La ri-creazione critica e cinematografica /3

finaledipartita2_rdax_260x173Inutile aggiungere che dagli anni novanta la situazione si è per così dire complicata con l’aumentare delle pagine che le riviste non specializzate dedicano alle recensioni dei film, per non parlare poi del moltiplicarsi dei siti internet e dei blog che si occupano di cinema. La distanza tra la critica e il proprio oggetto si è di conseguenza accorciata ancora di più dai primi anni novanta, quando ne scriveva Maurizio Grande, che già aveva ben individuato quali ne sarebbero state le conseguenze: una critica “stilizzata”, la cui funzione è perlopiù quella di decorare l’informazione con il commento, ovvero di neutralizzare la specificità semantica e costruttiva dell’oggetto. La tempestività del discorso critico è difatti diventata una prassi comune ai più, ad eccezione di alcuni periodici specializzati che offrono una resistenza sempre più di nicchia.

Eppure, a ben vedere, questa stessa aderenza all’oggetto – alla notizia – potrebbe identificarsi come una condizione positiva in uno spazio come internet, la cui caratteristica principale è quella di essere strutturato a rete, di permettere cioè alla circolazione e alla distribuzione delle notizie di essere più veloci rispetto agli standard degli altri media. Un’altra peculiarità di internet è inoltre quella di presentarsi come immagine, di avere cioè un supporto elettronico in continuo mutamento, dove ogni pagina costituisce una sorta di fotogramma all’interno di un flusso di immagini continuo. Quella che intendo qui avanzare è l’ipotesi che, proprio grazie a queste peculiarità, uno spazio come internet potrebbe prestarsi idealmente all’approccio visionario e impressionista, con in più l’opportunità del supporto visivo, ovvero la possibilità di stabilire una prossimità anche “fisica” con il proprio oggetto di studio. Anziché rimettersi al servizio della notizia, alla recensione in pillole, i siti e i blog dedicati al cinema dovrebbero invece azzardare l’approfondimento critico e teorico, sopperendo all’impossibilità d’inserire testi troppo lunghi – che sullo schermo rischiano spesso di diventare illeggibili – con brevi frammenti di scrittura che funzionino da accompagnamento al supporto visivo. Dirò di più, poiché grazie alla rete la visione può divenire davvero telescopica come auspicava Maurizio Grande. È infatti nella natura della rete la possibilità di tenere insieme il vicino e il lontano, di costruire raccordi spaziali tra fenomeni di natura diversa, di mettere in scena quel “teatro del pensiero” di cui Gilles Deleuze è stato promotore nonché acuto regista. In uno spazio come internet la scrittura potrebbe in definitiva permettersi di essere antidimostrativa, visto che il testo è già parte di un Tutto che il lettore ha facoltà di ricostruire in qualsiasi momento?

Quello che intendo dire è che la critica potrebbe avere oggi la possibilità di incontrare nuovamente la teoria proprio in uno spazio come la rete, accusato di essere un contenitore senza direzionalità, dove i video si moltiplicano come in una sorta di processo che si autoalimenta. Su internet la scrittura critica potrebbe così assolvere al proprio compito pedagogico, che è quello di riprendere e ri-lanciare teorie vecchie di decenni, che inaspettatamente sono tornate ad essere più che mai attuali, anche nel loro essere dissacranti nei confronti del tanto amato oggetto, come in Comme dans un bois di André Breton:

«Quando avevo “l’età del cinema” (bisogna ben riconoscere che nella vita questa età esiste, e passa), non cominciavo mai col consultare il programma della settimana per sapere quale film aveva la probabilità di essere il migliore, e nemmeno mi informavo dell’orario delle proiezioni: mi accordavo invece specialmente con Jacques Vachè nell’apprezzare più di ogni altra cosa l’irruzione in una sala qualsiasi dove non sapevamo ciò che si proiettava, non sapevamo nemmeno dove eravamo, e da cui uscivamo al primo approssimarsi della noia, per trasferirci poi precipitosamente in un’altra sala dove ci comportavamo allo stesso modo, e così di seguito (evidentemente oggi tutto questo sarebbe troppo dispendioso!). Non ho mai conosciuto nulla di più magnetizzante: va da sé che il più delle volte abbandonavamo i nostri posti senza conoscere nemmeno il titolo del film, che d’altronde non ci importava affatto»

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