E mi credevo un airone

imagesCADE2Z6DDel tennis me ne innamorai in televisione, su Tele Capodistria, mentre la voce di Rino Tommasi – la stessa che commentava gli incontri di boxe che rimanevo a guardare in notturna, nonostante le interrogazioni del giorno dopo – accompagnava i colpi dei miei giocatori preferiti: l’eleganza del rovescio di Stefan Edberg, le dinoccolate discese a rete di  Miloslav Mečíř, le improbabili palle corte di Henry LeConte. Quando cominciai a prendere lezioni ero un ragazzo con qualche chilo di troppo, che con una fascia si teneva sui lunghi e crespi capelli – mia madre diceva che somigliassi al cardinal Richelieu – e dimostrava un’impazienza che mal si conciliava con lo spirito del gioco. Il maestro ci preparò subito al fatto che non avremmo visto la pallina per un mese almeno – prima dovevamo farci il fiato, imparare ad arrivare coi piedi e a posizionarci nel modo giusto, e poi dovevamo abituare il polso alle diverse impugnature, a ruotare per passare dal dritto al rovescio e viceversa – così dopo ogni allenamento correvo a occupare il pezzo d’asfalto davanti al muro e lasciavo andare i miei colpi davanti a un avversario immaginario. Tutto il resto, che aveva a che fare più con l’agonismo che con la tecnica, lo appresi su un campo non regolamentare, che con alcuni miei amici avevamo ricavato da un budello di strada senza sfondo, dove tracciavamo delle linee sull’asfalto con dei sassi bianchi e tiravamo una corda da un estremo all’altro legandola a dei cipressi – una rete virtuale, dove a decidere se la pallina fosse passata sopra o sotto era un giudice che si convinceva di vedere veramente quello che stava succedendo sotto ai suoi occhi. Giocavamo così, quasi senza far rimbalzare la pallina, che colpivamo spesso con il telaio pesante delle racchette di legno trovate in qualche polverosa soffitta di famiglia. Davide, che tifava per Boris Becker, mi batteva quasi sempre, più per la sua retorica convincente che per i colpi irresistibili – quando non c’era l’arbitro, ed accadeva la maggior parte delle volte, mi arrendevo alle continue discussioni con le quali accompagnava ogni scambio, alle polemiche sui centimetri, ma mi arrendevo con una rabbia che mi consumava dentro e che mi portava poi a sbagliare anche i colpi più semplici. Il mio scopo  voleva essere più alto, andare oltre la semplice vittoria, il calcolo dei punti e la somma dei game e dei set che già accomunava le nostre vite nello studio di tutti i giorni, nei quali ci trascinavamo con il pesante fardello dell’incomprensibile ragioneria che i nostri genitori avevano scelto per noi, per farci avere un diploma. Il mio scopo era trovare il colpo meraviglioso, riprodurre l’estetica del movimento che mi abbagliava durante le ore trascorse a guardare le partite del grande slam e a maledire la pioggia quando si abbatteva sui campi e sospendeva le trasmissioni, a inveire contro il giudice che invalidava uno splendido passante lungo linea per una questione di millimetri. Non m’interessava la misura, la ripetizione del gesto, diventare uno di quei giocatori che palleggiavano per ore e che vincevano sugli errori dell’avversario, proprio come voleva convincermi ad essere il mio maestro. Davanti a questi ragionieri del tennis io non potevo che perdere, che divertirmi a rifare la battuta alla McEnroe mentre loro scuotevano la testa e si facevano beffe del mio stile, dei miei eroi eternamente secondi che finirono la loro era con la vittoria più bella: quella dell’airone Michael Stich sui campi verdi di Wimbledon nell’anno 1991.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...