Tentativi di scrivere intorno alla follia /4

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Di follia ne ho scritto anche nel mio ultimo libro (Voi, onesti farabutti), dove l’ex ospedale psichiatrico destinato alla chiusura diventa il luogo in cui si spengono le utopie del protagonista – il comunismo, l’anarchia – al quale rimane soltanto l’arma della memoria.

I matti rimasti li accompagnai io stesso fuori dal cancello: uno a uno, e a volte persino per mano, contro la loro reticenza.
Sembravano invecchiati di colpo: non parlavano neanche più alle nuvole. Per ultimo restò proprio Claudio, quello che non lo voleva nessuno.
«Sai che facciamo?» propose l’assistente sociale: «Lo portiamo al mare per due settimane, sennò sai che tristezza…»
E così si partì sul furgone scassato, quello che ci avevo portato in giro la combriccola per un anno intero: le buche sembrava prenderle tutte apposta, e poi cigolava che nemmeno un vecchio letto a molle.
Un luglio così grigio e ventoso, poi, a Marina di Castagneto non l’avevo visto mai; neanche a farlo apposta: gli ombrelloni che sembravano già pronti per esser richiusi e messi in cantina, e un’espressione di stupore nei bambini ancora affamati di gelati, che trascinavano i genitori in un turbinio di cartacce e aghi di pino.
Quand’ero piccino il babbo mi ci portava a far conchiglie, a Marina, dopo le mareggiate; e anche a prendere i tronchi riportati dal mare, per abbellirci il giardino con qualche pianta grassa. Era sempre d’inverno, me lo ricordo dalle foto col cappottino: e anche quell’estate del 2001 mi sembrò tale, con l’ultimo matto portato a spasso sotto un cielo che era di fuliggine. Non lo sapevo a cosa sarei andato incontro, mentre tenevo Claudio per mano e l’obbligavo a passeggiare, a sfiancarsi sulla sabbia con la speranza di vederlo crollare dopo cena. Tutte quelle pretese, quello sgocciolare di parole sulla chiorba: c’era di che uscirci scemi. E poi non avevo il coraggio di rispondergli, mentre mi chiedeva quando saremmo tornati a casa.
«Pensa a divertirti,» gli dicevo; e lui mi rispondeva con le sue solite richieste: «Caffè caffè… i soldatini… li voglio… le giostre… il babbo è al camposanto. Chi ce l’ha mandato?» domandava; e si rispondeva poi da solo: «Io». Chissà quante volte dovevano averglielo ripetuto…
Mi sembrava di parlare con un disco rotto; e poi la gente che ci guardava, quella commiserazione che si fa subito scherno. Io più che altro mi c’imbestialivo, soprattutto quando iniziava a battere il capo contro il muro: «Più forte,» gli gridavo, «tanto si crepa prima l’intonaco!»; e lui picchiava più forte davvero, finché la paura non mandava in soffitta la rabbia, e finiva che mentivo anch’io, pur di farlo smettere: «Si torna presto,» gli dicevo.
«Si torna al… ?»
«…manicomio».
E invece non ce lo riportammo più, al San Niccolò.

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