Vinz

boccioni01bQuesto vecchio racconto ne ha fatta di strada: premiato nel 2005 al concorso “Pronto Soccorso giovani artisti” organizzato a Roma, è stato pubblicato prima sulla rivista cartacea Rizoma e poi su quella online Pastiche

La mia città deve essere sporca, la voglio con persone che girino in strada con il coltello tra i denti e l’occhio attento a ogni passo, con i cantieri sempre aperti come corpi infetti sotto il bisturi del chirurgo. La voglio che pulsi, perché se a qualcuno gli passa in testa il grillo di murarla viva lei abbia l’istinto di muovere un muscolo a calpestare ogni erezione di mura.
Ne conoscevo uno così, al modo della mia città. Si chiamava Vinz, e aveva un paio di occhiali dietro ai quali lo sguardo ci girava come una cagna in calore, per non rischiare di passare indifferente a chi ha il vizio di camminare a testa bassa e con passi allineati.
Ecco, la mia città dovrebbe essere proprio come un paio di lenti appannate: invisibile e indiscreta finché il viandante non vi ci si addentri, tossica e appiccicosa alla prima svolta ad angolo, male strisciante sulle pietre innalzanti palazzi, ché quando giunge la buia notte venga paura a chi vi cammini e, paralizzato, lo immortali nella sua ultima estrema difesa.
Era un baluardo così la città in cui sono nato e vissuto, prima che arrivassero i predicatori dell’ultima ora con quell’aria da angioletti saputelli e i piedi scalzi da marchiare con il loro sudicio dolore. Bastò che ci cadesse il primo nella loro fitta ragnatela, ché il resto venne dietro come le mosche sulla merda. Abissi si sono spalancati sulle nostre coscienze.
Vinz è stato il primo a essere tagliato fuori. Hanno iniziato dai suoi lunghi riccioli, pretendendo di districarglieli a uno a uno come si fa con i fagioli quando si sgusciano, che si lasciano sfilare come tanti soldatini da gettare nel secchio dell’uniformità. Vinz ha abbassato la testa e si è lasciato tosare come un novello bonzo. C’era da ridere a vederlo così, carponi per terra come un bambino che non sappia camminare. Adesso va in giro mostrando la propria pelata e sembra che il suo unico scopo sia quello di trovare un po’ di sole che gliela scaldi, perché così gli ribolle tutto quanto dentro e non gli viene più il vizio di mettersi a scegliere tra cani e porci.
Ormai Vinz non li porta neanche più gli occhiali, perché si dice in giro che non ci sia proprio nient’altro da nascondere sotto questo cielo e che l’armonia divina si mostri a tutti allo stesso identico modo. Ma alla sera, quando si mette la testa sotto le coperte e si cerca un po’ di calore che ci riscaldi il cuore, c’è ancora qualcuno che si lamenta che non si può togliere così il pane di bocca a chi se lo è sempre sudato. Pesce grosso mangia pesce piccolo, canta la filastrocca di chi non trova pace nella notte.
Io ho deciso di abbandonare la nave prima che affondasse. Ho lasciato che la penna dei censori mi marchiasse a fuoco. Non è mia la carta su cui scrivono. Se vorranno la mia pelle per incidervi sopra i loro giudizi dovranno attraversare il deserto che ho lasciato dietro di me. Ho impronte digitali ricavate da vecchie sporcizie e sapore rancido di bastardo. I miei capelli ricresceranno prima che questo sole mi faccia impazzire, perché qua non arriva mai la notte con le sue oasi oniriche. Tra una duna e l’altra si estende sempre il medesimo mare di sabbia rovente.
La mia città è adesso questa immensa onda dorata che non smette mai di andare e venire. Il pesce piccolo ha finalmente ritrovato la propria pace, ma le grandi bocche sanno inghiottire mondi ben più vasti delle mie piccole certezze.
So che qualcuno un giorno chiamerà nuovamente il mio nome a gran voce. Voi lasciatelo gridare, c’è così tanto silenzio qua dove sono…

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