Ostaggio

cei_der_student_von_prag_1926Quello che segue è il primo racconto che ho scritto in assoluto e che poi è confluito all’interno del romanzo L’albero in catene, in un capitolo onirico intitolato “Il sogno di una farfalla”.
Il titolo originale del racconto era 
Ostaggio.

C’è un ragazzo, silenzioso, che nella nebbia di questa città si perde e svanisce. Osserva, rotea gli occhi, ed in ogni angolo di strada avverte un senso di disagio. Monotone giornate grige, rischiarate verso sera dal rosso cielo tossico: così è per entrambi, ed è in questo clima che attendiamo. Le nostre ombre, allungate dalla luce artificiale, sembrano quasi tendere alla congiunzione. Lineamenti indefiniti, senza occhi né bocca. E’ vuoto il suono che emette. Afferro un sasso e lo scaglio contro il miserrimo personaggio, individuo divorato dal cancro della curiosità. Lo sento arrivare, da ogni direzione, con passo spedito, minaccioso.
Penso: “Morirò così, senza neanche un discepolo che diffonda il mio Verbo…”, ed intanto Quello mi è già alle costole. Cerco allora con lo sguardo un rifugio sicuro, un rifugio dove poter riprendere possesso dei miei sensi, tramortiti dal tanfo oleoso di questo quartiere. Smarrito in un ambiente reso ormai saturo dalla sovrapposizione di fotogrammi di una Moltitudine impaziente, fuggo via da aspettative suggerite da prevedibili finali. Tutto si svolge in un turbine vorticoso di sagome umane, tra nobili cortili, antiche colonne, gloriose statue, infiniti portici… E’ realtà fluttuante nel bagno di umidità notturna, è delirio alimentato dall’eco sordo dei Suoi passi che pulsa nelle mie tempie. Sul mio corpo sento gli sguardi dei mostruosi feti, scaldati da quest’enorme incubatrice metropolitana. E’ come se dietro ad ogni finestra stessero in agguato dieci, cento, mille occhi. Troppi segreti per ascoltarli tutti in una volta. Vero è che la tentazione si fa sempre più forte, mentre la linea d’orizzonte scompare dietro ai palazzi che s’inchinano al mio passaggio. Non posso dimenticare, però, che ogni porta può per me aprirsi soltanto una volta. Fuggire, fuggire soltanto devo, sperando che il sole sorga per una volta ancora su quest’orribile condensato d’umanità. Braccato nella moltitudine, incompiuto nella solitudine, perseguitato dalla mania di scavare a fondo, vengo accolto con diffidenza quando ammetto che amo godere dell’intelligenza dell’uomo. Ad ogni nuovo giro d’isolato aumenta lo sconforto, e con esso l’insofferenza, per poi scoprirmi assuefatto a discorsi predigeriti che rendono familiare l’arte dell’etichettatura. Improvvisamente ecco aprirsi davanti a me una strada, è così spaziosa e ben illuminata rispetto alle altre vie oscure e tortuose, si direbbe quasi rassicurante, se non fosse per quei lucidi banchi di nebbia dove si incrosta il gelo notturno. Un passo dietro l’altro avanzo, circondato da una scenografia immutabile: edifici tutti simili nella forma ma differenti nei colori. All’estremo limite del mio campo visivo nient’altro che una macchia uniforme, da cui nasce una linea che si sdoppia in un punto imprecisato. Due parallele, ed io mi trovo adesso esattamente al centro. Queste linee… non c’è nessun punto da cui si dipartono. Si direbbe un gigantesco nastro trasportatore.
Fagocita e riproduce, fagocita e riproduce…

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2 pensieri su “Ostaggio”

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