Il segno dello scrittore

Impegnato nella lettura di Hotel a zero stelle (Contromano Laterza, 2011) di Tommaso Pincio, mi riscopro a riflettere su un problema che mi arrovella da tempo – e sarà senz’altro perché parliamo di uno scrittore che è anche pittore, e che dunque ha una certa sensibilità per la questione dello sguardo a me tanto cara. La faccenda è questa: che a leggerlo, Pincio mi ricorda in vari modi, disseminati fra le sue righe (e non solo di questo libro), che lo scrittore ha un suo modo di vedere le cose, al pari del pittore o del cineasta, tanto per dire – lo so che sembra una banalità, ma davvero la cosa non è così scontata come potrebbe apparire. Insomma, lo scrittore dovrebbe poter lasciare un segno, come quello che ritroviamo su un quadro e che ci aiuta a riconoscerne l’autore senza il bisogno di leggerne la firma – o almeno è quello che penso io mentre lavoro con le parole e la punteggiatura (che sono appunto segni, e sarà per questo che mi ci fisso così tanto). Ecco: mi chiedo (e vi chiedo) se oggi esistano degli scrittori del genere, che potreste riconoscere non dico da una frase, ma almeno da un periodo di poche righe. Certo, non c’entra soltanto lo stile, ma può anche essere un fatto di ricorrenze: il riemergere costante di certe tematiche, come in pittura ci ha insegnato tra gli altri Cézanne – e forse mi sentirei d’includere anche lo stesso Pincio in questa categoria, come si potrebbe evincere dalle sue riflessioni sulla ritrattistica, ma avendo letto soltanto un altro libro oltre a questo (Cinacittà, Einaudi Stile Libero, 2008), evito al momento di sbilanciarmi troppo.

*Nell’immagine: Paul Cézanne, La montagna Sainte-Victoire, 1904-1906, olio su tela, collezione privata

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7 pensieri su “Il segno dello scrittore”

  1. Mi sapresti fare anche un esempio? M’interessa soprattutto in merito alla letteratura contemporanea italiana, dove da un po’ si parla di questioni simili, comprese nell’etichetta “di qualità”…

  2. In effetti te sei un buon esempio: però mi viene da pensare che c’incastri anche in qualche modo la “storicizzazione” in quanto effetto della vulgata critica. Insomma, sulla contemporaneità è un discorso ben più rischioso…

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