La vera natura della mia scrittura

IMG_7520Quando è finito il mio contratto di lavoro, ormai un anno e mezzo fa, pensavo che finalmente avrei avuto un bel po’ di tempo tutto per me. Per provare a fare, ormai prossimo ai quarant’anni, quello che mi sarebbe davvero piaciuto fare. Pensavo che mi sarei finalmente liberato della precarietà dei contratti a termine, di quel mestiere che non era un vero e proprio mestiere – per quanto ci si possa specializzare, rispondere al telefono per fornire delle informazioni o per vendere oggetti e servizi è qualcosa che chiunque può imparare a fare in poco tempo. Dopo otto anni passati ad ascoltare gli altri, pensavo che finalmente mi sarei potuto mettere davvero in ascolto di me stesso, che mi sarei messo seduto a una scrivania a scrivere chissà quante ore al giorno.
La verità è che non è andata proprio così, che con me non ha funzionato perché continuo a vivere la scrittura come qualcosa che va e viene, come un interruttore. Spengo e accendo, più spesso spengo. Forse mi ero adattato così bene a costringerla negli spazi silenziosi tra una telefonata e l’altra, che ora che non lavoro più è come se mi rifiutassi in qualche modo di assumermi il rischio di fallire. Voglio dire che prima di questa presunta libertà avevo tutte le scusanti per affermare che non potessi proprio andare oltre. Non riuscivo a scrivere testi lunghi perché il mio stile era il risultato di strappi continui, di un tempo segmentato che in qualche modo cercavo di ricucire e tenere insieme con la parola. Adesso devo invece ammettere che non ho altro che quello stile, che quel modo di procedere. Ed è un dramma, perché cerco continuamente distrazioni. Dopo alcune righe, che mi ostino a riscrivere finché non hanno il suono giusto, ho bisogno di fare qualcos’altro. Si tratta senz’altro di un metodo perverso che mi sono creato a mio sfavore. Certe volte mi sento così esausto che persino arrivare alla fine di un racconto mi sembra qualcosa di troppo per le mie forze, figurarsi scrivere un intero romanzo!
La verità è che la libertà non fa per me, che la scrittura è qualcosa che mi ha sempre aiutato ad uscire da una prigione che si chiama lavoro. Mi chiedo se questo non valga un po’ per tutti, come funzioni per gli altri. E non c’entra niente l’eterna diatriba tra chi scrive solo quando è triste e chi invece quando è felice. C’entra il fatto di scrivere contro qualcosa, più precisamente contro se stessi. Io, ad esempio, quando le parole fuggono via veloci, non so dove, sento una gioia irrefrenabile. Sento che mi sto abbattendo, ed in questa contraddizione abita la vera natura della mia scrittura.

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3 commenti

  1. A parte sentirti vicino nel processo di scrittura di un testo, immagino che la necessità di concentrarti e insistere lungamente anche solo su una frase finché non la fai “suonare” come vuoi tu è una caratteristica principe del tuo modo di scrivere che regala, a chi ti legge, la piacevole sensazione che quelle parole non siano messe a caso. Personalmente è una cosa che apprezzo molto. Raggiungere questo risultato attraverso continue distrazioni aiuta a far decantare le idee e a trovare la parole più adatte.

    • @Alessandro: Diciamo che l’intente è quello, sì. Quanto al tema della distrazione, penso che sia una caratteristica propria del tempo in cui viviamo. In un certo senso, anche inconsapevolmente, ci siamo già adattati al tempo frammentato, al flusso continuo delle informazioni. Isolarsi da tutto questo è diventato ormai quasi impossibile e anche il modo di scrivere e leggere non può non risentirne. La sfida, come sempre, è quella di riuscire a dare una o più forme al nostro tempo.

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