La scrittura e lo spirito

imagesChi mi conosce sa che non sono un credente, che sono una persona piuttosto razionale, con delle rigidità di carattere che evidenziano un certo attaccamento all’ideologia (un’ideologia fatta di impulsi anarcoidi e reminiscenze comuniste). D’altro canto, ricordo con certezza di essere stato un bambino molto fantasioso, che fin da piccolo costruiva storie nella testa e si riscopriva a camminare da solo, in cerchio nella sua stanza, gesticolando come un invasato. Sono ormai certo che questa parte più pura, fanciullesca, sia rimasta viva, per quanto sepolta dal polveroso strato di doveri, paure, frenesie che la vita e il mondo ci impongono (e a volte noi stessi ci imponiamo). Essa riemerge prepotentemente nel tempo che dedico alla scrittura, e credo che questo spieghi anche la mia “allergia” nel dedicarmi a quei lavori preparatori – la stesura della trama, la descrizione dei personaggi, la suddivisione in capitoli – che la maggior parte degli scrittori ritengono necessari per la creazione di un libro che funzioni.

[apro qui una parentesi tecnica: tutti questi preliminari sono senz’altro consigliabili per chi voglia scrivere un romanzo che funzioni (uso apposta il termine funzionare, che non coincide per forza con l’aggettivo bello), ma non è l’unica strada, e soprattutto non per chi, come me, scrive dei libri che non sono propriamente dei romanzi]

Credo insomma che la mia parte spirituale (la forza vitale) si unisca a questo fanciullino proprio mentre scrivo, che è il momento in cui rovescio il mio sguardo all’interno (altrimenti sempre proiettato sul fuori). Il motivo per cui io sono così allergico alle strutture, alle gabbie e ai diagrammi preliminari sta tutto qua: perché uso la scrittura come una sonda, perché la scrittura è il fine e non il mezzo e non posso sapere dove mi vuole portare finché non sono arrivato al termine della strada. Per me la penna (o qualsivoglia strumento che la sostituisca) è un po’ come il bastone del rabdomante; più spesso non trova niente, certe volte si piega e mi trascina giù, laddove c’è qualcosa che ha urgenza di essere tirato fuori, di darsi un’espressione. La mia parte razionale torna prepotentemente alla ribalta quando si tratta di fare della scrittura una lingua, di ricollegarla a un percorso fatto di altre espressioni precedenti che riguarda il me riconosciuto (quanto poco non importa) come scrittore.
Ma la lingua, a mio modesto parere, è ancora elemento espressivo più che formale. Se dovessi pertanto darmi una definizione, mutuandola arbitrariamente dal campo delle arti, mi definirei infine uno scrittore espressionista: un informale, per essere più precisi.
Dirlo pubblicamente non ha a che vedere col vanto (anche perché c’è poco di che vantarsi, visto che per molti tutto questo potrebbe anche significare non saper scrivere, o non essere scrittore), è piuttosto un’ammenda: perché in questi ultimi mesi ho cercato di adeguarmi a qualcosa che non fa per me, forse con l’assillo di dover per forza pubblicare ed entrare in qualche cerchia più o meno riconosciuta. Dopo tutte queste prove, tutti i ripensamenti e le paturnie, posso dire con certezza di non saper scrivere un romanzo come lo richiede il mondo editoriale di oggi, o più probabilmente non lo voglio.
Per fortuna che il presente non è tutto, mi dico, e con questo vado avanti per la mia strada.

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