Il chicchirillò (una storiella triste e breve)

2238501568_ab49c29d4c«Se fai il bravo poi ti do un chicchirillò legato a un filo».
E lui che s’acquietava subito, perso nel mare di congetture alimentato da quella stramba parola che gli schiudeva golosi scenari. Aveva passato buona parte dell’infanzia a rincorrerla e a immaginarne le fattezze, finché un bel giorno, quando dovevano aver considerato che fosse diventato ormai abbastanza grande per sapere, non lo misero a conoscenza dell’amara verità: che il chicchirillò non esisteva, né legato a un filo né in qualsivoglia altra forma.
«Era un modo per tenerti buono».
Eppure Tobia non era mai stato un bambino troppo bizzoso, e per questo non comprese l’utilità di quel capriccio gratuito.
Per la prima volta in dieci anni di vita si ritrovò così a battere i piedi per terra e a frignare così forte da forare i timpani dei grandi – e in quel momento pensò d’aver sbagliato proprio tutto, e che a fare il bravo e zitto c’aveva solo guadagnato un’infanzia che era tutta una finzione.
Strillò e pianse fino alle sera, fino a quando, esausto, non si addormentò nel suo letto con lo stomaco vuoto: perché il bambino si era ripromesso che non avrebbe mangiato più niente se non il chicchirillò, e che nella sua pancia avrebbe fatto spazio soltanto a quel mistero, così grande che la sua fantasia lo dipingeva ormai come immenso.
Tobia sognava ogni notte il chicchirillò, e ogni volta esso aveva una forma diversa: ora era un biscotto gigante dalle fattezze d’un savoiardo, ora era una sorta di pralina che si arrotolavo come uno yo-yo intorno al suo filo, oppure diventava una merendina che non riusciva mai a prendere per via di una mano invisibile che la tirava a sé quando tentava di avvicinarvisi. Il bambino si ridusse insomma pelle e ossa e con gli occhi grandi per la speranza di veder concretizzata una fantasticheria creata dagli altri. Quando sognava, Tobia sentiva infatti l’acquolina in bocca per via della fame, che aumentava di giorno in giorno e diventava anch’essa grande come il chicchirillò e forse persino di più. Così gli sembrò infine il giorno che dovettero portarlo in ospedale, dove gli misero un ago nel braccio per non farlo addormentare per sempre – e fu da lì che i suoi sogni scivolarono via per far posto al distillarsi lento del liquido trasparente. Dovette sembrargli talmente grande, la fame, da non reggersi più in piedi per il peso.
Quando Tobia si risvegliò dal lungo sonno, del chicchirillò non ritrovò che il filo: un tubicino stretto che venne via dal braccio con un pizzicotto leggero, anche se nella pelle lasciò per giorni il segno nero di un incubo che avrebbe cancellato per sempre il tempo della sua infanzia.

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