Farväl Falkenberg

Quella che segue è la recensione, pubblicata nel 2006 per la rivista FrameOnLine (che purtroppo non esiste più), di un film che ho amato molto e che ebbi la fortuna di vedere alla Mostra del Cinema di Venezia. 

Farväl Falkenberg
(Svezia, Danimarca 2006)

Regia: Jesper Ganslandt
Soggetto: Jesper Ganslandt, Fredrik Wenzel
Sceneggiatura: Jesper Ganslandt, Fredrik Wenzel
Fotografia: Fredrik Wenzel
Montaggio: Jesper Ganslandt, Michal Leszczylowski
Musiche originali: Erik Enocksson
Suono: Peter Rolandsson, Thomas Huhn
Interpreti: Holger Eriksson (Holger), David Jonsson (David), John Eriksson (John), Jesper Ganslandt (Jesper), Jörgen Svensson (Jörgen) Produzione: Memfis Film, Film i Väst, Zentropa Entertainments24, SVT Distribuzione: Trust Film Sales
Durata: 91′

Ci sono film di cui si vorrebbe parlare all’infinito. Quando si ha la fortuna di passare per questo tipo di esperienza, ci si rende facilmente conto che quelli sono i pochi di film di cui non si dovrebbe forse dir niente. Senza il supporto dell’immagine essi si ritirano, in qualche modo svaniscono, poiché vivono soltanto nell’esperienza della visione più “pura”. L’analisi non li afferra, se non rinunciando ai propri attrezzi più ricorrenti, se non tentando di adeguarsi al proprio oggetto con la consapevolezza di non potergli mai completamente aderire. Essa non può dunque che spingersi a formulare un discorso “in movimento”, l’unico in grado di render conto della semplicità di un’opera poetica. Uscendo dalla visione di Farväl Falkenberg ho avuto la sensazione che questo movimento continuasse anche fuori della sala, come se lo schermo che separa normalmente quello spazio chiuso e buio da ciò che ci attende fuori si fosse improvvisamente dissolto. Nella luce del sole continuava quella sensazione di galleggiamento che si prova durante la proiezione, e che solitamente ci lascia con il dissolversi della grana delle immagini nella materia dura della realtà. Farväl Falkenberg di Jesper Ganslandt riesce invece a compiere questo miracoloso travaso, grazie al quale l’intimità del “dentro” – nel film espressa dalle attività quotidiane degli amici del piccolo paese svedese, dalle loro domande sulla vita e dalle risposte che cercano insieme – passa nella grandezza del “fuori” – non soltanto la sublime e terrificante natura, ma anche l’al di là della voce fuori campo che riporta tutta la storia a un passato che la parola tenta inutilmente di cristallizzare. La memoria, questa pellicola sensibile che riaffiora nelle immagini sbiadite di un’infanzia perduta, affonda le proprie radici in un paesaggio che è apparentemente immobile, come un orizzonte che s’incurva chiudendo ogni prospettiva e che spinge a fuggire in un altro luogo chiamato Göteborg – la polis come possibilità di riscatto, come luogo in cui trasformare le proprie pulsioni in produzione. A questa visione – che definirei “sovrumana”, per la sua inconciliabilità con le prospettive degli uomini che cercano di abitarla – nel film se ne sovrappone spesso un’altra: quella di una natura che invece suggerisce, stimola e porta in superficie lo strato più nascosto dell’umana memoria – alcune volte è sufficiente la suggestione di una raffica di vento che scuote gli alberi, o la consistenza dell’erba sotto i piedi; altre volte è invece necessario l’effetto allucinogeno dei funghetti ingeriti o dell’hascisc aspirato. In questi particolari momenti la visione si fa allucinata, poiché esce dai cardini del tempo e dello spazio – spesso si fa fatica a collegare fra loro le azioni del gruppo di ragazzi, a trovarvi un nesso legato al rapporto di causa-effetto, semplicemente perché essi vivono il tempo senza rappresentarselo – e perde le caratteristiche dell’“oggettività” e della “soggettività” per entrare in un terzo ordine: un ordine naturale e spirituale al tempo stesso. Probabilmente la grandezza di questo risultato è stata facilitata anche dalle condizioni materiali in cui è nato Farväl Falkenberg, poiché ciò che si respira dall’inizio alla fine è proprio questa aria di complicità che si può creare soltanto tra un gruppo di persone che si conoscono profondamente – devo precisare che molti di quelli che hanno lavorato alla pellicola, dal regista agli attori, erano già amici da tempo e hanno vissuto a stretto contatto per tutto il periodo delle riprese e del montaggio. In Farväl Falkenberg viene infatti spesso superato anche un altro confine, quello che separa il cinema dalla vita. Non si tratta qui della pretesa di fare della vita un’opera d’arte, bensì della capacità dell’arte di essere viva, proprio grazie a quel movimento di cui parlavo all’inizio, un movimento che ci porta fuori di noi – è ancora una volta il sublime della Natura, l’estasi come contemplazione che produce il massimo di movimento nella sua apparente staticità. Uscire da noi pur di restare dove si è sempre stati, come nella scena del suicidio che arriva improvvisa – anche se dopo l’accaduto ci rendiamo conto che lo sapevamo fin dall’inizio, eppure non volevamo crederci – come alla fine della pellicola, costretti a uscire dalla sala per far posto agli spettatori della proiezione successiva – una mostra del cinema non può permettersi di assecondare i tempi dello spirito – con la voglia di restare dove si era, di immergersi nuovamente in quelle inquadrature di luce, di acqua e di terra e di ascoltare il ritmo di una vita di cui abbiamo forse perso da tempo il sapore.

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