Prendere a calci – letterariamente parlando.

Il mio prossimo libro avrà a che fare con la memoria, e c’entrerà anche una gamba e il prendere a calci – forse per questo trovo  una certa aria di famiglia tra Tozzi e il primo Tabucchi, passando per Luciano Bianciardi e la sua Vita agra: qualcosa che ha senz’altro a che fare con la lingua toscana e con la terra grossa e dura che dalla Maremma s’incunea nel senese e digrada sulla costa: una terra calpestata per intero dagli anarchici.

 

In bottega non c’era più il signor Valentini; ed egli disse a Giulio:
– Che voleva quel vagabondo? Quando viene in bottega, un’altra volta, lo prendo a calci nei ginocchi.
– Che t’ha fatto di male? – gli chiese Giulio, ridendo.
– Toh! C’è bisogno che mi faccia qualche cosa di male? Non lo posso né vedere né sopportare: ecco quel che m’ha fatto!
– Tu non puoi vedere nessuno. Sei mezzo matto! Già, non saresti della nostra razza!

Federigo Tozzi, Tre croci

 

Allora tirò fuori il suo piede di sotto la coperta e con un gitto forte lo fece frullare al di là come un sasso.
Poi si fece portare a un botteghino, comprò una veduta di San Pietro e la indirizzò alla sua Ester.
“Ho preso a calci Pio IX. Rispettosi saluti tuo Plinio.”

Antonio Tabucchi, Piazza d’Italia
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