L’argine delle abitudini

imagesQuello che segue è uno dei racconti inseriti nella raccolta L’ora migliore e altri racconti (Il Foglio, 2011).

Quel giorno il familiare bagliore riverberato dai quattro parallelepipedi della centrale nucleare in disuso, da cui si alzava un misterioso filo di fumo che testimoniava di un’attività minima in corso – forse, pensava, necessaria a mantenere in vita quel congegno affacciato sulla riva dei tarquini, che altrimenti si sarebbe spento per sempre – guidò il suo occhio dalla sinistra, dove veniva a frangersi con discrezione il Mar Tirreno, all’argine di destra, che delimitava invece gli sterminati terreni rettangolari sui quali coceva al sole la zolla dell’etruria terra. Il regolare ronzio del motore diesel si accordava, nella sua testa, con immagini di sale asettiche, schermi al plasma e tubature argentate che informavano la sua idea d’interno di una centrale – idea a dire il vero piuttosto banale, poiché alimentata da sequenze di scadenti fiction televisive e da fotografie ben composte riportate su riviste non specializzate – che esternamente richiamava la struttura di uno scheletro con le vertebre bene in vista; le quali, a differenza del modello umano, si presentavano tutte della medesima lunghezza – più che a delle vertebre, veniva più facilmente da pensare a una gigante torta millefoglie di acciaio con diversi strati sovrapposti. Dall’Aurelia si poteva vedere anche un tratto della stretta e isolata strada che portava alla moderna costruzione dai contorni fantascientifici, una strada così sottile in mezzo alla brulla pianura che era sufficiente un cambiamento di luce a cancellarne alcuni tratti – in certe giornate in cui il sole si abbassava sul mare faticava persino a riconoscerla. Non ricordava di aver mai visto nient’altro là attorno, a parte la presenza degli sparuti gruppi di pecore che tinteggiavano a macchie la campagna. Quando era dell’umore giusto si arrischiava ad alzare la mano e a salutarle da dietro il vetro del suo abitacolo – molto raramente a dire il vero, poiché gli faceva sempre un certo effetto pensarsi sorpreso a salutare delle pecore dai conducenti che arrivavano nella direzione opposta; come se tutte quelle persone, ma questo lo pensava soltanto quando era dell’umore giusto, non avessero avuto di meglio da fare se non interessarsi dei suoi movimenti. Quel giorno non fece niente di tutto ciò, poiché quel lampo di luce, che guidò il suo sguardo verso un punto preciso nella direzione opposta, fu così veloce che non gli dette neanche il tempo di congetturare su simili problemi – problemi che tra l’altro si modificavano e s’intessevano proprio come i colori e le forme del paesaggio circostante, senza i quali avrebbe dovuto vivere il tempo del viaggio in sé e per sé, esponendosi cioè ad un’esperienza così pura da essere probabilmente insopportabile, almeno per una mente logica e razionale come la sua. Quel giorno girò invece la testa dall’altra parte, senza pensarci. Abbandonò il suo film preferito – perché quel viaggio era sempre in qualche modo lo stesso film: guardava le stesse cose e si atteneva agli stessi limiti proprio come se ci fosse sotto un calcolato lavoro di taglio e di montaggio – per buttare uno sguardo fuori del suo campo visivo. Lungo l’argine di destra, sul limitare di una piazzola di sosta, colse quello stesso riverbero sul filo argentato che addobbava un piccolo abete sistemato in un vaso. La croce di ferro che spuntava da una selva di mazzi di fiori la notò subito dopo, ma a causa della velocità non poté scorgerne i particolari – da un punto di vista spaziale della composizione l’albero veniva dopo e dunque dovette ruotare la testa all’indietro per quanto gli fu possibile, cioè senza abbandonare del tutto la visuale della strada. Mancavano appena due giorni a Natale, anche se il sole alto e l’assenza di nubi in mezzo al cielo di un limpido azzurro non facevano pensare certo all’inverno, ma fu solo in quell’istante che realizzò la cosa – che si era cioè così vicini a quella festa che da piccolo lo teneva alzato per tutta la nottata precedente, tant’era l’agitazione e la brama di scartare i regali sotto il grande abete che ancora profumava di bosco. Mentre la strada correva dritta verso il confine tosco-laziale, cercò d’immaginare quelle persone – probabilmente i genitori o degli amici – che erano arrivati fin là a piedi, attraverso i campi, con il piccolo abete in mano: li vide mentre lo posavano a terra e il modo in cui s’inginocchiavano per addobbarlo con quelle semplici ghirlande, mentre il vento delle auto in movimento si divertiva a scompigliare la composizione, e al tempo stesso vedeva con quale cura ravvivavano i mazzi di fiori portati là da altre persone – chissà, conoscenti o ancora una volta amici – e il sorriso con cui si rivolgevano alla croce, nella quale incontravano il ricordo e, attraverso questo, l’immagine della persona scomparsa. La prima fastidiosa sensazione