Incomprensibile è il mondo, e noi i suoi naufraghi

indexDunque, questo dovrebbe essere un racconto sul raccontarsi? Perché pare proprio che non si riesca a passare se non dall’Io, e fa ridere che per arrivare a questo punto ci siano voluti anni e anni di filosofia della moltitudine. Tutto questo seminare, disseminarsi nell’Altro, ci ha tolto così bene ogni riferimento che una bussola non ce l’abbiamo più. Io fatico persino a ricordare da dove sono partito; ma vedo bene il punto in cui sono arrivato, e niente di tutto ciò che si trova nel mezzo, se non frammenti rivisti con distrazione anaffettiva.

[qui uso un luogo comune molto in voga di questi tempi, soprattutto in Italia, dove pare che siamo cresciuti tutti quanti davanti alla televisione, negli anni ’80 (me compreso, lo ammetto), e di conseguenza esperiamo le cose come attraverso un filtro (e chi non ne ha?) che potremmo far coincidere con lo schermo]

E dunque sono passato per un mare in tempesta, o così mi sento, senza averlo visto. Sarei insomma un naufrago senza memoria, e su questo m’interrogo. Un naufrago, aggiungerei, con uno zaino pieno di strumenti; così pesante che nel tempo ho dovuto liberarmene a poco a poco, gettando via saperi e competenze. Più che un oceano, allora, direi di aver attraversato un deserto; e per non morire, là nel mezzo, mi sono dovuto alleggerire.

[L’immagine del deserto mi sembra senz’altro più appropriata, più vicina metonimicamente a quella dello schermo, poiché in entrambi i casi si patiscono visioni: per abbondanza d’immagini in un caso, per penuria delle stesse nell’altro]

Guardare tutto questo da qui, dallo scoglio che mi riparerebbe dal disastro, mi mette un po’ nella posizione del soggetto che osserva Il naufragio della speranza di Caspar David Friedrich. Mi sento cioè come quell’essere umano che intenda penetrare il mistero (un mistero, in questo caso, del tutto laico) e che sa già di essere destinato al fallimento.

Non è forse questo il senso con cui abbiamo interpretato questi anni? I libri che molti miei colleghi hanno scritto, non erano forse pervasi da questo spirito, dalla convinzione che la nostra generazione (concetto assai arbitrario, lo riconosco) si sia impantanata nel fango e da lì non ne sia più uscita? Lo scrittore, nel mezzo della melma, si è così messo ad urlare contro tutto e tutti, in certi casi persino contro se stesso: «Non capisco, ma è uno schifo perdio!»

[ma allora dove sono io: oltre il disastro, o ancora così coinvolto nel processo da non vederlo neanche più?]

Quella che ci manca sarebbe dunque una prospettiva, un orizzonte in cui muoverci. Non vedendo niente, tiriamo colpi a casaccio, mirando a far male. L’invettiva, il pamphlet sono tornati di moda a distanza di secoli, ma sembrano non incidere sulla realtà, se non quella dei pochi addetti ai lavori rimasti. La vita dello scrittore assume insomma una posa che ha del grottesco: apparentemente più in forma di un tempo, egli si contorce e spasima per ottenere poco più del Nulla, rendendosi ridicolo ai suoi stessi occhi.

[e quelli altrui, che non sono pochi se pensiamo alle polemiche, spesso scadute in rissa, che negli ultimi anni hanno coinvolto scrittori e scrittrici sul web, dai blog ai social network]

La scrittura si è fatta quindi performance, ma senza una platea popolare, fatta eccezione per i festival letterari, che attirano masse di curiosi.

[e questo dovrebbe farci riflettere molto sul futuro dell’editoria, che in fondo già esperiamo, non del tutto consapevolmente, come forma di trasmissione culturale musealizzata]

Si potrebbe ben dire, in sintesi, che lavoriamo per la fama ma che siamo forse destinati alla gloria, ancorché involontaria; perché per puro caso saremo tra gli ultimi produttori diretti di libri, che, chi lo sa, magari diverranno il frutto di un processo automatizzato.

[e su questo, si badi bene, non intendo dare un giudizio etico e morale; il mio interesse è tutto di ordine pratico: fare una ricognizione, esplorare il territorio nebbioso in cui ci stiamo muovendo]

Uso dunque la scrittura per illuminare la nebbia, ma in essa non faccio che specchiarmi; e in questo rivolgermi a me stesso, in questo chiudermi, mi sembra di ritrovare le prime pagine che al cinema dedicò Gilles Deleuze (il libro è L’Image-mouvement), dove, riprendendo le teorie di Henry Bergson, il filosofo francese parla del piano d’immanenza. Mi sento così: immerso nel magma indifferenziato, dove le immagini rimbalzano da una monade all’altra senza che niente si trattenga – non soltanto non agisco, ma neanche patisco. Eppure, un dubbio continua a tormentarmi: che io parli per come mi descrivono i trattati – me come tipo medio di una certa generazione maturata in un certo ambiente, intendo – e non per come mi sento. Questo (as)saggio, se così posso definirlo, dovrebbe aiutarmi ad uscire proprio da questa impasse, e ridare quindi alla scrittura tutto il suo peso etico e morale, fosse anche per schiacciarmi (e con me tutti voi che, invidiosi della mia presa di coscienza, mi leggete) una volta per tutte.

[ed ecco finalmente svelata la mia finalità, che forse ha qualcosa a che vedere con la gloria – che poi avete notato l’uso smodato che faccio dell’avverbio “forse”, al solo scopo di rendere manifesto il mio relativismo?]

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3 commenti

  1. Caro Simone, m’è salito il magone a leggerti. La disillusione che permea questa tua pagina è la stessa, a ben vedere, che ho letto in certe pagine di Renzo Paris di recente (Cattivi soggetti) e questo mi fa pensare. Mi sembra, in fondo, che di volta in volta l’habitus dello scrittore critico di se stesso (e anche del critico che assume su di sé l’onere della propria consapevole impurezza), indipendentemente dai tempi, dalle epoche, al tirar delle somme si condensi in uno sbocco scarlatto di autoriflessività (non c’è niente di male nel dire “io”, non dar retta alla pre-sunta morte del Soggetto) che deborda nella castrante percezione di una propria scarsa aderenza alla realtà.
    E’ un abbaglio, credimi, esse non est percipi: la letteratura come menzogna, concetto manganelliano, è lì prontamente a soccorrerti. Lo scrittore non dà solo pietosa mostra di sé stesso, perché di se stesso, esemplarmente, viaggiando ogni giorno “sul discrimine invisibile che separa senso e non senso” (Garroni), egli non fa che offrire senza edulcorazioni il Mostro. Noi scriviamo, in fondo, per esorcizzare le nostre ossessioni, che sono le ossessioni del Tempo. E siccome a ben vedere ci si ritrovano in mezzo le ossessioni di tutti, pacifichiamoci: tutto sta nella letteratura, diceva Calvino, e non ce n’è un’altra di realtà. E’ questa la nostra importanza, la nostra offerta alla vita.
    Sonia Caporossi

  2. cara Sonia, se per Mostro intendi l’Io che per anni ho cercato di affondare, ritrovandomelo poi davanti coi pezzi rattoppati come un frankenstein, allora sì… si scrive forse per quello: per disfarsi in continuazione, disperdersi nel mondo, e poi ritrovarsi con le tracce di tutti addosso… credo sia un po’ questo il senso del viaggio di chi scrive…

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