La nuda letteratura

Mi sembra che con i social network possiamo ormai dare per assodato l’ingresso della letteratura italiana in vetrina: che ne mostra non soltanto le copertine, ma prima di tutto i retroscena  – i fatti privati di scrittori e scrittrici che rimbalzano sui “muri” di facebook; le scaramucce disseminate nei commentari in giro per il web (per carità, tutte cose che probabilmente son sempre esistite, ma che alla luce del panopticon contemporaneo assumono tutt’altro peso).

Mi sembra insomma che il testo venga sempre più adombrato da fenomeni epitestuali – in pratica dalle chiacchiere che si consumano intorno al libro: che lo anticipano o lo accudiscono (le critiche accoglienti a prescindere per non interrompere i buoni rapporti, o quelle faziosamente negative per marcare un confine tra gruppi e gruppuscoli), spesso accampate sulla lettura di poche pagine. Rimango infatti basito da certe dichiarazioni che si trovano in giro, che mi sembrano piuttosto degli slogan buoni per tutti i tempi: “Letteratura di qualità”, “La letteratura come non l’avete mai vista” e cose di questo genere – mi domando cioè come sia possibile tanta sicurezza di fronte alla produzione massiva di questi anni (come si fa a dare un giudizio quando è umanamente impossibile leggere anche solo una piccola parte di quanto il mercato sforna?)

Sono tutte cose che mi chiedo ogni volta che leggo interessanti manifesti, che rischiano di coprire un vuoto spaventoso: dove guarda caso non si indicano titoli e non si fanno che pochi nomi.

Mi sembra insomma che l’effetto vetrina sia quello di una tendenza ad aggregarsi in primo luogo attorno a un’etichetta, a un brand in cui riconoscersi senza aver prima indossato una forma – ed è una trappola in cui siamo caduti un po’ tutti, inutile nascondersi.

Questa la definirei “nuda” letteratura: ma non perché sappia arrivare al nocciolo delle cose, bensì per essersi spogliata al fine di mostrare un solo lato – quello che va di moda.

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3 pensieri su “La nuda letteratura”

  1. @Pierluca: Gli è che l’uso “non-fatuo” fa meno rumore. Il problema è proprio il rischio che corrono i blog di somigliare sempre più ai social network.

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