Tentativi di scrivere intorno alla follia /2

pualkleeIn questi estratti la follia diventa presupposto per ragionare intorno al potere dello sguardo (in questo caso clinico) e ai rapporti di forza in cui viene preso il paziente, il cui corpo è il prodotto visibile della disciplina che è costretto a subire.

Leo spinge il pesante portone con entrambe le mani, rischiando per l’ennesima volta d’inciampare.
Il mezzo busto in gesso bianco di San Niccolò lo guarda da lontano, con un angolo d’inclinazione che spinge pericolosamente il baricentro del manufatto nel vuoto, al di là della rientranza che lo ospita sotto il piccolo arco.
Sbuffa, biascica qualcosa puntando il dito contro il santo. Si sbilancia nell’invettiva, costretto ad appoggiarsi alla parete alla sua destra per non cadere di nuovo. La mano tocca quelle incisioni su marmo che non ha mai saputo decifrare, poi torna a massaggiarsi la piccola testa.
S’incammina trascinando i piedi verso la direzione opposta, lasciando filamenti di bava dietro ai suoi passi. Tenendosi aggrappato al corrimano, sale lentamente le due rampe di scale che lo dividono dalla meta: ogni scalino un mugugno, un grugnito di cinghiale ferito.
La porta dello studio è aperta, come al solito, anche se spaventosamente bianca e respingente. La chioma ricciola e bianca del dottore è china su un mucchio di scartoffie gettate alla rinfusa sulla scrivania.
Il celebre psichiatra alza la testa, regalando il solito sorriso bonario all’ospite non troppo ortodosso.
Sulla parete retrostante il ripiano lucido, di legno pregiato, campeggia una riproduzione del Senecio di Paul Klee – in basso, nella banda bianca che reca titolo e autore dell’opera, si legge in corsivo una citazione del maestro: L’arte non riproduce il visibile, ma rende visibile.
«Dimmi Leo, cosa posso fare per te?»
Leo alza il pugno, i tendini del collo si tirano e la faccia scavata si fa paonazza per lo sforzo. La bocca spalancata mostra una dentatura cosparsa di vistosi buchi dai quali escono gli schizzi di saliva, ma non le parole.
«Fatti capire!»
Il corpo sfigurato frana, si accartoccia sulle gambe tutte storte, ricoperte di escoriazioni.

*****

È più di mezz’ora che sono chiusi nello studio.
Il celebre psichiatra, accompagnato dall’assistente sociale, sta cercando in tutti i modi di svellere dal cavo orale di Leo qualche parola, anche solo un frammento, un verso, un grugnito, ma niente. Quel corpo nodoso e costellato di tagli ha la loquacità di un ciocco di legno, e anche la postura, per quanto si tratti di un tronco storpiato dal troppo vento.
«Ricominciamo da capo…»
Loro parlano, parlano, e Leo intanto si attorciglia ciuffi di capelli tra le dita e tira, e zac! che ne strappa qualcuno. Un tempo aveva dei bei capelli lunghi, sembrava un vichingo con quella chioma folta e rossa, ma da quando è arrivato qua la sua testa somiglia a quella di una vecchia bambola dimenticata tra la polvere, con le ciocche tutte stoppose che se ne cadono a chiazze.
«Che cosa ti ricordi di quello che è successo prima?»
Sconfortata, l’assistente sociale guarda ora il dottore ora il giovane paziente. È stata inviata in quel luogo da pochi giorni, ma già si sente reclusa in un avamposto di confino, inutile come una vedetta che scruti l’arrivo di qualcosa dal deserto. Prima o poi, ne è certa, avrà anche lei le sue allucinazioni. È tutto così fermo che la mente troverà il modo di mettere in movimento quella realtà lacunosa.
«Dottore, crede davvero che abbia una qualche utilità continuare a parlare davanti a un muro?».
Lo dice con un tocco di malizia, gli occhi fissi in quelli di Leo, che però non accusano nessun movimento.
Il suo sguardo resta incollato al Senecio di Paul Klee, i cui quadranti di colori si stanno sovrapponendo l’uno sull’altro.
Un volto che si trasforma in una palla di fuoco: in un sole che rende visibili, appunto.
«Il signorino si diverte un sacco a fare l’eremita, vero?»
Lo psichiatra sbuffa, ma in modo pacato. Non esce mai dalle righe, lui. Una vita passata a indagare la mente, ancora convinto che vi si trovi la tana della follia, il ragno schifoso dal quale mantenere una distanza chirurgica. Del corpo non si cura, né di quella pazzia che cola viscida ogni minuto dai suoi pori, senza astrazioni, senza congetture. Lo psichiatra guarda solo in alto, non si sporca le mani, per questo appare sempre sereno. Nella sua testa la follia è un’idea di follia, niente di più.

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