Il rabdomante – tentativi di scavare con l’uso della parola /3

Il mio Io, per quanto gonfio come un otre, trattiene ben pochi ricordi dell’infanzia: alcuni fotogrammi di Mr. Magoo in televisione, durante un pranzo coi parenti, e una macchinina a pedali nella quale m’incastrai rovesciandomi e battendo la testa sull’asfalto. Nient’altro, a parte l’asilo, dove mia madre mi accompagnava con la Cinquecento bianca coi sedili rossi in pelle. I primi tempi me ne inventai di tutti i colori per non staccarmi da lei, e arrivai persino al punto di farmela addosso apposta pur di farmi riaccompagnare a casa – e qui, se dovessi seguire le intuizioni del mio Io, finirei subito tra le grinfie della psicanalisi, che in fatto di popò si avvicina senz’altro a una scienza esatta. Poi, per fortuna, mi affezionai allo yogurt Galbani alla banana (quello che ci davano a merenda), e le cose cominciarono ad andar meglio. Soprattutto quando comparve lei: Simona (certo, illudetevi pure che sia il mio doppio femminile immaginario). Ella c’iniziò, tutti quanti noi maschietti, ai misteri del corpo femminile, che ci mostrava ogni pomeriggio, nell’ora solitamente dedicata alla pennichella, in tutta la sua nudità.
Mi sono sempre chiesto se questa non sia stata poi la causa scatenante della mia pulsione a metter sempre le mani dappertutto: ad esempio nel mondo degli insetti, che per anni mi hanno appassionato oltre ogni cosa. Mi divertivo soprattutto a catturarne un esemplare per ogni specie, per poi fare gli esperimenti nei barattoli, dove cercavo di far convivere questi perfetti sconosciuti – ed è vero che la natura si è più volte vendicata di questo mio modo di stravolgerne gli equilibri, manifestando la sua volontà soprattutto attraverso le vespe, di cui nutro terrore ancor oggi. Una volta una venne a pungermi fin lassù in montagna, a Chiassaia, mentre mi mangiavo un gelato.
La casa dei miei nonni, con tutte quelle vecchie e umide pietre, era per me uno scrigno dei balocchi, dove il mio Io s’inorgogliva alla vista degli amati e temuti scorpioni, la cui costellazione ha vegliato sulla mia tribolata nascita. La notte attendevo con reverenza l’ora in cui si sarebbero manifestati, quando mio padre, colto da sesto senso, avrebbe casualmente acceso la luce per trovarne uno sul muro, a pochi centimetri dalla testa di mia madre – un esemplare che giustiziava in maniera sommaria, schiacciandolo con un colpo secco di ciabatta. Non voglio certo tediarvi con la simbologia dello scorpione, che obbedisce ad  eros e thanatos, ma quella scena primaria non smette di tormentarmi: con l’omicidio dell’aracnide a me caro si è voluto senz’altro punire i miei eccessi infantili, castrare la mia indole usando la mano inconsapevole del padre – ma qua andremmo a stuzzicare il Super Io, che non è oggetto della trattazione in corso.
Vi basti insomma sapere che da allora il mio Io si è sentito autorizzato a impermalosirsi per ogni bischerata, per quanto io lo mascheri bene con le apparenze; ma nonostante la modestia esibita e l’indole a rifuggire lo scontro, dentro il mio stomaco friggo in continuazione, ingoio le nefaste esalazioni di questo scocciatore che batte in continuazione sui tasti dolenti…

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