di aver assistito ad una scena grottesca – sensazione che durò i pochi secondi in cui può sopravvivere il senso comune, cioè quell’ammasso di dicerie e falsi moralismi con i quali dobbiamo comunque fare sempre i conti, durante i quali svanì anche lo sgradevole sospetto di blasfemia legato a quel contesto – fu cancellata da un interiore moto di felicità che gli stirò le labbra e gli gonfiò il petto e inumidì gli occhi, che anche a causa del riverbero del sole sul parabrezza finirono per lacrimargli. Tutta l’indifferenza per le vetrine addobbate a festa e per le signore improfumate che andavano e venivano senza tregua trascinandosi per mano i figli stanchi – stanchi di dover assistere alle infinite sfilate in cui le madri si provavano gli abiti da indossare per il cenone e i gioielli e le borse da abbinarci, ma sperando che quella pazienza fosse poi ricompensata dall’acquisto di qualche giocattolo visto pochi minuti prima – e anche la repulsione per le pubblicità e le luci disseminate ovunque come se il mondo fosse improvvisamente precipitato in un enorme Luna Park o in un circo espanso a cui fosse stato tolto il tendone; tutto ciò scomparve in seguito a quella fugace visione che, senza indovinarne il motivo, ricollegava a dipinti a tema religioso – probabilmente qualcosa sull’annunciazione visto in qualche manuale di storia dell’arte, anche se la luce di quel giorno era troppo moderna e i contorni troppo nitidi per richiamare qualcosa dei secoli passati: forse davvero il sacro era uscito dalle chiese insieme alla pittura, ma la sua preparazione in materia si fermava al XIX secolo. Sotto quello stesso sole, lungo una strada secondaria che poco più avanti si arrampicava su un dolce declivio, intravide due prostitute di colore che attendevano sedute i loro prossimi clienti. Stavano appollaiate su quelle sedie di plastica pieghevoli che si usano per i tavoli da giardino, strette nei loro piumini colorati per via del freddo che lui poteva soltanto immaginare – teneva il riscaldamento dell’auto posizionato sui venticinque gradi da circa un’ora e mezza, anche se di tanto in tanto doveva chiudere le prese d’aria per evitare alle mucose del naso di seccarsi eccessivamente – e guardavano proprio verso la superstrada, con un’espressione annoiata che non mutò minimamente quando incrociarono il suo sguardo. Si chiese quali tipi di clienti potessero adescare in una zona del genere – probabilmente, pensò, qualche marito con le voglie di ritorno dal suo impegno in una ditta edile o in un consorzio agricolo – e quando si figurò l’identikit dell’uomo provò un brivido di comprensione per quelle donne, costrette con ogni probabilità a stendersi su una coperta logora per farsi penetrare da un cinquantenne sovrappeso ed ansimante, disposto persino a mettere da parte i suoi pregiudizi razziali per i pochi minuti necessari alla eiaculazione. Il ragazzo morto poche centinaia di metri più indietro – chissà poi perché gli veniva da pensare per forza a un ragazzo, e non a una donna, come se una morte violenta sulla strada fosse predestinata ad un genere umano soltanto, o magari più semplicemente perché in passato aveva letto troppa letteratura beat e visto un’infinità di film americani degli anni cinquanta – quel ragazzo forse non le aveva neanche mai viste le due prostitute di colore con gli ombrellini per il sole, o forse si, ma solo per ricordarsi che da qualche parte c’era una donna che l’attendeva e che doveva correre per non perdere neanche un minuto dei suoi baci. Poco più avanti, nei pressi di un rudere abbandonato sulla sinistra, notò uno sparuto gruppo di pecore che si era allontanato dalle altre, visibili come puntini bianchi e grigi sulla parte più alta del terreno in pendenza, che nascondeva in quel tratto la linea blu del mare. Staccò istintivamente una mano dal volante per alzarla in segno di saluto, mentre un’auto familiare passava in senso opposto – i genitori rigorosamente davanti, i due figli accucciati dietro tra valige e regali impacchettati per i parenti – ma nessuno dei passeggeri sembrò accorgersi di quel suo movimento, dapprima timido e poi sempre più deciso. Salutò sorridendo verso un punto che poteva apparire immaginario, con la convinzione che forse non valeva più la pena di farsi tanti problemi per degli sconosciuti di passaggio. Si disse che se le pecore avessero colto quel suo saluto, allora tutto sarebbe andato per il verso giusto. Pensò a tutto quello che avrebbe potuto fare con un po’ di fortuna e con i soldi guadagnati con quel saluto.  Pensò che forse si sarebbe dovuto fermare a rassettare quei fiori intorno alla croce, approfittandone così per leggervi sopra il nome, e che una volta o l’altra si sarebbe deciso a fare la conoscenza di quelle due donne arrivate chissà da dove. Ma ormai era già troppi chilometri avanti e le pecore, all’imbrunire, dovevano esser già di ritorno verso i loro ovili.

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