Diario di un impostore /4

em-04Il primo anno non uscii che per recarmi a lezione, per mettermi in un angolo con quaderni che riempivo con una scrittura minuta. La mia postura da ragioniere mi aiutò nel fare economia, risparmiavo persino sulle pagine dei quaderni e i libri me li fotocopiavo. Studiai sociologia e antropologia culturale, passai brillantemente i primi due esami imparando a memoria date, nomi e teorie, ma con filosofia del linguaggio conobbi il mio primo misero fallimento. Ero un impostore, un ragioniere diplomato grazie a un compagno di classe dal quale avevo copiato il compito in sede di maturità. Mi piacevano le materie umanistiche, ero un forte lettore, ma non avevo la preparazione né la mentalità di un liceale. Non avevo capacità d’indagine, di astrazione. Di conseguenza dovetti escludere tutta una serie di esami filosofici e buttarmi sulla storia di questo e di quell’altro: storia dell’arte, storia del cinema, storia della musica, storia del teatro. La ragioneria mi aveva irrimediabilmente segnato, non ero altro che un compilatore, una persona capace soltanto di ordinare dei dati e mandarli a memoria. A distanza di anni posso dire di non ricordare quasi più niente e quel poco a che potrebbe servirmi? Ho fatto proprio come l’ignorante che studia e che crede a tutto quanto ha studiato. In fondo si potrebbe anche dire che io mi sia arrangiato, potrei insomma essere meno duro verso me stesso. L’università l’ho finita in meno di cinque anni, sono arrivato a discutere la tesi con una media del ventinove e la lode me la sarei anche meritata ma davanti alla commissione andai in confusione, il mio perimetro saltò improvvisamente e il mio pensiero si mise a balbettare. Non ricordo neanche quello che dissi e subito dopo mi vergognai, misi la maschera col sorriso per festeggiare davanti agli amici e ai parenti, ai miei genitori e ai nonni che erano venuti apposta, ma sotto il trucco io mi vergognai per loro, mi sentii un incapace per aver sintetizzato tutti gli anni di studi e i sacrifici in poche frasi sconnesse. Tutto il lavoro che avevo fatto prima si era come dissolto, non ricordavo quasi più niente di quanto appreso e per questo mi sentivo investito di un titolo che non meritavo. Dottore in cosa?, continuo a chiedermi, anche dopo che un dottorato l’ho preso sul serio e ho finito per rinunciare ai concorsi perché mi sentivo sempre in difetto nel chiedere. Il problema del sentirsi un impostore è che alla lunga si finisce sul serio per non credere più in se stessi e io sono arrivato al punto che devo controllarmi per non ridere anche quando dico cose serie.
Il perimetro, dunque, può diventare anche un palcoscenico.

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