Diario di un impostore /6 (the end)

yves-tanguy-the-hand-in-the-clouds-s Dunque: tutto quello che ho fatto l’ho fatto per me. Non dico che non lo saprà mai nessuno, ma saranno senz’altro in pochi: mia moglie e i nostri animali.

La mia è una falsa modestia, il prodotto di un ego smisurato che non conosce confronti. Sarei capace di essere un impostore persino da morto e la mia foto non coinciderebbe in nulla con quello che ero. Il perimetro sarebbe stretto come quello di una lapide e di scritto non ci sarebbero che il nome e delle date.

Si scriverebbe dunque per prepararsi una fine degna al termine di una vita indecorosa? Per trovare l’essere che davvero siamo che ci attende dopo l’ultimo punto? Oppure per lasciare qualche parola in più di una semplice informazione anagrafica?

Certo, la morte c’entra qualcosa, ma in un altro senso. La mia lingua è quella del verme che arriva dopo il corpo e dopo ogni linguaggio. In fondo non faccio che scavare, che scavarmi la fossa. E proprio come il verme, ogni tanto riemergo per dire che ci sono: per dirvi che io sono in ogni cosa e in niente.

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