cavalcavia e non annuso che la speranza di ripescare qualcosa tra i pensieri. A volte sono così stanco che mi butterei di sotto, a corpo morto su un cofano cromato, e mi diverto persino a fantasticare sulle conseguenze, sullo sciame di voci che si disperderebbero lungo le guarnizioni della carrozzeria; m’immagino la fine di questa stanchezza di sentirmi pensato dagli altri, ed effettivamente si potrebbe intuire ch’io non trovi pace in nessuna condizione, ma non è così: da quando coltivo quest’abitudine d’arrivare sul cavalcavia ho ripreso a dormire serenamente, come non mi capitava dai tempi dell’infanzia. È l’idea del mondo in miniatura, che mi viene da questo sguardo dall’alto, a conciliarmi il sonno: mi mette i brividi sotto pelle. A volte mi capita di rimanerci per delle ore, con gli occhi chiusi, a rintanarmi nel mio odore; altre volte, invece, resto a fissare questa corrente che mi ha abbandonato a riva, a rubarne qualche immagine da riportare indietro: posiziono gli indici e i pollici davanti agli occhi, a formare un rettangolo, quindi schiocco la lingua, pronto a immortalare quel furore che vi sospinge avanti. Ne ho tante, di fotografie così; addirittura una in cui compaio giovane, che guardo proprio verso di me: un ghigno beffardo nel crepuscolo; l’unica che mi sia venuta sfocata, i lineamenti già impalpabili come quelli di un fantasma.

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